Il cinema di Elfi Mikesch, sogni al femminile

Una musica hawaiana, una donna che si lava i capelli, uno scontro tra anelito di fuga ed esperienza abitudinaria in cui s’insinua una voce femminile che con cadenza poetica verseggia d’un desiderio di reciprocità amorosa. La musica diventa una ballata, la fuga diventa d’amore, una donna si asciuga i capelli. Immagini e voci si alternano per qualche minuto, un montaggio di materiale informe che produce una sensazione d’insoddisfazione, rafforzando il desiderio di qualcosa di compiuto. Le donne che popolano il cinema di Elfi Mikesch sono delle sognatrici che vivono una realtà precaria.

“Narciso nero” e le fantasie dell’Impero

Narciso nero (1947) appartiene alla fase di maggior successo del sodalizio artistico tra Michael Powell e Emeric Pressburger e della Archers, la loro casa di produzione. Tratto dal romanzo omonimo di Margaret Rumer Godden, questo teso melodramma sensuale ambientato in un convento di suore in uno sperduto angolo di India ai confini dell’impero britannico, attirò l’attenzione del pubblico e della critica in patria e all’estero.

Il cinema in costume di Kinugasa tra storia e melodramma

Film come La battaglia di Kawanakajima (1941) e Il bonzo mago (1963) testimoniano come Teinosuke Kinugasa sia stato un autore capace di giocare con la storia del Giappone. Il primo caso rappresenta una vera e propria acrobazia artistico-diplomatica per l’autore, che accoglie la richiesta governativa di opere a carattere storico ‘più serie’ dei popolari chambara del periodo.  In tutt’altro contesto si colloca Il bonzo mago, realizzato in anni certamente più permissivi e ambientato nell’epoca Nara (VIII secolo d.C.), un periodo caratterizzato da cambiementi culturali più che da spargimenti di sangue.

“Una storia vera” ma anche giusta e onesta

Questa storia però è “straight” anche perché è giusta e onesta: in un racconto on the road che fa da diretto contraltare a Cuore selvaggio, c’è un’apertura all’eventualità del pericolo e all’ignoto degli incontri che si risolve in una accettazione della condizione umana e del dolore, e nella possibilità del conforto fra consimili. E solo con quella lentezza che permette di osservare l’erba al lato della strada e accorgersi che è bellissima, si possono vedere realmente le persone e il paesaggio.

“Il ferroviere” e la condivisione di intenti e destini

Reduce da alcuni insuccessi commerciali, con Il ferroviere Germi firma la sua prima opera fortemente personale, debitrice verso il realismo francese di Marcel Carné e Jean Renoir. Nel racconto del ferroviere Andrea Marcocci, diviso tra il disumanizzante lavoro e una famiglia che sta perdendo la sua unità, l’autore trova la forma a lui ideale per esprimere una sensibile compassione verso la condizione di emarginazione sociale di cui lui stesso si fa portavoce: è Il ferroviere infatti il primo film del regista da lui stesso anche interpretato.

“Risate di gioia” favola “trucibalda”

La definizione di “favola di Capodanno” per descrivere Risate di gioia e l’enfasi posta sul ritorno del duo Magnani-Totò, con le perplessità dell’attrice a riformare una coppia da Rivista pochi anni dopo la vincita del Premio Oscar e la sua ossessione per non apparire così “trucibalda” come gli sceneggiatori l’avrebbero voluta, hanno oscurato l’indagine del film sul consumismo degli anni del boom economico. Quella “passione delle cose inutili” che domina le sfere del pubblico e del privato rappresentate nel film.

“Matrimonio in quattro” e le sperimentazioni di Lubitsch

Se Matrimonio in quattro può sembrare una commedia tipica alla Lubitsch, essa è in realtà un punto di svolta per il regista, che dopo il trauma di Rosita era intenzionato a lasciare gli Stati Uniti. Fortunatamente la Warner gli offre la possibilità di girare un film in libertà e questo diventa un modo per cercare di sperimentare e adattare il proprio stile al suo nuovo pubblico.

