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Archeologia in analogico. Pasolini e la “Ricotta” inedita

Nell’incontro di presentazione della versione restaurata de La ricotta tenutosi durante l’ultima edizione del Cinema Ritrovato, Francesca Angelucci e Alberto Anile hanno raccontato la vicenda fortuita e incredibile del ritrovamento di una copia abbandonata del film Ro.Go.Pa.G. nei magazzini delle frontiere doganali ferroviarie, tra materiali destinati al macero. Una versione “intatta” de La ricotta di Pasolini, prima che l’urgenza del processo ne pretendesse i rimaneggiamenti, i tagli di circa dieci metri di pellicola, i ri-doppiaggi, gli spostamenti di primi piani con altri: La ricotta come Pasolini l’aveva pensata montata e licenziata per le sale.

Le parole di Pasolini

Nelle celebrazioni del centenario pasoliniano tutti stiamo spendendo tanti discorsi per ricordare come si deve l’autore e la sua grandezza. Ma talvolta è ancora più saggio ascoltare le sue parole, dichiarazioni, interviste, da considerarsi un’opera nell’opera. Per esempio, a proposito del Vangelo, quando spiega: “La mia lettura del Vangelo non poteva che essere la lettura di un marxista, ma contemporaneamente serpeggiava in me il fascino dell’irrazionale, del divino, che domina tutto il Vangelo. Io come marxista non posso spiegarlo e non può spiegarlo nemmeno il marxismo”.

Cecilia Mangini dal fotoreportage al documentario. “Il mondo a scatti” e il mistero di uno sguardo

Il film mostra gli esordi di Cecilia Mangini fotografa e documentarista, ma lo fa connettendo saldamente il suo passato alla Cecilia dell’oggi che dichiara il suo amore per le immagini che catturano la verità racchiusa nella così detta realtà e che ancora si interroga sui significati che questa parola, ‘realtà’, può assumere, nel momento in cui si accetta la sfida di rappresentarla. La sua passione per la fotografia la porta all’altro suo grande amore, il cinema, quello documentario; gli scatti della sua Zeiss si mettono in movimento e il bianco e nero diventa colore in 16 mm.

“Il Decameron” di Pasolini per il puro piacere di raccontare

La trasposizione boccaccesca di Pasolini è, senza mezzi termini, un puro distillato artistico, dove il cinema “alto” (d’autore) convive felicemente con quello più “popolare” (cosiddetto di genere). Fin dall’origine letteraria, Il Decameron è d’ispirazione nobile, nonché un film d’arte profondamente personale, poiché Pasolini non si limita a trasporre pedissequamente quanto scritto dal Boccaccio, ma lo plasma secondo la sua poetica: a cominciare dall’ambientazione, che (pur mantenendo il contesto medievale del modello) da quella toscana predominante nell’opera letteraria si trasferisce nella Napoli popolare.

Un teorema sull’autore e sull’attrice

Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini viene generalmente letto, seguendo anche alcune dichiarazioni del regista alla presentazione del film alla contestata Mostra di Venezia del 1968, come un apologo sull’irrimediabile crisi della borghesia. Si può aprire tuttavia anche un nuovo orizzonte interpretativo, valorizzando storicisticamente il contesto di ricezione del film nella Mostra del 1968: Teorema come enunciazione sull’autorialità nel cinema, sulla tensione verso un discorso filmico anti-egemonico ma anche sulle inevitabili contraddizioni tra autorialità e industria cinematografica.

“Medea” antieroina romantica

Quella di Pasolini è una Medea inevitabilmente post-Sessantotto, all’apice dell’ideologismo che nella produzione di fine anni Sessanta del regista diviene sempre più imperante. Con la figura della protagonista euripidea Pasolini porta alle estreme conseguenze il conflitto tra modernità e antichità del suo Edipo, condensando in lei il passaggio traumatico dalla civiltà animistica a quella della borghesia omologatrice e consumistica di Giasone. È in fondo lo stesso Teorema che Pasolini racconta dal principio: Medea, che per rivalsa contro l’uomo civilizzato arriva a sacrificare la propria maternità, è l’antenata mitologica di quella Mamma Roma. 

“Porcile” di sangue e di rabbia. La società cannibale di Pasolini

Porcile in alcune sequenze diventa sede di dialoghi degni del teatro dell’assurdo di Samuel Beckett o dell’anti-teatro di Carmelo Bene (un autore evidentemente amato da Pasolini, che lo aveva voluto nel suo precedente Edipo re), in particolare nei dialoghi criptici di Julian con Ida o nelle crudeli narrazioni tra i vecchi nazisti, dove l’orrore della Storia viene narrato in modo tanto crudele quanto grottesco. A questo punto, la strada verso Salò è tracciata, e a Pasolini non rimane che guardare definitivamente nell’abisso per donarci il suo testamento artistico.

