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“Il punto di rugiada” e gli ospiti della memoria

Il punto di rugiada è la temperatura di raffreddamento dell’aria che consente il processo di condensazione del vapore acqueo ivi presente e può creare, a volte, le condizioni per una nevicata. Questo è il concetto fisico che ha ispirato il titolo del film di Marco Risi ma inevitabilmente vi è anche un significato metaforico che allude al punto di trapasso dell’esistenza umana.

“The Holdovers” a lezione di classico

Fin dai titoli di testa entriamo in un altro microcosmo, il cinema hollywoodiano anni ’70 di Ashby, Schlesinger, Schatzberg: impronta realista, colori desaturati, musica folk, suoni ambientali, lunghe dissolvenze, personaggi solitari, spigolosi, umani. Un cinema classico, i cui elementi sono facilmente identificabili. Ma non si tratta di mimare il classico, piuttosto di mettere in relazione questi elementi, farne un giusto uso.

 

“Viaggio in Giappone” sulle spalle di Isabelle Huppert

Il film eccelle per la performance di Isabelle Huppert, la cui immensa statura attoriale, pluripremiata nei più importanti festival internazionali, le consente di virare dal drammatico al buffo attraverso una interpretazione magistrale delle infinite sfumature di Sidonie, un personaggio femminile coraggioso che evolve in modo graduale, quasi impercettibile nel suo ritorno alla vita, al futuro e di nuovo all’amore, sulle note al piano di Bach e di Ryuichi Sakamoto.

“Enea” che prima afferma e poi nega se stesso

Castellitto, insieme ad altri come i fratelli D’Innoncenzo, sembra che stia mettendo in pratica delle prove, procedendo in modo empirico, affermando e poi negando, prima a sé stesso, poi a noi, chiedendoci qualcosa in più, di seguirlo, di andare oltre. Dovremmo capire però – lo capiremo sicuramente in futuro – se questi tentativi porteranno da qualche parte o se saranno proprio la cifra stessa di questi lavori all’insegna di un cinema digitale frammentato.

“Perfect Days” e la difficile arte della semplicità

Si resta come frastornati dalla ricchezza umana di questo protagonista e dalla capacità di Wenders di far accadere le cose, senza forzature, con una discrezione anche stilistica centratissima e decisiva, totalmente al servizio di un pedinamento umano ed esistenziale. Di più, forse. Wenders mette in scena il suo amore per il cinema. Filma la sua urgenza di filmare ma senza peso, senza mostrarla, senza mostrarsi, al servizio di una visione, restando nell’ombra.

“Il ragazzo e l’airone” speciale II – Lo spirito della Terra

Il ragazzo e l’airone sembra non risentire minimamente del tempo trascorso, per via della sua coerenza tematica e autoriale che lo inserisce perfettamente nella filmografia più recente del regista nipponico. Con quest’opera infatti, Miyazaki chiude la sua personalissima trilogia degli elementi. Dopo essersi inabissato nelle profondità marine con Ponyo sulla scogliera e aver scalfito l’Aria con il già citato Si alza il vento, con questo terzo appuntamento l’autore giapponese fa i conti con la Terra.

“Il ragazzo e l’airone” speciale I – Dentro la natura del mondo fantastico

La profonda consapevolezza dell’irreversibilità dello stato di corruzione e decadenza del mondo umano e una luminosa ostinazione di volerne far parte nonostante tutto: i personaggi di Miyazaki hanno accesso alla dimensione superiore, ai campi in cui energie superiori governano il disequilibrio del mondo sottostante. Ma quando vengono posti di fronte a una decisione, decidono sempre di tornare all’umano.

“Wish” ma non posso. Il bigino dei 100 anni Disney

Da una parte Wish è il nuovo segmento di un percorso ben attento a non pestare i piedi a nessuno, che dà vita a narrazioni costantemente equilibrate, giustificando ogni singola azione, scelta o pensiero dei suoi personaggi per cercare di non creare malumori, disuguaglianze o discriminazioni. Dall’altra, il film coglie pigramente l’occasione di omaggiare tutti i classici che l’hanno preceduto, fornendo un’occasione giocosa ma fine a se stessa.

“Foglie al vento” sullo sfondo del cinema

Foglie al vento ribadisce la fiducia di un autore – e, vogliamo credere, anche del suo pubblico – nell’umanità del cinema, nell’autonomia delle speranze e delle diaspore che solo la pellicola conosce. È un po’ come se le traversie dei personaggi kaurismäkiani, sempre in bilico tra deriva e rinascita, si svolgessero tutte all’interno di una sala cinematografica. Perciò le loro scelte e i loro gesti rispondono alle esigenze di una messa in scena tanto essenziale quanto irrealistica e spesso puntano al cinema muto.

“Ferrari” tra tormento e dinamismo

L’Enzo Ferrari ritratto da Michael Mann è un uomo tormentato dal ricordo degli amici persi in pista anni addietro e soffocato dall’impotenza per non essere riuscito a strappare il figlio Dino ad una morte prematura. Con questo opprimente patrimonio emotivo, in cui gli affetti perduti si accompagnano all’angoscia per un’eredità mancata, Ferrari si scontra con un mondo che non sembra più appartenergli, tra difficoltà economiche che rischiano di vedere il marchio cadere in mani straniere, alla concorrenza entro i confini nazionali che giunge a minacciarne la leadership.