“Il ventaglio di Lady Windermere” e la commedia delle cose non dette

Gli sguardi di sottecchi, le occhiatacce, il dettaglio di un orecchio spiato attraverso un binocolo, la visione attraverso una serratura di un elaborato ventaglio che giace sul divano, l’utilizzo di monocoli, lorgnette e finestre raccontano più di quanto non sia necessario fare con le parole e nelle didascalie. D’altronde è la prova della maestria di Lubitsch che affermava: “Un film è bello quando è misterioso, con cose non dette”.

“Our Hospitality” e la trasformazione della comicità keatoniana

La legge dellospitalità, in originale Our Hospitality, è il secondo lungometraggio autoprodotto e diretto da Buster Keaton insieme a John G. Blystone. Film che vede una delle sequenze più note della filmografia di Buster Keaton, ovvero quella della cascata, un incredibile esercizio acrobatico che vede l’attore aggrappato ad un tronco, non molto stabile, al quale è oltretutto legato con una corda dalla quale non riesce a liberarsi.

“La Mayson du Mystère” ardito e articolato

Con La Mayson du Mystère il sérial francese arriva a sposare il poliziesco con i classici della letteratura. Al di là del titolo, infatti, che lascia presagire una vicenda all’insegna dello spionaggio e del mistero, la serie vira verso atmosfere più vicine a Victor Hugo e i suoi Miserabili con colpi di scena e desideri di vendetta. Interessante che una storia così francese sia realizzata da una casa di produzione, la Film Albatros, che era nota per ospitare artisti russi espatriati. 

“Down and Out in America” tra rabbia e compassione

Nel 1952 la carriera di Lee Grant fu stroncata dalla Commissione per le attività antiamericane, che per 12 anni le impedì di lavorare a Hollywood. L’esperienza acuì la sensibilità per i problemi di chi, come lei, si era trovato calpestato dal sistema – tema che divenne filo conduttore dei suoi documentari. In Down and Out in America (1986), il più celebre, Grant rivela la povertà epidemica causata dalla presidenza Reagan (1981-89), i cui effetti andarono ad aggiungersi a quelli della recessione innescata nel ’73.

Mamoulian e il musical hollywoodiano

A suffragare l’idea, prevalente nella critica su Rouben Mamoulian, del declino del suo cinema si è spesso preso come esempio l’ultimo dei suoi musical, La bella di Mosca (1957), confrontandolo con il celebre primo, Amami stanotte (1932). La vitalità dei virtuosismi registici che hanno contraddistinto l’autore sembra scomparsa nell’immobile frontalità di un’opera tutta incentrata su coreografie e scenografie. Eppure i due film nel loro comune atteggiamento autoriflessivo rispetto all’apparato linguistico hollywoodiano evidenziano piuttosto l’ascesa e il declino di un genere e di un’intera industria.

Bahram Beyzai e la nuova soggettività femminile

La Nouvelle vague iraniana vide tra i suoi protagonisti più interessanti Bahram Beyzai. I film di Beyzai riescono a sintetizzare perfettamente le caratteristiche principali di questa nuova corrente: lo stile poetico e allegorico, l’estetica realista, l’interesse per il mondo contadino e, soprattutto, il rifiuto dello sguardo maschile in funzione di una valorizzazione della soggettività femminile.

“Un sogno più lungo della notte” e la straziante richiesta di libertà

Il secondo e ultimo lungometraggio di Niki de Saint Phalle è un trionfo di fantasia e colori, un’esplosione di creatività che ridicolizza in esperimenti grotteschi ed esagerati la società capitalista espressione del potere patriarcale. Un’opera che riflette, attraverso la sua esuberanza, l’iperattività dell’artista francese, alla continua ricerca di nuovi modi di esprimersi. Infatti, dalla pittura alla scultura, passando per l’architettura, Niki de Saint Phalle ha raccontato se stessa e la donna.

