“Killers of the Flower Moon” speciale I – Le macerie del passato americano

Killers of the Flower Moon, tratto dal libro di David Grann Gli assassini della terra rossa, si colloca senza dubbio tra i film più violenti e spietati dell’intera filmografia di Scorsese. Un’opera tanto splendida quanto agghiacciante in cui il regista newyorkese denuncia l’orrore con la lucidità e la freddezza di chi sa che non smetterà mai di riproporsi. Col fare dell’antropologo, Scorsese ricostruisce un mondo rendendolo credibile grazie ad una sceneggiatura solida e ad una maniacale cura del dettaglio

“Mother, Couch” e i dialoghi con la propria madre

Un’anziana donna con una vistosa acconciatura bionda è seduta su un costoso divano verde in uno sterminato quanto malconcio mobilificio nel nulla americano. Nonostante il devoto figlio David le chieda più volte di alzarsi in modo da andare via, lei si rifiuta di farlo. Questo l’inizio di Mother, Couch (2023), sorprendente opera prima di Niclas Larsson, sospesa in una ironica dimensione onirica e surreale che diventa sempre più accentuata con il progredire del film e il serrarsi dei dialoghi tra David e la madre.

“La passion de Dodin Bouffant”, amore e cucina artigianali

La passion de Dodin Bouffant di Tran Ahn Hung, vincitore del premio per la migliore regia al Festival di Cannes 2023, propone una rappresentazione meticolosa dell’esperienza culinaria. I cibi e le modalità di preparazione rappresentati dal regista vietnamita sono un’esperienza estetica e sensoriale, ma sono anche l’espressione di un pensiero, di un modo preciso e connotato di intendere il tempo e i rapporti.

“Palazzina Laf” tra vittima e carnefice

La Palazzina Laf, quella che dà il titolo al film e che Riondino e il suo co-sceneggiatore Maurizio Braucci mettono al centro della narrazione, è una sorprendente, surreale metafora. È qui che il sogno fantozziano dell’impiegato fancazzista cambia di segno e si trasforma in un incubo, un girone dantesco in cui l’inattività forzata, il demansionamento immotivato, il lento scorrere del tempo senza scopo e senza possibilità di fuga, diviene un’arma micidiale nelle mani dei padroni.

“Holiday” e la verità come domanda

Girato lungo le strade impervie e i sottopassi delle ferrovie di una Liguria volutamente aspra e in una Genova poco riconoscibile, Holiday si concentra, come BB e il cormorano (2003) e Padroni di casa (2012), i due precedenti film di Gabriellini, sull’idea di limbo esistenziale, inseguendo i protagonisti nella loro ricerca di sospensione dalla vita e dalle sue responsabilità. In questo l’idea di vacanza come sospensione metaforica è centrale per il film.

Le Giornate del Cinema Muto 2023. Un bilancio

Le Giornate del Cinema Muto di Pordenone, dirette da Jay Weissberg, nate nel 1982 dalla collaborazione tra la Cineteca del Friuli di Gemona e Cinemazero di Pordenone e giunte ormai alla 42esima edizione, sono una cornucopia dispensatrice di seminari, pellicole rare, nuovi restauri e classici del cinema muto, richiamando nel consueto appuntamento di ottobre cinefili e studiosi internazionali del cinema degli esordi.  

“Diabolik, chi sei?” e lo svago cinefilo

Se il ritmo non sempre regge, se la tensione a volte latita, se non mancano ingenuità e scivoloni, lo si perdona volentieri ai Manetti, prendendo in cambio il divertimento analogico d’antan, il gioco dei cameo, lo svago citazionista che regala questo fumettone bidimensionale e stilizzato. Ma d’altro canto il fascino di Diabolik, sempre uguale a se stesso, non è un po’ anche questo?

“Inu-Oh” esperienza sensoriale trionfale

Yuasa e il team creativo da lui coordinato riescono nell’impresa di sublimare eventi dolorosamente reali in un’opera esaltante dal punto di vista sensoriale, ma che non manca dell’adeguata sensibilità nel trattare gli aspetti che la richiedono. Inu-Oh si dispiega quindi in un magniloquente viaggio attraverso ferite e folclore di un Paese che, anche al netto della ricchissima filmografia nipponica, forse non era mai giunto fino a noi in una veste al contempo tanto bizzarra quanto profonda ed entusiasmante.

