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“Il rito” come metateatro televisivo di Bergman

Il rito nacque da un esperimento televisivo che lo stesso regista sconsigliò a “tutte le persone anche minimamente impressionabili” perché è un film nichilista, un’opera che mette al bando la parola empatica e dichiara il fallimento della condivisione tra gli esseri umani, senza toni apologetici; se nulla serve a redimere e nessuna morale ne scaturisce, allora la performance finale dei tre attori mascherati diventa a tutti gli effetti un artificio retorico che scardina la convenzionalità del mezzo artistico, quasi un workshop di body art a carattere persecutorio.

“Salto in die Seligkeit” e la commedia dei consumi

Fritz Wiesinger (Fritz Schulz) fa l’animatore all’interno del colossale centro commerciale May. Il suo ruolo è quello di intervenire, quando i clienti sono troppo esigenti o indecisi, fingendosi un compratore aristocratico e blasonato interessato all’acquisto delle merci. Una mattina incontra Anny (Olly Gebauer), una giovane fioraia, di cui subito si invaghisce, ma non le racconta del proprio lavoro. Salto in Die Seligkeit di Fritz Schulz procede con un ritmo frenetico tra belle sequenze musicali e spassose indagini senza senso. Il grande magazzino è uno dei principali protagonisti della narrazione perché non fa solo da sfondo alle vicende, ma è anche argomento di discussione e chiave di sviluppo per tutte le sotto-trame.

La “Passione tsigana” di Diana Karenne

Di certo la più intelligente delle dive, come la definì il critico Tito Alacci nel 1919, Diana Karenne aveva un’indole proteiforme perché, pur aderendo ai cliché divistici della donna fatale, enfatizzandone i tratti più esotici, cercò di affermare la propria autonomia di sguardo partecipando anche come regista, sceneggiatrice e produttrice (tramite la Karenne Film da lei fondata) al cinema dei primi tempi. Con il film Passione tsigana, diretto nel 1916 da Ernesto Maria Pasquali per la torinese Pasquali film, l’attrice di origini (probabilmente) ucraine, arrivata da poco in Italia, conquista le luci della ribalta.

“La donna di Parigi” primo Chaplin senza Charlot

Per Chaplin ne 1923 girare La donna di Parigi è l’occasione giusta per tradurre in forma metaforica le proprie ispirazioni di natura privata, pur tentando di produrre qualcosa di totalmente diverso, definito dai più un autentico film d’arte e una pietra miliare per i registi delle generazioni successive. Ambientato “nella magica città di Parigi dove la fortuna è volubile”, il personaggio della timida Marie St. Clair viene cucito su misura per l’attrice Edna Purviance, musa di Chaplin dal 1915.

“Tire-au-flanc” e la risata lontana dalla guerra

Tire-au-flanc esce nel 1928 e gli anni della Prima Guerra Mondiale appaiono forse abbastanza lontani dal permettersi di ridere nuovamente di certe cose. Farlo pochi anni prima sarebbe stato probabilmente impossibile perché ogni famiglia aveva subito perdite e i dolori erano ancora freschi. Il conflitto aveva però avuto un risvolto inevitabile: tutti, volenti o nolenti, erano entrati in contatto con la vita militare e quindi si conoscevano pregi e difetti di quel mondo. Proprio qui si inserisce il film, che con leggerezza sembra quasi scacciare via in maniera con una risata propiziatoria il dolore del passato.

Per una rinascita contemporanea del cinema africano

Recenti iniziative di restauro stanno contribuendo alla conservazione e alla circolazione di gran parte del patrimonio cinematografico africano. La cinematografia africana è stata penalizzata nel corso degli anni dall’esclusione dal circuito mainstream, molto più rispetto ad altre cinematografie non occidentali. Nel corso dei decenni il cinema africano è stato al centro di molti dibattiti, soprattutto in contesti festivalieri o accademici, grazie soprattutto a studi che ne hanno analizzato le peculiarità storiche, estetiche, economiche e che ne hanno garantito la visibilità. Tra i recenti restauri se ne possono citare vari di grande interesse…

Roemer, Schickele, Klein e il cinema indipendente americano bianco tra Black Pride e Black Power

Se negli anni Cinquanta Sidney Poitier e Harry Belafonte avevano portato a Hollywood i sentori del cambiamento sociale e culturale rappresentato dal Movimento per i Diritti Civili, il cinema indipendente bianco statunitense del decennio successivo pone al centro della narrazione i problemi dell’America contemporanea e in particolare quelli legati alla scottante questione afroamericana, rivoluzionando al contempo l’iconografia a essa connessa.

