“Finalmente l’alba” e le illusioni perdute

Finalmente l’alba, soprattutto all’inizio, sembra dialogare proprio con Bellissima: anche qui abbiamo una madre che vorrebbe vedere sua figlia entrare nel mondo dello spettacolo, ma, a differenza della pellicola di Visconti, questo è solo lo spunto iniziale per parlare di altro. Tuttavia questa prima parte sembra essere la più ispirata, quella dove Costanzo riesce a dipingere al meglio l’Italia del dopoguerra, portando avanti l’affresco storico iniziato già con L’amica geniale. 

“La natura dell’amore” e l’oggetto del desiderio

Non ci saranno risposte univoche o soluzioni giuste, ma è come se non ce ne fosse bisogno: l’obiettivo di Monia Chokri è “appesantire” l’amore con i contesti in modo tale da renderlo affascinante da seguire. A questo contribuiscono le scelte registiche, i dialoghi divertenti e accurati, e una garbata stilettata a chi ha notato in sé una nota di snobismo: gli alti standard morali non valgono nulla senza l’empatia per le persone di altri mondi.

Il caso “Tutti tranne te” e la nuova commedia romantica

Partendo dal presupposto che la commedia romantica è un genere che non permette particolare originalità, poiché la narrazione deve passare da una serie di stazioni fondamentali (l’incomprensione, il confronto, la riappacificazione), gli elementi su cui lavorare creativamente sono i personaggi e il setting. Costruendo personaggi ben caratterizzati le dinamiche si animano e si diversificano, e qui è la caratterizzazione di Sidney Sweeney a trascinare con sé il pubblico.

“Past Lives” speciale III – L’immagine dell’altro

La semi-autobiografia di Celine Song è un film in cui traspare non il doppio, ma l’individuo. Si tratta di un lungometraggio in cui la realtà viene filtrata attraverso l’esperire dei singoli personaggi e non da un soggetto collettivo come può essere la coppia innamorata, e che quindi travalica le aspettative legate al “film uscito a San Valentino”. Una piacevole e malinconica sorpresa accompagnata dalle note dei Grizzly Bear.

“Past Lives” speciale II – Tra amori e identità

Past Lives è l’esordio cinematografico di Celine Song, certamente un film sulle diverse declinazioni del concetto di amore; di come sia soggetto alle variabili temporali e spaziali, come diversi tipi di amore appartengano a diverse fasi della vita e come queste relazioni possano coesistere e stratificarsi fino a creare un mosaico  di amori. Ma Past Lives è soprattutto un film sull’identità: su come venga plasmata dai nostri legami e dalle nostre scelte.

“Past Lives” speciale I – L’equilibrio tra detto e non detto

Questo è un indie movie romantico, agrodolce ma venato di ottimi momenti comici, e ciò forse permetterà anche una approvazione generale al di là dell’età: dai più anziani che amano Harry, ti presento Sally ai giovanissimi che forse saranno più attratti dalla componente di cultura coreana, fino ai critici coetanei della regista, più attenti sia al buon cinema che alle micro tendenze che di giorno in giorno possiamo osservare in questa industria.

“Il colore viola” tra impegno e spettacolo

I pur notevoli numeri musicali, che diretti con maestria  sottolineano e alleggeriscono i momenti più delicati del racconto, ripropongono di fatto un tradizionale immaginario legato all’afroamericano che la nuova produzione black sta cercando tenacemente di smantellare. Jazz e blues associati a neri dissoluti e lussuriosi, work songs su massacranti lavori di massaie, operai e chain gang, tutti interpretati con sorrisi, mossette e gridolini è quanto di più stereotipato Hollywood continui testardamente a proporre.

“Green Border” e l’orrore del confine

In un’odissea di fughe drammatiche e difficili ricongiungimenti, la regista polacca utilizza il suo cinema come voce indipendente, depurata dall’intensità patriottica e da qualsiasi inclinazione verso facili retoriche. Tutto ciò contribuisce a rendere Green Border un lucido manifesto corale, memore della lezione universalistica di Andrzej Wajda, uno dei maestri della cineasta: ogni male è da condannare e, nel momento in cui si gira un’opera su un presente buio, essa porta già con sé i germi del futuro.

“Te l’avevo detto” e l’apocalisse collettiva

Dopo il buon successo di critica ottenuto con il suo esordio, Magari (2020), Ginevra Elkann ritorna ad occuparsi di una serie di coppie disfunzionali con Te l’avevo detto, sceneggiato sempre insieme a Chiara Barzini con l’aggiunta di Ilaria Bernardini. Diversamente dal primo film, non sono tanto i legami sentimentali quanto le dipendenze e gli incubi del passato a caratterizzare i rapporti tra i personaggi.

“How to Have Sex” e la diseguaglianza del consenso

How to Have Sex, seppur contrassegnato da un incipit all’insegna del divertimento, il mezzo che concede alle tre protagoniste di eludere provvisoriamente una generale ansia per il futuro, è un film che richiede agli spettatori di prestare attenzione ai silenzi. Rispetto alla cornice, a emergere quali fondamentali aspetti nell’economia della narrazione, siano studiati e approfonditi o tracciati rapidamente, sono i piccoli gesti, le allusioni, le intuizioni e i non detti.

Ripartire (ancora) dal desiderio – Speciale “Povere creature!”

Il motore primo di Frankenstein è il fallimento genitoriale: dopo nove mesi passati a creare il mostro e a dargli vita, il dottore rifiuta il suo ruolo di genitore e la possibilità di provare empatia verso il neo-nato, scappando dalla sua stessa creazione. Povere creature! è profondamente debitore al romanzo di Shelley. La vicenda parte dalla premessa opposta e si chiede: cosa sarebbe accaduto se il genitore del mostro si fosse assunto la responsabilità di ciò che ha creato? E cosa accadrebbe se la creatura fosse una donna?

