Archivio

filter_list Filtra l’archivio per:
label_outline Categorie
insert_invitation Anno
whatshot Argomenti
person Autore
remove_red_eye Visualizza come:
list Lista
view_module Anteprima

“The Fabelmans” Speciale II – Seeing is Believing

La poetica di Spielberg non è strettamente rinchiusa nell’ottica di una “cinematic society” o nella visione di un autore che cerca l’integrazione dell’individuo nella collettività (americana) della storia, ma è centrata sul punto di vista interno di un cinefilo che ripercorre le tappe della sua formazione senza alcun coup de théâtre, nel concepimento di un “lessico familiare” poeticamente denso e talvolta affilato, che affonda le sue radici in un solo grande movimento cinematografico, il suo, rischiarato dai volti in estasi, svelato dalle impetuose carrellate in cui si palesano il feticismo americano, l’idealizzazione sofferta dell’american way of life, la rappresentazione della famiglia disfunzionale e il cinema come cura e riabilitazione.

“The Fabelmans” Speciale I – La fede nel cinema

The Fabelmans è sì un tuffo nella vita del suo regista ma, di conseguenza, si rivela un viaggio all’interno della sua filmografia. Non si contano gli spiritosi omaggi e le rime interne che rimandano ai suoi film precedenti (le biciclette di E.T. l’extra-terrestre, il manuale su come salvare qualcuno che sta annegando, la porta retroilluminata di Incontri ravvicinati del terzo tipo, la guerra di Salvate il soldato Ryan ecc.), questo perché la vita di Spielberg non è stata accompagnata dal cinema, ma perché è essa stessa cinema, una medicina che rende migliore la vita, che le dà più sapore.

“Le otto montagne” dell’amicizia e della fragilità

Le otto montagne è un film di rara bellezza, che trova la sua forza negli spazi vuoti, nella quiete e nei sussurri; che scorre lento come un fiume e potente come una valanga capace di travolgerti al suo interno. E per quanto esso sia un racconto personale, a fine visione ci si ritrova a conoscere anche un po’ di più se stessi: le proprie debolezze e i propri affetti. Certo, non si può non dare il merito della riuscita di questa opera alla sbalorditiva performance di Luca Marinelli e Alessandro Borghi. Dopo sette anni da Non essere cattivo si ritrovano nuovamente a condividere il set e lo fanno con un’intensità e una sintonia eccezionale. 

“Il corsetto dell’imperatrice” e la rimodulazione dello sguardo

Nello slancio verso la libertà e verso una riaffermazione iconica, la Sissi di Marie Kreutzer elude i vincoli storici, muovendosi in un’Europa anacronica e atemporale, e si oppone persino all’inquadratura. Ma è soprattutto lo sguardo da cui l’imperatrice è ossessionata. Cerca di sfuggire a quello indagatore, omologato e opprimente che l’attanaglia e chiede invece di essere guardata con passione dal cugino Ludovico e dal marito. E se i ritratti e le fotografie non sono più adeguati e capaci di catturare la sua essenza, Sissi si affida piuttosto alle immagini di Louis Le Prince, precursore del cinema.

“EO” speciale II – Lezione sulla natura e sulle immagini

Cos’è EO? È una favola animalista dai tratti magici che sa trasformarsi in horror e in dramma ferale, riuscendo persino a contenere i segni grotteschi (e credibili) della commedia. Ma è soprattutto il lavoro di un maestro invitato a sfidare i limiti dello sguardo, compreso il proprio. Senza virtuosismi né magniloquenze di sorta, ma con l’approccio silenzioso di chi ha voluto creare un meraviglioso equivoco che urla “cinema!” da ogni punto di vista. Come il personaggio di Crossley ne L’australiano (The Shout, 1978) è alla ricerca di rare e minacciose frequenze, Skolimowski insegue ossessivamente un’inquadratura che possa svelarsi finalmente libera e indipendente.

“EO” speciale I – Il mistero dell’animalità

La soggettiva, piuttosto che rimandare in maniera univoca a un oggettivo sognare dell’asino, fa trasparire il desiderio spettatoriale di connessione con i sogni dell’asinello, il comune destino degli esseri viventi. Il montaggio rende quindi possibile trattenere un velo di mistero sul mondo dell’asino e allo stesso tempo rende impossibile una totale padronanza dell’umano di tale mondo. Attraverso il mistero dello sguardo di Eo siamo ricondotti al mistero dell’alterità, di ogni sguardo altro che chiede riconoscimento e dignità. E alla profonda ingiustizia che subisce ogni animale, umano o asino che sia, trattato come puro significante senza diritto di voce o di verso.