“Il maestro giardiniere” ovvero Schrader l’impeccabile

È un cinema che procede per sottrazione, dove ogni elemento spicca autonomamente, sia che si tratti della rilassante voce narrante del protagonista o del fragore di ossa che si spezzano. Che la scrittura di Schrader sia impeccabile è oramai un fatto assodato, ma in Master Gardener, ancor più che in Il collezionista di carte, riesce a fondere ambientazione e personaggi ai temi portanti della narrazione. 

“Maestro” tra biopic e storia di un matrimonio

Più intento a essere non banale che davvero originale, Maestro non è quindi la storia di un grande musicista – delle cui creazioni è infuso tutto il film, senza ci venga detto nulla del loro processo creativo – ma la storia di un matrimonio: sviluppare un biopic attorno alla sfera privata è una tendenza dominante del cinema contemporaneo e, non a caso, perfettamente mimetica della celebrity culture odierna, del modo in cui i famosi si raccontano ai comuni mortali su Instagram.

“Il male non esiste” nel mondo senza redenzione

Con Il male non esiste Hamaguchi dimostra un’enorme maturità espressiva che si declina in una gestione eccellente del mezzo cinematografico e in una grandissima capacità di raccontare offrendo allo spettatore il minimo indispensabile. I dettagli, il taglio delle inquadrature, ogni elemento va al suo posto facendo apparire semplice la complessità soverchiante di questo mondo e componendo un’opera tanto suggestiva quanto rassegnata in cui non sembra esserci possibilità di redenzione, né di salvezza.

“The Eternal Memory” ritratto di un amore reale

La vita di Augusto Góngora, giornalista politicamente impegnato nel Cile di Pinochet, e Paulina Urrutia, attrice che, nei primi anni Duemila, ricoprì l’incarico di Ministra del Consiglio Nazionale per la Cultura e le Arti, è stravolta quando a lui viene diagnosticato l’Alzheimer. Giorno dopo giorno, i due affrontano questa sfida a testa bassa, affidandosi al tenero affetto e al senso dell’umorismo. 

“Un colpo di fortuna” che non possiamo controllare

Allen questa volta al posto di Dostoevskij legge – e rilegge – Simenon, le cui atmosfere ritroviamo anche nel finale del film. Nel suo collaudato schema, che propone temi e dilemmi etici attraverso un racconto leggero, Woody aggiunge una riflessione: la fortuna non solo non la possiamo controllare ma la cerchiamo anche nel posto sbagliato. A volte il biglietto vincente della lotteria non si trova in un negozio ma dentro un bosco.

“Il cielo brucia” nel terremoto della rappresentazione

In confronto al modello rohmeriano, lo sguardo spettatoriale rimane sempre leggermente laterale rispetto a quello del protagonista. Assiste al suo sonnambulismo ma con divertita ironia. Secondo Montaigne il compito di un artista non è descrivere l’essenza delle cose ma l’oscillazione tra le cose. È un passaggio in esergo a un saggio di Werner Hamacher sul terremoto della rappresentazione in von Kleist, saggio a un certo punto citato da Nadja all’editore di Leon. Anche lo spettatore prova questa oscillazione.

“Diabolik – Chi sei?” secondo lo sguardo di Eva Kant

Se l’intera trilogia costituisce un’esperienza visiva singolare e seducente per l’uso sapiente del colore e per il rigore filologico nel trasporre sullo schermo l’eleganza stilizzata delle tavole originarie, nell’ultimo capitolo i Manetti Bros abbandonano parzialmente la scelta stilistica di aderire alla fissità grafica dei fumetti che in qualche modo congelava l’azione nei due film precedenti e sviluppano la diegesi del film su più linee narrative, mischiando registri stilistici ed epoche differenti.

“Fingernails” come diagnosi d’amore nell’eclisse digitale delle emozioni

L’amore di coppia è fantascienza? Il film di Christos Nikou non risponde esattamente a questa domanda ma immagina un’anomala rom-com in un mondo distopico con relazioni sentimentali irrisolte. In tempi e spazi indefiniti, sospesi tra iconografie del passato ridisegnate e asettici auspici futur(ist)i, le uniche certezze affettive provengono da una macchina analitica. Il freddo ma rassicurante calcolo ha sostituito le calorose ma spinose emozioni. 

Il potere grottesco tra “Napoleon” e “Blade Runner”

E se vi dicessimo che Napoleone appariva in Blade Runner? Nell’antro di J.F. Sebastian, nella scena in cui questi rincasa insieme a Pris, vengono ad accoglierli alla porta due creazioni dell’inventore: due pupazzi in alta uniforme vestiti come il Kaiser Guglielmo e, appunto, Napoleone. Un Napoleone un po’ buffo un po’ inquietante, che trotterella emettendo strani versi, parodia del Potere e fantoccio tragico di un mondo in cui tutto è replicante, spossessato del proprio destino e della propria soggettività.

La catabasi suicida della “Chimera”

È difficile capire dove, in Arthur, finisca la combattuta fascinazione per i corredi funerari che dissacra e dove inizi il sospetto che, se profana abbastanza tombe, prima o poi troverà quella che cerca. È l’ambivalenza dell’Appeso, la carta dei tarocchi richiamata dalla locandina del film: “Una carta di “gioiosa resa” – ha scritto Francesca Matteoni – oppure “di blocco e sacrificio doloroso”. E l’Appeso è “esplicitamente un condannato, uno sciamano, un esule, un criminale, qualcuno che ha il coraggio paradossale di arrendersi”.