“Matti da slegare” ancora oggi
Matti da slegare è un documento storico che parla di una determinata epoca e di un esperimento cinematografico che abbraccia contenuto e formula produttiva. Questo non significa, tuttavia, che questo carattere di testimonianza storica ne esaurisca il valore. A guidare i quattro autori, come dichiarato nella nota introduttiva, è la ferma convinzione di far parlare i pazienti senza “ripulire” i loro discorsi e normalizzare la “‘diversità’ del parlato proletario”. Non c’è, quindi, il tentativo di un approccio asettico e che rivendica oggettività.
“Priscilla” è una di noi
Con il tono distaccato e inafferrabile che da sempre accompagna le storie delle sue giovani protagoniste, Sofia Coppola incornicia in un perimetro ovattato, fatto di moquette, frullati e tende, la vita sentimentale di una vergine alle prese con le montagne russe del primo amore. Un dramma interiore che non necessita di volumi alti, lei sempre leggera e imprendibile, a dispetto del contesto musicale fragoroso per eccellenza in cui ebbe luogo, del quale in Priscilla, non a caso, non si sente alcuna eco.
“Orlando” biografia politica per sopravvivere alla violenza
Quando sei dissidente, ci ricorda Preciado in Orlando, la tua esistenza è una lotta; il tuo corpo, il terreno su cui si svolge la battaglia; la tua storia, la storia di tuttə lə dissidenti come te. Portare avanti un racconto collettivo, quindi, è un dovere: perché è necessario sopravvivere alla violenza per raccontare la propria storia, ma anche perché è necessario raccontare la propria storia per sopravvivere alla violenza.
“Il vento soffia dove vuole” e lo stesso fa il cinema
Marco Righi mette in dialogo la storia di un lutto e di una fede, mentre il resto lo lascia a una spaesante attesa. Poi prende l’atteggiamento sinfonico e naturalistico di certo cinema italiano che va da Piavoli a Frammartino, passa dalla contemplatività emergente del cinema internazionale degli ultimi vent’anni, per arrivare con convinzione al trascendente nel cinema, quello di Schrader, attorno a cui fonda tutta l’ossatura di un film fatto di distanze oltre che di attese, costruito su un approccio fisico, materiale, immanente.
“Another End” in cerca di filosofia
Il secondo film di Piero Messina riflette nuovamente sul tema della perdita, sulla condizione universale del dolore nel momento in cui si perde una persona cara. Il mondo costruito in Another end è composto principalmente da individui fragili, incapaci di gestire la sofferenza, terrorizzati dal fronteggiare le proprie emozioni che li investono e li lasciano inermi. Così Sal precipita nell’inazione, nel vuoto proprio di chi non ha più niente per cui vivere, come se il senso della sua esistenza fosse interamente racchiuso in Zoe.
“May December” e la moralità dello zoom
Il senso non si produce quindi dall’enfatizzazione del dettaglio, ma dall’accostamento tra movimenti divergenti, come nei film rosselliniani girati con il Pancinor. Certo, in Haynes non c’è alcun progetto pedagogico, eppure è comune la valenza epistemologica affidata allo zoom in quanto strumento di investigazione dello spazio e focalizzazione dello sguardo per lo spettatore. La melodrammatica ricorrenza, sempre variata, dello zoom permette allo spettatore di imparare, solo grazie a espedienti formali, a connettere immagini apparentemente discordanti.
“La terra promessa” e i cowboy dello Jutland
In La terra promessa lo sguardo proiettato sulla storia è infuso da una mentalità profondamente moderna. Il titolo originale, Bastarden, è la chiave di lettura per comprendere la sfumatura che Arcel assegna al film. L’obiettivo principale, infatti, sembra quello di mostrare la possibilità di una famiglia fondata unicamente sull’amore e non necessariamente dai legami di sangue. In un momento storico in cui siamo costretti ad affrontare teorie che rilanciano presunti valori tradizionali, Arcel ci ricorda che a stabilire i legami tra gli individui è lo scegliersi reciprocamente.
