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Elvis Special – Tra limite e potenza del biopic

Pur premendo l’acceleratore su alcuni tòpoi come il ricorso alla voce narrante, l’uso di vibranti cromatismi e la predilezione per il côté melodrammatico a discapito dello scavo psicologico dei personaggi, rispetto alle stravaganze kitsch cui aveva abituato il pubblico con Moulin Rouge! (2001) e con Il grande Gatsby (2013) questo lavoro appare più addomesticato, forse per timore reverenziale, sicuramente più vicino alle atmosfere da kolossal di Australia (2008). Seppur levigato, Elvis straborda comunque dai confini, sfreccia colorato come un trottola su un rettilineo prevedibile, focalizzandosi sul volto, sugli outfit e sulle pose di questa divinità dello showbiz.

Elvis Special – Il godimento della colpa

Come dice il Colonnello, l’attrazione più grande è quella che ci fa sentire in colpa nel momento stesso in cui ne godiamo. Motto che potrebbe valere per tutta l’opera di Luhrmann, il cui sfrenato postmodernismo camp ha continuamente flirtato con l’eccesso, l’ostentazione superficiale e il cattivo gusto. Intanto proprio la figura di Parker, il grande illusionista che lancia e poi distrugge Elvis, consente al regista di ritagliarsi uno spazio per riflettere wellesianamente (citazioni a Quarto potere, La signora di Shanghai, F for Fake) sul potere ambiguo dello spettacolo, sul legame faustiano fra arte e profitto.

“Lightyear – La vera storia di Buzz” e il nuovo viaggio della Pixar

L’anno luce che dà il titolo al film, se nel primo capitolo di Toy Story serviva a connotare il personaggio come un alieno, qui rispecchia la quintessenza della Pixar: una casa di produzione che un tempo era proiettata anni luce in avanti rispetto la produzione mondiale, ora rischia invece di restare sola e distante, troppo distante, sia da chi, crescendo, ha sempre seguito e condiviso passo dopo passo tale percorso, sia da un pubblico diverso che lungo gli anni è stato poco considerato ma che ora, per andare oltre l’infinito, diventa vitale riportare al centro.

“Esterno notte” tra speranza e menzogna. Un bilancio critico

Esterno notte è una serie, con buona pace di chi si ostina a concepirlo come un lungometraggio diviso in due parti, come se ciò servisse ad accrescerne valore e prestigio. Nonostante la distribuzione in sala, Bellocchio costruisce questa sua opera senza nasconderne la natura, ma anzi mostrando un profondo rispetto per le regole della struttura seriale. Ecco dunque che la menzogna storica e la speranza narrativa di cui sopra si scoprono elemento fondamentale per catturare l’attenzione di un pubblico che dovrà concedere oltre cinque ore del proprio tempo per seguire la ricostruzione finzionale di un avvenimento universalmente noto.

“Nel mio nome” e la possibilità di scegliersi

L’autore centra l’obiettivo seguendo per due anni quattro amici nel periodo della loro transizione e organizzando in sei mesi di montaggio un racconto delicato, affettuoso e genuino. Raffaele, Andrea, Leonardo e Nicolò (le loro età comprese tra 23 e 33 anni) si aprono allo sguardo deciso ma sempre rispettoso di Bassetti, lasciando che la macchina da presa si inserisca nei loro spazi condivisi, nelle loro case durante le videochiamate (ricordi da una pandemia che ha stretto ancor di più le maglie di una gabbia esistenziale), nei loro sogni e nelle loro aspettative.

Le stanze della tragedia storica – “Esterno notte – parte II” e lo spettatore testimone

La conclusione del calvario di Moro è il momento in cui Bellocchio deve fare i conti con il finale di Buongiorno, notte, con la propria responsabilità di regista davanti al trauma storico. Questa volta non c’è utopia: Bellocchio rinnega ogni concessione fantasiosa, e trasforma l’incipit del primo episodio, con Moro accusatore sul letto d’ospedale, in una delle allucinazioni di Cossiga. Poi lascia alla tragedia lo spazio che merita, mettendo in scena la risoluzione della vicenda con una potenza quasi apocalittica.

Il tramonto senza estasi del Jurassic World

Jurassic World si proponeva di riscoprire il fascino dei dinosauri al cinema, in un momento in cui il pubblico era si era ormai assuefatto a qualsiasi meraviglia visiva ricreata in una sala cinematografica. Il discorso che si poneva come una premessa allettante dimostra però, dopo tre film, di non avere la forza per ricostruire un immaginario e adeguarlo in modo efficace al presente, tanto da far storcere il naso al Lowery Cruthers che risiede in ognuno di noi e, magari dopo averlo fatto sogghignare in un paio di occasioni, costringerlo ad assistere ai titoli di coda con sguardo mesto e malinconico.

