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“Cenerentola a Parigi” e la favola della merce

Come altri film del medesimo periodo (Sabrina, Papà Gambalunga e Arianna), Cenerentola a Parigi si può considerare una fantasia di ricostruzione da piano Marshall, strettamente connessa alla favola di Cenerentola, in cui il cambio d’abito si configura come accettazione di una nuova ideologia e trionfa il lieto fine, molto simile a un matrimonio combinato. L’Europa assume le sembianze di una sprovveduta vogliosa di abbracciare allo stesso tempo l’americano e l’ideologia capitalista, e pronta a concedere in cambio amore e capitale culturale.

Villeneuve e la fantascienza umanistica, il caso “Arrival”

Approfittiamo di Blade Runner 2049 per recuperare parte della filmografia di Denis Villeneuve, e in particolare il suo rapporto con la fantascienza. The Arrival è solo di un anno fa ma ha fatto molto parlare di sé e si incastona in una tradizione fantastica che tiene ovviamente conto anche di Spielberg e dei suoi Incontri ravvicinati del terzo tipo. Presentandoci un caso limite, quello di un primo contatto terrestre tra l’umano e il non umano, Denise Villeneuve realizza un’opera cosmica, una riflessione filosofica sul linguaggio e il rapporto Io-Altro che ha il pregio di insinuarsi oltre il solito manicheismo rappresentativo.

“Nico, 1988” sotto la corazza

La Nico che Susanna Nicchiarelli ci presenta nel film che ha aperto la sezione Orizzonti di Venezia 74 non è la cantante e musicista che ha collaborato con i Velvet Underground di Lou Reed, né tantomeno la bellissima modella che fece girare la testa a Jim Morrison e Alain Delon. Qui conosciamo la donna sotto il manto dell’artista, l’essere umano sotto l’apparenza della star, la madre sotto la corazza del business: insomma, Christa Päffgen sotto “Nico”. Tutto ciò emerge con estrema naturalezza da una sceneggiatura che si concentra sugli ultimi anni di vita della donna, dalla straordinaria performance attoriale di Trine Dyrholm che canta davvero tutte le canzoni, da una fotografia che − alternando naturalismo nelle scene domestiche a un look glamour profondamente anni ’80 nelle sequenze dei live − inquadra perfettamente Nico nel suo ambiente.

Il filo del rasoio in “Blade Runner 2049”

Nella proficua dialettica fra cinema di ieri e franchise – che proprio con questo film si cerca di definire avviando una saga – l’appeal di BR pendeva insomma decisamente verso il primo. Le decisioni prese non sembrano tenerne conto, a partire dal coinvolgimento di Fancher (sceneggiatore del primo film) e di un cineasta scrupoloso ed umile come Villeneuve. Ogni riferimento è seccamente funzionale alla trama, il massimo rispetto per l’originale tradotto nel minimo di deferenza. Il regista canadese non evoca fantasmi e la sua fiducia nella vitalità del materiale a disposizione si traduce in rigore e coerenza degnissimi del principale caso recente di autore prestato ad Hollywood.

“Il palazzo del viceré” tra narrazione lineare e sottigliezza politica

India 1947. Dopo quasi 90 anni di colonizzazione britannica, atterra a Nuova Delhi quella designata come la famiglia degli ultimi Viceré: i Mountbatten. Grazie all’azione del Partito del Congresso Nazionale Indiano e del Mahatma Gandhi i tempi sono ormai maturi, sta per arrivare la tanto agognata indipendenza. Ma, attenzione,  “La storia è scritta dai vincitori”, ammonisce il cartello che segna l’incipit del nuovo film di Gurinder Chadha (la regista britannica di origini indiane, già nota al grande pubblico per Sognando Beckham), Il palazzo del viceré: un’opera epica, scenograficamente scintillante e politicamente sottile.

“120 battiti al minuto” e la battaglia delle idee

In attesa di Gender Bender, di cui Cinefilia Ritrovata seguirà la sezione cinematografica, dedichiamo un piccolo speciale a 120 battiti al minuto, uscito negli scorsi giorni e presentato come anteprima del festival. Il film di Campillo, di grande successo in tutto il mondo, stenta ad affermarsi in Italia, e alcune dichiarazioni dei responsabili di Teodora (la casa di distribuzione), amareggiati per lo scarso seguito, hanno scatenato molte reazioni tra i cinefili. Noi abbiamo deciso di presentarvi due nostre recensioni, di differente valutazione al film, entrambe però molto precise analiticamente. A voi il giudizio finale. 