“Amanti senza domani” per sempre

Con Amanti senza domani (titolo italiano poco felice rispetto all’originale e più neutro One Way Passage) Tay Garnett, sceneggiatore e prolifico regista – suo Il postino suona sempre due volte con Lana Turner – firma nel 1932 un piccolo gioiello in bianco e nero di soli sessantotto minuti: una commedia romantica e sofisticata, che richiama certi toni di Lubitsch, ma anche drammatica, che tratta temi pesanti come macigni – la malattia, la prospettiva di una morte prematura, l’assenza di futuro – con incredibile eleganza, leggerezza e ironia.

“La rosa tatuata” e il repertorio di Anna Magnani

Al contrario di quello che avviene in altri drammi dell’autore come Un tram che si chiama Desiderio La dolce ala della giovinezza, il passato non costituisce per la donna un rifugio da cui farsi opprimere né il punto di congiunzione tra una tragedia personale e il declino del Vecchio Sud. A Williams non importa in questo caso portare fiori per il Sud morto ma fornire a Magnani le occasioni per mettere in gioco il suo ampio repertorio di registri attoriali. 

Incontro con Ruben Östlund

L’appuntamento col pubblico, della durata di un’ora, è stato un percorso di rielaborazione delle prime esperienze con il cinema e del rapporto che il regista ha con la sociologia, scienza molto spesso ricorrente nei suoi film e passione trasmessagli dalla figura materna. Dagli esordi sui campi da sci in qualità di regista di video sportivi che gli hanno permesso l’ammissione alla scuola di cinema di Göteborg (anti-bergmaniana per eccellenza, in contrapposizione alla Stockholm Film School) fino alla fascinazione-inquietudine provata durante le proiezioni dei suoi film ai festival di cinema. 

“La signora della porta accanto” tra l’alchimia e l’amour fou

La signora della porta accanto, ventesimo lungometraggio di François Truffaut, è una storia d’amour fou nel senso più cinematografico del termine: l’alchimia tra Ardant e Depardieu è palpabile in ogni scena e il restauro in 4K permette di godere nuovamente appieno di luci, ombre e cromie che sottolineano gli stati d’animo dei protagonisti, ma è soprattutto la progressione drammatica della narrazione  a manifestare il loro graduale essere travolti dalla malattia d’amore.

Michael Powell e la commedia di costume

Succede sempre qualcosa (1934) e La sua ultima relazione (1936) sono due esempi di come Powell cerchi di forzare i limiti dettati dal sistema produttivo delle quote per impostare un discorso più personale sia dal punto di vista dell’analisi della società inglese degli anni Trenta che della forma cinematografica. I due film sono ascrivibili alla categoria delle “commedie di costume”, genere molto ampio che abbraccia ironia e satira, scandalo e mistero, indagine sociale e intreccio romantico.

“La Souriante Madame Beudet” e il potere emancipatorio dell’immaginazione

Se l’abilità della regista consiste mettere al servizio dell’impegno femminista la sua ricerca per lo sviluppo del linguaggio cinematografico La Souriante Madame Beudet di certo è un capolavoro particolarmente riuscito sotto questo aspetto. Allontanandosi da una rappresentazione realista e abbracciando un linguaggio onirico, mentre elabora una nuova sintassi cinematografica nel film ci offre una diversa immagine della femminilità, dove (anche) al genere femminile è concesso di desiderare e che tale desiderio può portare ad una sottile rivoluzione.

Incontro con Wim Wenders

Incontrando la stampa, Wenders ha parlato del restauro del suo Lampi sull’acqua – Nick’s Movie e dell’inizio della collaborazione tra la Cineteca di Bologna, la Wim Wenders Stiftung e CG Entertainment. Rievocandone la realizzazione, Wenders ha ricordato come fare un film su Nicholas Ray sia stato per lui molto particolare, vista la grande amicizia che lo legava al regista di Gioventù bruciata. Un coinvolgimento emotivo così forte ha reso l’esperienza estremamente diversa rispetto a quella avuta, per esempio, sul set del suo recente documentario che indaga il modo di vivere la religiosità di Papa Francesco.