Sul volto della Magnani la speranza e la disillusione nell’Italia del dopoguerra

Anna Magnani era e sarà sempre Bellissima. Il film diretto da Luchino Visconti sembra esserle cucito addosso. Un ritaglio di vita che supera i canoni del neorealismo, quelli che obbligavano la cinepresa e il pubblico a spiare da una porta accostata l’esistenza altrui; la sceneggiatura a sei mani (Suso Cecchi d’Amico e Francesco Rosi oltre allo stesso Luchino Visconti) dà modo a una protagonista femminile di conquistarsi per intero lo spazio scenico, esaltando non tanto la figura materna, quanto la persona che si cela dietro il ruolo di madre.

“Shirasagi” e le geometrie dell’amore in Teinosuke Kinugasa

Se nel sontuoso e marziale La porta dell’inferno aveva usato i carrelli laterali per imitare lo srotolarsi di un emakimono, cinque anni dopo Kinugasa riesce magistralmente a portare in Shirasagi (L’airone bianco) lo sfumato della pittura nipponica e un certo lirismo naturalistico di contorno, ottenuto attraverso la punteggiatura vegetale dei cortili e le ruote dei risciò parcheggiati che ritmano i margini delle inquadrature notturne. Bandito ogni movimento di macchina, la sintassi visiva è affidata completamente alla profondità di campo, che in questo film raggiunge livelli di significato inauditi.

Jekyll, Hyde e il cinema fluido di Rouben Mamoulian

Mamoulian, inventore pazzo della prima Hollywood sonora, crede che il cinema sia ben più complesso di quanto gli studios hanno fatto credere con la loro standardizzazione dei nuovi apparecchi per il cinema sonoro. E che lo spettatore sia un’entità più mutevole del pubblico da teatro filmato che molti talkies immaginano. Per questo fin dalla prima scena lo spettatore assume direttamente lo sguardo in soggettiva del protagonista multiplo. Nell’affermazione di Jekyll che l’uomo sia doppio si può rilanciare certamente un parallelo con Mamoulian, che crede che incarnati nei suoi personaggi ci siano tanto l’attore quanto lo spettatore. 

“His Lordship” e l’inganno secondo Michael Powell

Il regista cileno Raul Ruiz ha scritto che il cinema di Powell e Pressburger è caratterizzato da un continuo “débordement” (straripamento) e da una “photogénie, truth for lie et lie for truth” che rende i loro film ingannevoli e fuorvianti. Guardando His Lordship, diretto dal solo Powell nel 1932, sette anni prima dell’inizio del sodalizio professionale con Pressburger, si possono già cogliere le due caratteristiche invocate da Ruiz, pur nella differenza del contesto produttivo ed artistico.

“Braciere ardente” e il poliedrico talento di Ivan Mosjoukine

Proiettato per la prima volta il 1 giugno 1923 alla Salle Marivaux di Parigi, l’opera fu acclamata dalla critica dell’epoca che ne riconobbe l’originalità e per alcuni versi la modernità del linguaggio cinematografico, in grado di accogliere in alcune sequenze come quella dell’incubo, le soluzioni formali (dissolvenze, montaggio veloce, indagine psicologica dei personaggi) del coevo impressionismo francese.

“Roma città aperta” sinonimo di purezza cinematografica

Il film diretto da Roberto Rossellini rende la capitale, distrutta dalle bombe, sfiancata dalla mancanza di viveri, un’eroina. Non è un film sul coraggio dei partigiani, ma sulla resistenza (quella scritta con la erre minuscola) della gente contro le avversità: c’è chi lotta, chi si arrende, chi è altruista e chi egoista; Roma città aperta, in un’ottica contemporanea, porta in scena tanto il dramma della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione quanto gli struggimenti emotivi della vita quotidiana. 