“Il ritorno di Maciste” nostro contemporaneo

Con l’espediente cinefilo di far uscire Bartolomeo Pagano dallo schermo al termine della proiezione di Cabiria (1914) di Pastrone al cinema Lux di Torino, Il ritorno di Maciste (2023) immerge un’icona del muto nel nostro mondo globalizzato, giocando con quella mescolanza tra arcaicità e modernità alla base dello stesso personaggio di Maciste che proiettò Pagano, umile camallo del porto di Genova, sulla scena cinematografica internazionale, facendone uno degli attori italiani più pagati degli anni Venti.

Ingrid e Anna. Storie di cinema e di arcipelago

Nell’arcipelago delle Eolie, in quella primavera-estate del 1949 non ci sono soltanto Roberto Rossellini e Ingrid Bergman per girare Stromboli. L’energia dei vulcani rapisce come in un incantesimo di lava – e di gelosia – anche Anna Magnani. Con la diva giunta alle Eolie il 7 giugno, Vulcano diretto da Dieterle e prodotto dalla stessa Magnani sarà il film rivale, che la vedrà protagonista per sfogare la sua rabbia di donna tradita.

“Sick of Myself” tra body horror e satira del narcisismo

Da un regista che esordisce così in grande, con un film folle come Sick of Myself, c’è da aspettarsi di tutto. Perché Syk pike – questo è il titolo originale – sa essere tante cose assieme: innanzitutto non è una commedia, come è stato scritto da tante parti e come è furbescamente riportato sulla locandina, ma una satira drammatica eppure pregna di dark humor ma soprattutto è un body horror con tutti i crismi del genere, un film di cronenerghiana memoria che mette in scena orribili mutazioni corporee per parlare di alcuni aspetti della nostra società. 

“Dogman” malinconico post punk

Il film è il frutto di una commistione culturale, che guarda al cinema di genere, ad accattivanti soluzioni stilistiche, all’importanza della musica come valori aggiunti nella messa in scena e alla costruzione di un personaggio iconico che sia specchio della contemporaneità. Besson evidenzia in maniera ancora più marcata, rispetto a quanto fatto in passato, la sua duplice natura: da una parte il regista ribelle e insofferente alle regole (quasi post punk), dall’altra l’autore dalla vena malinconica.

“Riabbracciare Parigi” e la consapevolezza della Storia

Ispirato all’esperienza vissuta dal fratello della regista, anche Riabbracciare Parigi, ultimo film di Alice Winocour, non diversamente da due pellicole recentissime, Novembre di Cédric Jimenez e Un anno, una notte di Isaki Lacuesta, prende spunto, pur senza farne esplicitamente menzione, dagli attentati del 13 novembre 2015. Discostandosi, tuttavia, sia dalle opere appena citate, sia da un’importante raccolta di articoli quale V13, attraverso cui Emmanuel Carrère ha riunito da una parte le testimonianze offerte da superstiti e parenti delle vittime, dall’altra illustrato la follia alla base del piano concepito dagli imputati.

“Film Bianco” mediano ma supremo

Sarà la posizione mediana, in ogni caso Film Bianco resta il “colore” (la tastiera aveva inizialmente scritto “dolore”, refuso rivelatorio quant’altri mai) solitamente più trascurato quando in realtà è quello massimamente esemplare della suprema capacità di Kieslowski di dare forma e temperatura alla temporalità altrimenti invisibile delle scelte decisive e degli scambi di personalità, riconoscendo la stessa importanza ai silenzi o ai colpi di scena, alle lacrime inattese e al desiderio più flagrante.

“Pasolini – Cronologia di un delitto politico” e la colpa senza fine

Pasolini. Cronologia di un delitto politico è un modo per celebrare il processo invocato dallo scrittore e regista, sia attraverso il famoso articolo “Che cos’è questo golpe? Io so” pubblicato sul Corriere della Sera nel 1974, sia attraverso il romanzo Petrolio. Le testimonianze e i materiali raccolti da Angelini parlano di una classe politica indifferente, quando non collusa con la Destra fascista, verso la persecuzione giudiziaria, mediatica e anche fisica a cui Pasolini fu sottoposto fin dal 1949.