La poetica della diversione. Ancora su “Tromperie – Inganno”

Desplechin sembra aver messo in pratica l’idea che Truffaut esprimeva nel 1957 sul “film di domani”, nel suo sprezzante articolo Le cinéma français créve sous les fausses légendes che sosteneva l’impellenza di un nuovo modo di fare cinema, ancora più personale, individuale, autobiografico di un romanzo, come una confessione, un diario, un atto d’amore. Il regista scandaglia i recessi della scrittura intima di Philip Roth, componendo una sarabanda di dialoghi in cui le donne dello scrittore si raccontano attraverso un’inesorabile ipnosi verbale al quale ci si abbandona come fosse una sacrale confessione sulla vita e sull’amore.

L’amarezza dell’impossibile. “Nostalgia” e il cinema di Mario Martone

Nostalgia (tredicesimo film di Mario Martone) è un film bellissimo e saldamente collocato nella filmografia del suo regista, oltre che intriso del suo impeccabile stile (sentimentale, fotografico e architettonico) tanto da esserci apparso a tratti come il dagherrotipo de l’Amore molesto, nella sua versione virile. Nostalgia è un film dall’anima variegata e multigenere, pullulante di una eterogeneità tipica napoletana (così come il suo protagonista è multietnico e poli/identitario, musulmano, napoletano, emigrante e scugnizzo), che inizia come un thriller, si sviluppa come un melodramma e termina con un colpo di scena ferale che da alcuni è stato inteso come quello di un film “civile”.

“Alcarràs” omelia contadina

Carla Simón, lei stessa di famiglia contadina, sembra guardare alla delicatezza dei racconti familiari di Kore’eda e alla “morale” contadina di Alice Rohrwacher, per un’opera che ha tutto dell’autobiografico, ma nulla di particolarmente politico e militante. Pur decidendo di trattare le problematiche del volto rurale catalano, Alcarràs sorvola su altre questioni specifiche (come, per esempio, quella del conflitto tra campi e pannelli solari, questi ultimi tendenzialmente narrati come punto cardine di un progresso sostenibile), affidandosi a un approccio lontano dal progettuale, ma anche lontano dal magico. Per un film asciutto, nel bene o nel male, che fa dello sguardo al quotidiano il suo punto di forza.

“Top Gun: Maverick” e il neo-umanesimo di Tom Cruise

Al centro di tutto c’è il corpo di Tom Cruise. Un corpo che lotta con il limite sullo schermo, a rispecchiamento di una lotta contro il limite nella realtà: anagraficamente sulla soglia della terza età ma ancora saldamente in testa come eroe di blockbuster d’azione e superstar hollywoodiana, scansa le accuse di barare con la chirurgia estetica e continua indefessamente a eseguire da solo i suoi stunt. Sceglie, elabora e produce i suoi progetti, si circonda dei collaboratori di cui si fida e riesce a mostrare una via all’epica consolatoria in un momento storico in cui gli altri arrancano o stemperano nell’ironia.

“Mother Lode” nel paradiso del diavolo

È un bianco e nero con delle sfumature originali che rendono Mother Lode un prodotto audiovisivo osmotico. La finzione costruita è talmente ingenua, talmente folcloristica, da diluirsi con estrema naturalezza in una dimensione intima fatta di spazi interstiziali dell’anima. Ha senso chiedersi se un racconto di questo tipo precluda una caratteristica centrale della realtà oggettiva? Sembra invece che il lavoro sulla fotografia aggiunga, oltre alla garanzia di veridicità, anche un portato significativo di mistero come qualità decisiva dell’esperienza umana.

La calata negli abissi della nazione. “Esterno notte – parte I” scomodo, spiazzante, travolgente

I primi tre episodi di Esterno notte sono il controcampo di Buongiorno, notte, con l’incipit utopico che vede il prigioniero liberato che dialoga con il finale nel suo capolavoro di quasi vent’anni fa. Stavolta Aldo Moro lo conosciamo libero, consapevole della gravità del presente, convinto di dover perseguire un obiettivo collettivo che è anche un capolavoro personale. “Ho parlato per un’ora e dieci minuti senza mai nominare la parola comunismo” dice, con una certa soddisfazione, dopo aver persuaso le varie correnti democristiane a sostenere il governo sostenuto esternamente dei comunisti.