“Teorema” incubus ipnotico della borghesia

Il teorema pasoliniano è fin dal principio un serpente uroboro dilaniato da una sessualità “linguistica” e dal sacro esibito, difatti il prologo, gonfio di parole e parossistico nelle riprese – un cronista intervista alcuni operai che hanno ricevuto in dono dal padrone una fabbrica –  racchiude in sé l’inizio e la fine di tutto, metaforicamente rappresentati dallo svuotamento identitario al quale giungono gradualmente tutti i personaggi-marionetta messi in scena: da Emilia, la domestica che sceglierà l’estasi e infine il ritorno alla terra madre, al padre, vero simbolo di perdita e alienazione, respinto nel deserto dell’esistenza dopo essersi spogliato dei propri abiti in un nitido simbolismo francescano.

“La lunga notte del ’43” tra Bassani, Pasolini e Vancini

Tratto da un racconto di Giorgio Bassani ed ispirato all’eccidio fascista di undici cittadini ferraresi, La lunga notte del ’43 (1961) dell’allora esordiente Florestano Vancini segna l’inizio per Pier Paolo Pasolini di un intenso periodo di impegno cinematografico, prima come sceneggiatore, e successivamente, come regista. La rielaborazione del racconto, a cui, oltre Pasolini, collaborarono lo stesso Vancini e Ennio De Concini, aggiunge l’elemento melodrammatico del triangolo amoroso alla narrazione di Bassani, funzionale a commentare l’impotenza, sessuale e politica, del maschio borghese italiano e a denunciare, anche meta-cinematograficamente, l’incapacità di “saper vedere” della borghesia italiana.

“Edipo re” e il mito pasoliniano

Ad accogliere l’ambiguità delle pulsioni di Edipo-Pasolini c’è Silvana Mangano, una presenza materna ancora più statuaria di quella a cui darà vita in Teorema. La sua Giocasta è una figura storica e insieme letteraria, come la Madonna del Vangelo, ma anche più cupa e inquieta, tragica come Mamma Roma, vittima dell’uomo come Medea. Dietro il viso algido e la “bellezza amara” (così scrive Pasolini in una lettera a Mangano) di questa madre ghiacciata si riflette l’ambiguità dell’autore: in lei Pasolini disegna l’immagine di una spaventosa confusione affettiva, configurando la propria autobiografia nel segno di un mal di vivere che ha nello strappo dell’amore materno la propria origine.

“Il giovane corsaro” e la formazione dell’intellettuale Pasolini

Il giovane corsaro non è solo Pasolini e Bologna: uno degli intenti del film, ovvero della sua tesi sull’intellettuale, è anche quello di far conoscere Pasolini alle giovani generazioni per contrastare la diffusione di una non cultura che suole liquidare la controversa figura del poeta attribuendogli definizioni sbrigative e limitate che lo stigmatizzano. Il rapporto difficile di Pasolini con la sua omosessualità nasceva forse da un fattore culturale o dal rapporto col padre austero e fascista, nei confronti del quale egli ricordava che “tutto ciò che c’è di ideologico nelle mie opere dipende dalla lotta con il padre”. Lo stesso Edipo re era stato il film con cui Pasolini aveva raccontato e sublimato il suo complesso di Edipo.

“Comizi d’amore” e Pasolini poeta viaggiatore

Con Comizi d’amore l’Italia incappa “nell’intelaiatura PPP”: politica, pellicola, poesia. Spinto a tentare le forme espressive con una voracità capace di regnare anche sul favoloso mondo della celluloide, il poeta “corsaro” si ispira al documentario dell’antropologo Jean Rouch e del sociologo Edgar Morin, Chronique d’un été. Un’indagine, la loro, sulla concezione della felicità nei quotidiani parigini, un modo quello di Pasolini per spiare, invece, il cupo conformismo della borghesia italiana che si manifesta con riposte vuote: l’ignoranza per paura. Di questo, egli sa. Ha prove e indizi.