Dove l’eccesso è la norma – Speciale “Povere creature!”

Un giorno Dio creò l’uomo e fu il primo sguardo. Al suo meglio il cinema ci restituisce uno sguardo sul mondo come se fosse la prima volta che lo vediamo. In Povere Creature! l’identificazione con lo sguardo della “idiota” Bella Baxter permette a ogni nuova scena un’esperienza di questo tipo in una screwball post-umanista che si fa grande destrutturazione delle colonne portanti su cui si regge la convivenza umana: famiglia, denaro, matrimonio, identità, uomo, donna, Dio, umanità. Nulla può più rimanere stabile, tutto eccede e così si aprono nuove vie all’immaginazione.

“Yannick” e il rito sociale del palco

Più che a graffiare il contemporaneo alla Luis Buñuel, Dupieux sembra interessato a burlarsi in maniera leggiadra dei suoi riti di funzionamento, mettendo in luce, in una sorta di dimostrazione per assurdo, il nostro assoluto spaesamento quando questi vengono aboliti. I personaggi principali sono poi sempre perpetuamente mossi da obiettivi strampalati o irrilevanti, lasciandoci però alla fine il dubbio che i nostri possano in fondo esserlo altrettanto.

“Il punto di rugiada” e gli ospiti della memoria

Il punto di rugiada è la temperatura di raffreddamento dell’aria che consente il processo di condensazione del vapore acqueo ivi presente e può creare, a volte, le condizioni per una nevicata. Questo è il concetto fisico che ha ispirato il titolo del film di Marco Risi ma inevitabilmente vi è anche un significato metaforico che allude al punto di trapasso dell’esistenza umana.

“The Holdovers” a lezione di classico

Fin dai titoli di testa entriamo in un altro microcosmo, il cinema hollywoodiano anni ’70 di Ashby, Schlesinger, Schatzberg: impronta realista, colori desaturati, musica folk, suoni ambientali, lunghe dissolvenze, personaggi solitari, spigolosi, umani. Un cinema classico, i cui elementi sono facilmente identificabili. Ma non si tratta di mimare il classico, piuttosto di mettere in relazione questi elementi, farne un giusto uso.

 

“Viaggio in Giappone” sulle spalle di Isabelle Huppert

Il film eccelle per la performance di Isabelle Huppert, la cui immensa statura attoriale, pluripremiata nei più importanti festival internazionali, le consente di virare dal drammatico al buffo attraverso una interpretazione magistrale delle infinite sfumature di Sidonie, un personaggio femminile coraggioso che evolve in modo graduale, quasi impercettibile nel suo ritorno alla vita, al futuro e di nuovo all’amore, sulle note al piano di Bach e di Ryuichi Sakamoto.

“Enea” che prima afferma e poi nega se stesso

Castellitto, insieme ad altri come i fratelli D’Innoncenzo, sembra che stia mettendo in pratica delle prove, procedendo in modo empirico, affermando e poi negando, prima a sé stesso, poi a noi, chiedendoci qualcosa in più, di seguirlo, di andare oltre. Dovremmo capire però – lo capiremo sicuramente in futuro – se questi tentativi porteranno da qualche parte o se saranno proprio la cifra stessa di questi lavori all’insegna di un cinema digitale frammentato.

“Perfect Days” e la difficile arte della semplicità

Si resta come frastornati dalla ricchezza umana di questo protagonista e dalla capacità di Wenders di far accadere le cose, senza forzature, con una discrezione anche stilistica centratissima e decisiva, totalmente al servizio di un pedinamento umano ed esistenziale. Di più, forse. Wenders mette in scena il suo amore per il cinema. Filma la sua urgenza di filmare ma senza peso, senza mostrarla, senza mostrarsi, al servizio di una visione, restando nell’ombra.

“Il ragazzo e l’airone” speciale II – Lo spirito della Terra

Il ragazzo e l’airone sembra non risentire minimamente del tempo trascorso, per via della sua coerenza tematica e autoriale che lo inserisce perfettamente nella filmografia più recente del regista nipponico. Con quest’opera infatti, Miyazaki chiude la sua personalissima trilogia degli elementi. Dopo essersi inabissato nelle profondità marine con Ponyo sulla scogliera e aver scalfito l’Aria con il già citato Si alza il vento, con questo terzo appuntamento l’autore giapponese fa i conti con la Terra.

“Il ragazzo e l’airone” speciale I – Dentro la natura del mondo fantastico

La profonda consapevolezza dell’irreversibilità dello stato di corruzione e decadenza del mondo umano e una luminosa ostinazione di volerne far parte nonostante tutto: i personaggi di Miyazaki hanno accesso alla dimensione superiore, ai campi in cui energie superiori governano il disequilibrio del mondo sottostante. Ma quando vengono posti di fronte a una decisione, decidono sempre di tornare all’umano.

“Wish” ma non posso. Il bigino dei 100 anni Disney

Da una parte Wish è il nuovo segmento di un percorso ben attento a non pestare i piedi a nessuno, che dà vita a narrazioni costantemente equilibrate, giustificando ogni singola azione, scelta o pensiero dei suoi personaggi per cercare di non creare malumori, disuguaglianze o discriminazioni. Dall’altra, il film coglie pigramente l’occasione di omaggiare tutti i classici che l’hanno preceduto, fornendo un’occasione giocosa ma fine a se stessa.