“Notre corps” tra la materialità del corpo femminile e la politica della vulnerabilità
Notre corps agisce sui limiti del documentario e li espande, registrando la vita dei diversi corpi femminili che osserva con tutto il loro carico di narrazioni. Le storie di questi corpi sono raccontate dalle loro ferite, dai sintomi riportati sulla cartella medica, dalla quantità di sofferenza a cui hanno assistito e che hanno subito, ma non solo: quello che viene messo in luce da Simon sono i nodi che uniscono le esperienze uniche delle singole donne e il sistema entro cui vengono iscritte.
“Persepolis” e la genesi del film
“Scrivendo i libri, ho dovuto ripercorrere sedici anni della mia vita, comprese le cose che avrei decisamente preferito dimenticare. È stato un processo molto doloroso. Avevo il terrore di cominciare a scrivere la sceneggiatura, e non avrei potuto farlo da sola. La parte più difficile è stata cominciare, e prendere le distanze dalla storia in prima persona. Abbiamo dovuto ripartire da zero per creare qualcosa di diverso, ma con lo stesso materiale” (Marjane Satrapi).
“Ancora un’estate” come decostruzione del desiderio femminile
In questo atto di ribellione, in questo sconfinare dell’istinto e della pulsione, Breillat anziché allargare il respiro del racconto e delle immagini, stringe ancor di più e lascia che siano i lunghi primi piani di Anne a comunicare l’estasi del piacere. Del resto, Ancora un’estate non è una storia d’amore, nemmeno d’amour fou: è un film su una donna che combatte (in primis contro sé stessa) per affermare il proprio posto, il proprio diritto alla libertà, il proprio corpo e il proprio desiderio.
“Un altro ferragosto” e l’incerto scenario umano
Forse per demarcare una differenza rispetto a tanta altra commedia italiana odierna da cassetta, Virzì filma il tutto con moltissima camera a mano, muovendosi da un gruppo di soggetti all’altro in piani sequenza coreografati, concedendosi il guizzo di alcuni montaggi interni per mettere l’accento su elementi di sfondo. L’effetto finale, però, più che autoriale, sconfina sorprendentemente verso territori mucciniani.
“Totem” e l’esistenza che pulsa
Lila Avilés riduce lo spazio filmico per farne la propria casa interiore, lo specchio uguale e difforme di un proprio interno topologico affettivo. E lo fa ponendosi a distanza ravvicinata dai soggetti coinvolti, scontornando i desideri celati sotto gli obblighi di un protocollo sacro e pagano. Sono frustrazioni e bisogni nati per essere disattesi dall’ineluttabilità degli eventi, ma che svelano tutte le umane contraddizioni di questa sospensione schiacciante.
“Sull’Adamant” tra sguardo e soggetto
Philibert non cede mai al sentimentalismo né a una rappresentazione drammatica della malattia mentale, ma se questo è sicuramente un requisito indispensabile per garantire al documentario la sua riuscita, allo stesso tempo non si percepisce mai un coinvolgimento emotivo che permetta all’intero lavoro di sembrare qualcosa di più di un reportage su un atelier artistico d’avanguardia, di cui vengono presentati i laboratori e i loro partecipanti.
“Drive-Away Dolls” Speciale II – B Movie a tinte queer
Drive-Away Dolls è il primo film di finzione di Ethan Coen senza il fratello Joel e mostra chiaramente come il suo apporto decisivo alla loro filmografia fosse soprattutto la tensione ironica, elemento imprescindibile di tutta la loro opera. Non a caso il primo film da solista di Joel, Macbeth, ne è completamente privo, modellato da un rigore formale estremo e a tratti legnoso. Nella separazione fisica dei due fratelli c’è anche una scissione estetica che rivela come le loro tematiche siano complementari e necessitino l’uno dell’altra.