L’avventurosa storia di come Bolognini produsse Pasolini rifiutato da Fellini

Dalla formidabile cornucopia di L’avventurosa storia del cinema italiano, emerge al ricostruzione a tre voci (Fellini, Pasolini, Bolognini) della vicenda produttiva di Accattone – e di come abbiamo rischiato di non veder realizzato il capolavoro del 1961. “Conoscevo il copione di Accattone ma non avevo mai visto, diciamo, il suo copione di regia. Era una cosa incredibile, commovente. Inquadratura per inquadratura, aveva creato un copione illustrato, un lavoro stupendo che era già il film, chiaro, così come sarebbe stato. Rimasi entusiasta, sbigottito che quella roba non fosse piaciuta. Dissi subito che avrei fatto il possibile per dargli una mano” (Mauro Bolognini).

“Comizi d’amore” e i corpi della società italiana

Comizi d’amore viene girato nel 1964 e rivederlo oggi crea uno strano effetto. Certo oggi chiunque può armarsi di videocamera e microfono e girare per spiagge, lidi, città, università interrogando giovani e adulti su questioni quali identità, normalità\anormalità e divorzio. Ma negli anni della cosiddetta mutazione antropologica quest’inchiesta aveva un’importanza oltre che politica diremmo quasi esistenziale: fondamentale perché compiuta in un momento storico spartiacque, dopo il quale nulla sarebbe stato come era prima. Pasolini diceva che agli inizi di questa crisi i corpi innocenti venivano visti come l’ultimo baluardo di realtà, concetto che va letto in opposizione a quello di irrealtà, incarnato dalla cultura di massa e dai mass media. Ora invece anche la realtà di questi corpi puri è stata manomessa dal potere consumistico.

“Accattone” e l’ossimoro leopardiano

Di fatto, Pasolini tenta di risolvere il dramma passionale dei “ragazzi di vita” attraverso un ossimoro leopardiano esplicito. La violenta emarginazione sociale dei suoi romanzi finisce per spezzare le catene della colpa proprio sullo schermo, attraverso visioni silenziose di resurrezione e momenti di angosciosa realtà scanditi, per contrasto, dalle musiche di Bach. È l’illusione cinematografica ad assolvere il protagonista dall’assenza di orientamento morale ed è sempre il cinema, con le sue crude energie espressive, a ricalcare i contorni della tragedia sociale (e individuale) slegata dal giogo dell’enigmatico.

Il Morricone di “Uccellacci e uccellini”. Una colonna sonora rivoluzionaria

Tra le centinaia di colonne sonore composte da Morricone, tra i western di Leone, le nomination dell’Academy per i film americani, il premio Oscar tarantiniano, e persino la musica pop, quella che ci piace qui ricordare è l’unicum assoluto, la rarità, l’originalità innovativa di Uccellacci e uccellini. Per la sua favola ideologica Pier Paolo Pasolini ebbe “la gioia di dirigere Totò e Ninetto: uno stradivario e uno zufoletto”. Di loro disse che insieme erano “un bel concertino”. E a musicare questo concertino, chi altri poteva chiamare il poeta se non il compositore che già era stato consacrato con il suo primo Nastro d’Argento (1965) con Per un pugno di dollari?

“Salò” e il riso dell’abiezione

In occasione dell’uscita in Blu-ray di Salò o le 120 giornate di Sodoma, edito da CG Entertainment e contenente la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, ci soffermiamo sull’“astenia” rivoluzionaria e sulla bulimia linguistica del potere teorizzate dal regista, affrontando in particolare il tema del riso. Nel regno dell’abiezione immaginato da Pasolini in Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’espressione linguistica diventa comportamento svuotato di senso, il motto si trasforma in sciatta propaganda e il linguaggio del potere si manifesta in una geometrica coazione a ripetere. Ecco allora il perché della struttura – l’Antinferno e i tre gironi – del “teorema” delle perversioni fisiche, di quell’abisso epistemologico che segna un solco tra la Storia svanita e le storie soppresse.

Vivere la vita senza pensarci. “Uccellacci e uccellini”

Nuovo approfondimento su alcuni aspetti della carriera di Totò, indiscusso protagonista del cinema d’antan che in questi giorni ha suscitato, nei cinefili riuniti in questa redazione e non solo, nostalgie e risate di gioia; il cinquantenario della sua scomparsa è servito a ristabilire un contatto ideale con un attore classico e atipico nella stessa misura. Totò, oggi, continua a riempire i palinsesti portando avanti quella che in vita è stata la sua vocazione, verrebbe da definirlo ironicamente un companatico televisivo, non per sminuirne la forza ma per evidenziare l’inesauribile comicità di un personaggio che si considerava poco più di un cantastorie al servizio del pubblico, verso il quale ha sempre dimostrato sincera gratitudine.