“Nata per te” e per tutte le famiglie

Quante altre volte, per slancio idealistico sulla “giusta causa” da promuovere, abbiamo visto un personaggio farsi bandiera di un obiettivo, senza se e senza ma, affrontando e abbattendo man mano ogni argomentazione contraria: qui Luca, fervente cattolico, ammette di ritenere in cuor suo che due genitori siano meglio di uno solo single; non solo, la costruzione del suo rapporto con Alba non ricalca lo schema difficoltà-superamento alla Kramer contro Kramer, ma si giova di un provvidenziale aiuto dei parenti ed è un lavoro mai finito, esattamente come accade in qualsiasi famiglia.

“La moglie di Tchaicovsky” e lo spazio chiuso della società

La passione assoluta si riflette nella costruzione che il regista fa dello spazio scenico: chiuso, soffocante, sena nessuna apertura all’esterno. Non ci sono panorami, paesaggi, luce, tutto è grigio, avvolto dalla nebbia e dal buio, stretto intono ai corpi e alle azioni dei protagonisti. Gli spazi si sovrappongono l’uno con l’altro, in un flusso trascinante e febbrile che impedisce quasi di respirare. Una corrente che travolge e confonde, togliendo la percezione del tempo, il senso dell’orientamento, il lume della ragione.

“Kafka a Teheran” per dibattere l’autorità

Kafka a Teheran è unfilm a episodi in undici quadretti, nove dei quali raffiguranti situazioni quotidiane di Teheran e caratterizzati dalla stessa impostazione: macchina da presa fissa, un campo in cui un soggetto democratico chiede un certo tipo di riconoscimento o di diritto, un fuori campo autoritario la cui funzione è di negarglielo in nome di una legge superiore. A differire solo prologo ed epilogo: il primo una sinfonia urbana, sempre a macchina fissa; il secondo, finalmente, un contro campo sul volto scoperto di un potere agonizzante con la macchina da presa che si libera.

“Il cielo sopra Berlino” nelle parole di Wim Wenders

Racconta Wenders: “Io ho provato un desiderio, e mi è balenata la luce di un film a Berlino, e quindi anche su Berlino. Un film che potesse dare un’idea della storia di questa città dalla fine della guerra. Un film che riuscisse a far lievitare, a palesare nelle sue immagini ciò che in tante pellicole ambientate qui manca, ma che appena si arriva in questa città sembra esser lì davanti ai tuoi occhi in modo così tangibile: un insieme di sensazioni, certo, ma anche un qualcosa nell’aria, che senti sotto ai tuoi piedi, che ritrovi nei volti degli altri; insomma tutto ciò che fa la differenza tra vivere a Berlino e in un’altra città”.

Wes Anderson, Roald Dahl e lo squarcio del perturbante

In tutti e quattro i cortometraggi Anderson mette in scena l’irruzione di qualcosa che spazia dal peculiare al sinistro in un contesto familiare ai suoi personaggi, e che anche per un solo momento turba il quotidiano incedere delle loro vite. La minaccia di un evento che potrebbe essere bellissimo o terribile – il dono di poter vedere senza guardare, la facoltà di spiccare il volo, una scommessa impensabile e la possibilità di salvarsi da un morso mortale – incombe sui personaggi tanto quanto incombe su chi li guarda, mettendoli sullo stesso piano.

“Asteroid City” speciale III – La finzione e la realtà (esistenziale)

L’uomo non è un animale razionale come voleva Aristotele, ma un essere mosso da forze inconsce incontrollabili. In questa scena non solo vediamo la chiave di lettura del film, ma anche come Wes Anderson intenda l’animo umano e, allo stesso tempo, come intenda l’arte in generale. Si tratta anche di una rivendicazione estetica secondo la quale non serve che le azioni dei personaggi vengano sempre spiegate. Asteroid City racconta di un essere umano che soffre, incapace di comunicare col prossimo, ma anche di capire se stesso.