“Avatar – La via dell’acqua” speciale parte II – Le nuove frontiere dell’umanesimo tecnologico

Il viaggio nel mondo acquatico procede di pari passo con l’approfondimento dei personaggi: la costituzione elementale dell’ambiente sottolinea visivamente il loro spessore, che riverbera in una natura subacquea di impressionante portata emozionale. Lo dimostrano le splendide sequenze sul rapporto con le balene Tulkun, creature umanizzate che rispecchiano la conflittualità dei protagonisti terrestri. La costruzione dell’universo narrativo e visivo di questo secondo film riflette dunque l’urgenza di un’opera volutamente più intima: ne La via dell’acqua non è in ballo il destino di un pianeta, ma quello di una famiglia.

“Avatar –  La via dell’acqua” speciale parte I – La famiglia come motore seriale

Se a livello estetico la filosofia è ancora quella di un cinema che sia esperienza di meraviglia e che riesca a riproporre un effetto di sbalordimento sul pubblico non troppo diverso da quello dei mondi fantastici di Georges Méliès, a livello narrativo le cose si fanno più complesse. Cameron non realizza un remake del primo film, ma introduce nuove tematiche e nuovi equilibri.  Avatar – La via dell’acqua sposta l’attenzione dalla prospettiva generale ed epica del primo film alla dimensione più particolare e intima di questo sequel, in cui al centro della storia c’è il concetto di famiglia, tanto caro al cinema di Cameron.

“Chiara” piena d’amore con tutti i suoi difetti

Non sarà un film perfetto, ma è indubbio che Chiara sia un film pieno d’amore. Amore per la storia che racconta, amore per la protagonista e per le sue motivazioni, amore per la terra e per il tempo in cui si svolge. Amore per il grande cinema italiano di costume e religioso (Rossellini e Pasolini su tutti, “oltraggiati” e omaggiati), amore per tutto ciò che possa recidere i legami con quello stesso cinema. Amore per tutto ciò che non è stato raccontato. Amore per le potenzialità del cinema. Un amore che finisce per sovrastare il film stesso, ingessato in una ricercata naturalezza, ma che si fa portavoce di una adorabile fragilità.

“Pinocchio” e la disobbedienza come atto politico

Questa versione della storia è in generale un racconto di disobbedienza verso i padri, reali o figurati, che nella maggior parte dei casi rappresentano un esempio da cui allontanarsi: Pinocchio, che disobbedisce a Geppetto – un Geppetto estremamente umanizzato – che lo vorrebbe uguale al suo deceduto Carlo; Lucignolo che disobbedisce al padre fascista; infine Spazzatura, personaggio originale che si ribella ad un altrettanto originale Conte Volpe, fusione tra la volpe e Mangiafuoco. Pinocchio diventa non più un cattivo esempio da cui guardarsi, bensì un modello da seguire.

“Il gatto con gli stivali 2” spartiacque per l’animazione a venire

Il film è un carnevale di colori, canzoni, luci, montaggio dal ritmo serratissimo, trovate visive in grado di amalgamare e far dialogare perfettamente l’animazione digitale con quella tradizionale. Insomma, è uno dei lungometraggi meglio diretti che siano stati realizzati negli ultimi anni e tutto l’entusiasmo e la grinta visiva espressi dalla prima sequenza incantano non solo per una questione formale, ma soprattutto perché connotano a meraviglia il protagonista e il percorso al quale sarà sottoposto.

“That Kind of Summer” e la parola sessuale

Tra i lavori del prolifico autore canadese Denis Côté, That Kind of Summer risalta per la capacità icastica di rappresentare il femminile all’interno di una sessualità compulsiva, tema che nell’ambiente cinefilo franco-canadese è per molti versi ancora irrappresentabile. Con la forza dirompente di una parola che descrive con precisione fantasie sregolate e sensi di colpa rimossi, il regista filma l’impeto drammatico che irrompe come un fiume in piena di didascalie minuziose e acrobazie erotiche, ribadendo che esiste una giusta distanza tra la rappresentazione realistica, ma non voyeuristica, del desiderio femminile e il tabù che si nasconde dietro la compulsione.  

“Strange World” usato sicuro

Mentre scorrono i minuti, sembra di sentire il rumore delle pagine del copione che vengono girate dai registi. Tutto è al posto giusto, nulla vibra di emozione, di genuinità. Ogni singola svolta narrativa è ampiamente prevedibile, già vista e quel che convince ancora meno è la poca creatività e fantasia che vengono adoperate per dare vita al fantomatico “strano mondo” del titolo. Il viaggio intrapreso ai confini dell’universo non incanta, non abbaglia. Strange World gioca sulla difensiva, sull’usato sicuro, consapevole di poter comunque vivere di rendita e sedersi sugli allori di un momento produttivamente importante per lo studio.