“The Rescue” e la generosità dell’impresa

Dodici ragazzini fra gli 11 e i 16 anni e il loro allenatore di calcio entrano in una grotta per una piccola avventura. Siamo nel nord della Thailandia, è giugno del 2018, i monsoni dovrebbero arrivare solo il mese successivo. Ma la pioggia arriva improvvisa e inesorabile, bloccando l’uscita. I due coniugi, già autori dei documentari sportivi Meru e Free Solo, premio Oscar 2019, riescono a raccontare il senso di un’impresa per la quale l’aggettivo “eroica” non pare fuori luogo, con il loro caratteristico e mirabile bilanciamento fra tensione avventurosa e fattore psicologico. E riescono a rendere l’idea delle condizioni improbe nelle quali si sono trovati a operare i soccorritori.

“Noi due” e lo sguardo chapliniano sul mondo

A livello cinefilo il continuo omaggio a Charlie Chaplin e in particolare al Monello, il film preferito di Uri, è giustificato: come Charlot si prende cura del monello crescendo a sua volta come uomo, così Aharon accompagna Uri verso l’età adulta. In fondo, però, è proprio il suo il coming of age di cui ci parla Bergman. È suo lo sguardo che domina il film, uno sguardo carico di amore e attenzione, che il regista mette in scena attraverso l’uso di soggettive dirette e indirette o di inquadrature ravvicinate girate con camera a spalla che, isolando Aharon dallo spazio circostante, ne rendono lo stato confusionale di spaesamento.

Un multiverso transmediale firmato Sam Raimi

Doctor Strange nel multiverso della follia non può essere visto soltanto come il sequel di Doctor Strange (Scott Derrickson, 2016), ma come episodio dark-fantasy di una continuity tentacolare, conseguenza diretta delle tre “fasi” del Marvel Cinematic Universe (ventitré film) e parte integrante della cosiddetta “fase quattro”: cinque film già usciti, altri sei programmati, con serie e miniserie annesse. Numeri da capogiro che rischiano di scoraggiare chiunque avesse voglia di varcare la soglia dell’universo Marvel Studios da neofita, ma che non faticano a fidelizzare praticamente nessuno.

“Gli Stati Uniti contro Billie Holiday” e contro il coraggio di una voce

Daniels ripercorre sì vita e carriera dell’artista ma con un intento diverso: raccontare non quanto già noto (l’infanzia traumatica, la dipendenza da alcol e droghe, l’autolesionismo sentimentale) bensì inserire questi aspetti nel contesto più complesso e articolato del suo tempo. Il centro del film non è dunque la biografia di Billie Holiday, ma piuttosto l’impatto che la sua esistenza ha avuto sulla propria immagine pubblica e come le sue debolezze siano state più volte sfruttate per attaccarla e delegittimarla.

“Fresh” nel mercato degli orrori

Fresh e la carneficina che ne deriva hanno inizio a mezz’ora dai titoli di testa. La solitudine quotidiana della protagonista funge solo da prologo nel primo thriller-horror di Mimi Cave (autrice di cortometraggi e già regista di alcuni videoclip di Vance Joy), prodotto da Adam McCay e girato con la collaborazione del direttore della fotografia Pawel Pogorzelski (Midsommar – Il villaggio dei dannati), che esplode poi in un connubio di arti mozzati, cannibalismo e bisturi: di colpo, la donna è utile “per il mercato”, la sua femminilità diviene pura carne da macello da rivendere a ricchi clienti che finanziano l’industria “casalinga”. 

“La tana” tra enigma emotivo e sensualità dei corpi

“Si muore un po’ per poter vivere”, intonava Caterina Caselli in un suo intramontabile brano del 1970. Ma non è la colonna sonora di questo film, che usa invece, musica diegetica per scene destinate a diventare “cult” con chiari riferimenti al cinema di Xavier Dolan. È il sentimento predominante nel linguaggio di Lia (Irene Vetere) che si esprime per mezzo di strani “giochi” da imporre a Giulio (Lorenzo Aloi) e mentre una seppellisce paure e sofferenze nel suo ventre, l’altro prova ad esplorare la “tana” del dolore con una timida torcia alimentata da speranza e amore.

“Gli amori di Anaïs” senza chiedere scusa

Ci sono tanti ottimi elementi e allo stesso tempo un po’ troppe cose ne Gli amori di Anaïs. Un sentore della Catherine di Jules e Jim, un richiamo alle relazioni complicate di Éric Rohmer e anche qualcosa a cui tanto cinema e tanta serialità contemporanei sembrano – vivaddio – parecchio interessati: la rappresentazione di una non-compiacenza femminile che può farsi anche sgradevolezza, e che dà mostra di sé senza chiedere scusa e con un realismo scevro da tentazioni pedagogiche, privo di sanzioni nefaste da parte della trama.