“Cry, the Beloved Country” e la coscienza pulita

Cry, the Beloved Country si distacca nettamente dal cinema e dalla cultura contemporanei nel contenuto ideologico, in particolare nella modernità e prescienza della sua critica al problema razziale sudafricano. Ma anche questo a ben vedere ha ragioni ben precise nel contesto storico di quel “cinema senza frontiere”. È ampiamente documentato infatti come, a seguito delle purghe maccartiste, molti degli artisti hollywoodiani politicamente più a sinistra diventino in quel periodo veri e propri professionisti internazionali, disposti a valicare l’Atlantico per prestare i propri servigi nel più accogliente panorama europeo.

Michael Powell nell’industria cinematografica britannica degli anni Trenta

Che Hotel Splendide sia il sesto film diretto da Powell ad appena un anno dal suo debutto come regista testimonia la velocità delle produzioni inglesi di quegli anni. Tuttavia, sarebbe ingiusto trattare come un mero documento di una modalità produttiva intensiva la divertente storia di un frustrato impiegato che, ereditato il “magniloquente solo nel nome” Hotel Splendide, non solo deve rilanciarlo economicamente ma anche affrontare i delinquenti che vi risiedono e che vi hanno nascosto una preziosa collana di perle.

“Peter” sovversivo e tragicomico

In Peter la commedia en travesti sfrutta il mascheramento per ottenere vantaggi e soprattutto cambiare le cose nel mondo di questi personaggi.  Non siamo più nella Germania della Repubblica di Weimar, ma abbiamo davanti registi, autori, attori e altri operatori cinematografici tedeschi, qui in esilio perché ebrei, che hanno però vissuto quel periodo e che soprattutto erano in vetta all’interno del settore cinematografico. Essi riuscirono comunque a mantenere l’impronta delle loro precedenti produzioni e quindi una certa continuità in termini di costruzione narrativa e filmica.

“Il grido” di aiuto ai margini del mito

La traiettoria del film potrebbe prevedere il protagonista come un nucleo e le vicende (ovvero i vari personaggi secondari) come episodi che gli orbitano attorno, mentre invece è proprio il contrario: ne Il grido si assiste a un satellite e a tanti cambi di orbita. Ci sono movimento e velocità (gare di pugilato e di motoscafi, locali da ballo, fabbriche che svettano come relitti della modernità e collettivi movimenti di protesta) eppure vengono sempre rifiutati, stanno in profondità, alle spalle della solitudine e del silenzio.

“La maschera del demonio” e la concretezza dell’orrore

L’eccezionalità di La maschera del demonio non è dovuta all’originalità narrativa, piuttosto all’incredibile perizia tecnica di Bava, curatore anche degli effetti speciali, e dalla conseguente concretezza materiale della sua messinscena. Realizzato con mezzi esigui, La maschera del demonio è infatti una lezione imprescindibile di ottimizzazione del budget: basti pensare che l’intera cripta presente nel film è una stanza di circa nove metri quadrati e che tutte le scenografie sono cartapesta mascherata da macchine per il fumo.

I dischi illustrati di Germaine Dulac

Come regista che ha espresso potentemente l’estetica impressionista contribuendo all’ evoluzione del linguaggio cinematografico, Germaine Dulac anche nei suoi pioneristici “dischi illustrati” porta lo spettatore in un viaggio nella psiche interiore dei suoi personaggi, saldando in un sodalizio inscindibile il registro narrativo con la sperimentazione formale e realizzando la messa in scena dell’esperienza psicologica dei personaggi attraverso l’uso del primo piano e di peculiari tecniche di ripresa, sovraimpressioni e dissolvenze per rendere la loro complessità.

“Ladri di biciclette” attraverso l’autenticità di Roma

Come ha ricordato Caterina D’Amico, nessuno degli autori coinvolti era romano. Suso Cecchi D’Amico aveva vissuto a Roma, ma era di origine fiorentina. Eppure quella di Ladri di biciclette è una Roma estremamente autentica, viva, una Roma che esiste a prescindere dalla macchina da presa di De Sica. Vivi sono anche i personaggi, i quali hanno un passato e un futuro che non appartiene al film e che, per l’intera durata della pellicola, veicolano tutto il bagaglio culturale legato a Roma e soprattutto alle borgate del dopoguerra.