“Drive-Away Dolls” Speciale I – Divertissement in salsa pulp
Opera tautologica di fatto e irriverente, ma solo nelle intenzioni, Drive-Away Dolls, ambientato nel periodo più crepuscolare dell’american dream, ha i toni della commedia grottesca e l’impeto caricaturale di Arizona Junior, ma la critica sociale si tramuta in un vaudeville trash che depotenzia la satira; non è così facile quindi sabotare il debordante immaginario conservatore a stelle e strisce come era avvenuto con Il grande Lebowski.
“American Fiction” e il cliché della satira sugli stereotipi
Un film in apparenza dissacrante, in realtà perfettamente in linea con il riscoperto spirito progressista di Hollywood che, dettato dalle nuove prospettive sociali e culturali inerenti l’annosa questione etnica americana, finisce spesso per auto-incensarsi con pellicole superficialmente innovative che invece ribadiscono ruoli e gerarchie sociali consolidati nel tempo e nella storia nazionale (come 12 anni schiavo o Green Book, solo per ricordare gli eclatanti casi più recenti).
“Caracas” nel rimpianto di una Napoli confusa
D’Amore ricerca in maniera quasi ossessiva una risposta emotiva dello spettatore. Dimostra un buon occhio registico e una mano piuttosto sicura, con l’eredità della serie Gomorra che lo spinge a un approccio visivamente ricercato e di ambizione internazionale, come già ne L’immortale. Il suo stile narrativo è però qui infarcito di troppi punti esclamativi e, per quanto si tratti di un registro omogeneo alla contemporaneità, ciò non giova all’evidente ricerca di una singolarità autoriale.
“La sala professori” sull’orlo del precipizio scolastico
La sala professori (Das Lehrerzimmer) di Ilker Çatak, presentato in concorso nella sezione Panorama della Berlinale 2023 e candidato agli Oscar come Miglior film internazionale, è un film che si sviluppa come un giallo ambientato tra le mura scolastiche, il cui obiettivo non è però quello di risolvere un caso ma di usarlo come pretesto per mettere in scena una rappresentazione intensa e sfaccettata del sistema educativo tedesco e delle sue contraddizioni.
“Dune – Parte 2” Speciale IV – L’immaginario del blockbuster
La mitologia dell’opera seminale di Herbert rimane pertanto un laboratorio in cui fondere linguaggi poco affini, nel tentativo di sintetizzarli in un ibrido irriconoscibile. Una spedizione alla ricerca del blockbuster dei nuovi anni Venti, tra sensibilità autoriale e gusto del pubblico, tra complessità e accessibilità, seguendo un concetto personale di bellezza al fine di ampliarlo e renderlo qualcosa di condiviso e universalmente apprezzabile.
“Dune – Parte 2” Speciale III – Sulla resistenza e il potere
Se infatti la figura del white messiah rappresenta quasi una forma di controllo esercitata dalla classe dominante sulla rivolta a un sistema che lei stessa ha creato, inglobandola e rendendola innocua, Paul usa invece la sua provenienza privilegiata per scatenare la rabbia degli oppressi, liberarli, scardinare il sistema di potere in cui è nato e instaurare il proprio. In Dune, insomma, il white messiah smette di essere un vuoto archetipo post-coloniale e diventa un’altra incarnazione del potere dominante, che però rifiuta di farsi inglobare.
“Dune – Parte due” Speciale II – Il simbolo del cinema contemporaneo
Dune – Parte due è un film che si rivolge ad una platea potenzialmente ampia: i conflitti più evidenti, il ricorso frequente a strutture melodrammatiche e una dimensione seriale meno aperta fanno di questa pellicola un racconto più accessibile, più compatto e, in fin dei conti, più piacevole. Tuttavia, la visione estetica che filtra ogni elemento del film fa sì che Dune – Parte due segua una direzione autoriale precisa per tutta la sua durata, ponendosi effettivamente come un blockbuster diverso.