“Saint Omer” e la disperata ricerca di un senso

Affidandosi principalmente a primi piani in camera fissa, in cui le parti coinvolte nel processo esprimono la propria parziale versione dei fatti, Saint Omer pare dapprima adoperarsi per un annullamento dell’empatia che lentamente si trasforma in sguardo onnicomprensivo. Una visione che si rivela affatto fredda e distante, ma consapevole della propria inadeguatezza e quindi alla disperata ricerca di un senso, di una chiave di lettura che possa concedere una forma al caos cui sta assistendo. E il volto di Rama è la tela su cui viene dipinto questo inconsueto legame empatico.

Riprendere la parola. “Les Années Super8” e la scrittura di Annie Ernaux

Alle immagini delle feste di famiglia, dei compleanni, delle visite ai suoceri e alla sorella ribelle si alternano le riprese fatte durante i viaggi in Francia e all’estero. Costantemente il récit di Ernaux mette in relazione questi fatti privati con gli avvenimenti storico-politici. Il viaggio in Cile del 1972 è l’occasione per documentare le speranze di un popolo per il governo Allende: quelle girate “sono immagini di un paese che non esiste più”. La pubblicazione del primo romanzo, Gli armadi vuoti (1974), corrisponde alla morte di Pompidou, all’elezione di Giscard e agli attacchi dei conservatori contro Simone Weil per le sue posizioni a favore dell’aborto. 

“Forever Young” tra ingenuità e intensità

Bruni Tedeschi, insieme a Noémie Lvovky e Agnès de Sacy, scrive una storia sull’ingenuità e intensità del romanticismo giovanile, che travalica i confini della coppia e si riversa sul mondo che circonda questi studenti sfociando nello stravolgimento dell’io. La Tereszkiewic è quindi “folle d’amore” nel suo rapporto con Sofiane Bennacer, qui nel ruolo di Étienne (nel tentativo di non idealizzare la relazione fra i due, perché la co-dipendenza sentimentale non può essere vissuta con lo spirito “noi contro il mondo”).

“El Planeta” dentro le mura della casa

Si tratta dell’esordio al cinema dell’artista e influencer Amalia Ulman El Planeta. Nonostante l’incipit prenda le mosse, curiosamente, dal cortometraggio, candidato al Premio Oscar, 7:35 de la mañana, il film è caratterizzato da una struttura episodica fin troppo invadente, peraltro evidenziata da una tipologia di transizione che, considerandone l’elementarità, rischia di pregiudicarne i pregi, a discapito della tangibile naturalezza con cui le due protagoniste (Ale e Amalia Ulman, madre e figlia anche nella realtà) affrontano un intrico di difficoltà quotidiane via via sempre più angoscianti e ineludibili.

“Rumore bianco” e lo spettacolo della morte

Baumbach mette in moto la “macchina spettacolare” del suo cinema per la prima volta, celebrando quel paradosso dell’esibizione del disastro, decidendo di dare spazio all’azione come mai gli era capitato di fare. Tra esplosioni e inseguimenti costruisce il contrappunto tra uno e tutti, singolo e massa, privato e pubblico, dove la massa è esorcizzazione e il singolo è angoscia. Per un film però molto più interessato, come detto all’inizio, alla via di mezzo delle traiettorie private, familiari e sentimentali, anche in termini di protagonismo e voce narrante.

“The Woman King” tra eroismo femminile e Diaspora africana

Basandosi su eventi reali e frutto di una lunga e approfondita ricerca il lungometraggio rilegge il mito della guerriere Agojie, un corpo di impavide Amazzoni a servizio del Regno di Dahomey che tra il 1600 e il 1900 si contraddistinse nella cattura e tratta atlantica degli schiavi. La sceneggiatura trasforma le guerriere in difenditrici della patria votate all’indipendenza dal dominio dell’Impero Oyo e dai suoi legami con i trafficanti di uomini europei e americani. Un’operazione che non ha intenti di falsificazione storica quanto di riflessiva rilettura di un ruolo sociale ancora oggi troppo sottovalutato.

“L’amante di Lady Chatterley” troppo grande per lo schermo

L’amante di Lady Chatterley è un romanzo impossibile da trasporre. Non solo D.H. Lawrence ne ha scritto tre versioni sostanzialmente differenti, di cui la terza è certamente quella adattata più di frequente, ma ciascuna di esse presenta personaggi talmente sfaccettati e psicologicamente complessi da renderli incomprimibili in un paio d’ore di audiovisivo. Anche il recente adattamento di Laure de Clermont-Tonnerre è tratto dalla terza versione, la meno ambigua e politicamente impegnata, e riesce quasi a valorizzarla.