Il mondo con lo sguardo altrui: “Blow-up”

Su Blow-up tutto si è detto e tutto si dirà. E sotto le tante parole spese in mezzo secolo germoglia sempre il seme di una consapevolezza: che in fondo di questo film fondato sul mistero sappiamo soltanto ciò che sceglie di rivelare. Il resto è congettura, un’elucubrazione, pura teoria. Una scatola cinese, un gioco di specchi, una simulazione. Blow-up è una menzogna che ci obbliga a ricercare la verità perduta, nascosta, sommersa sotto ed oltre quella rivelata. Chiede di farlo per altri occhi, imponendoci di imparare a guardare il mondo con lo sguardo altrui.

“Blade Runner 2049” e il mood della fantascienza contemporanea

Villeneuve, invece di proporre qualcosa di nuovo ma uguale, utilizza il capolavoro di Scott del 1982 come fosse una mappa su cui tracciare un sentiero sinceramente diverso. Un sentiero che intercetta il mood della fantascienza contemporanea, se ne impossessa caldamente pur mantenendo atmosfere che guardano ad Andrej Tarkovskij e che ha davvero la coerenza narrativa e immaginifica per accadere 30 anni dopo gli eventi del primo film. Ecco perché Blade Runner 2049 è un sequel decisamente riuscito.

Carpignano e la piccola rivoluzione di “Mediterranea”

Jonas Carpignano, con Mediterranea, segue il fluire degli eventi mondani in maniera sincera e disinibita da qualsiasi condizionamento che non sia proprio del bisogno di porsi nella prospettiva e sguardo altrui, un altrui le cui speranze non annegano tanto nelle profondità abissali quanto negli inospitali anfratti di una terra che dovrebbe sempre ricordare l’esigenza, o meglio, il dovere morale di accogliere chi senz’altro ha nel cuore il paese più straziato

“A Ciambra”, diversi per antonomasia

Qui in redazione A Ciambra è proprio piaciuto. E ci torniamo spesso sopra. La bellissima pellicola di Jonas Carpignano è prima di tutto una apologia del neorealismo ritrovato, un neorealismo moderno fatto di commistione fra ciò che è reale (i protagonisti, l’intera famiglia Amato, sono presi dalla strada) e ciò che è costruito (la sceneggiatura scritta battuta per battuta), in un continuo gioco di specchi in cui lo spettatore è catturato, ma presto smette di domandarsi quale sia il confine tra la vita vera e la narrazione. 

“Blow-Up” e la critica

La Cineteca di Bologna porta il restauro di Blow-Up nelle sale italiane, nell’ambito del progetto Il Cinema Ritrovato al cinema, a 50 anni dalla Palma d’Oro del 1967. Occasione per discutere di un film che non ha mai smesso di affascinare gli spettatori e che si è prestato, come tutti i capolavori, a letture differente e persino fraintendimenti. La ricostruzione della ricezione critica non può che essere un punto di osservazione privilegiato. Dalla rassegna stampa italiana e francese d’epoca conservata negli archivi della Cineteca, troviamo per esempio l’accoglienza a Cannes 1967 e l’esordio del film nelle sale italiane e francesi.

L’ultima marcia: “All’ovest niente di nuovo”

All’ovest niente di nuovo, film di Lewis Milestone, è tratto dal romanzo di Erich Maria Remarque Niente di nuovo sul fronte occidentale, dal quale riprende l’incisiva introduzione in cui si leggono la volontà e “il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra”; non è un’accusa né una confessione, spiegano entrambi, ma una doverosa riflessione postuma (il libro uscì nel 1929) depurata da ogni facile retorica.

“A ciambra” come culla del cinema italiano

La candidatura italiana di A Ciambra, come film che rappresenterà il nostro Paese agli Oscar (nella speranza di finire nella lista dei veri candidati per marzo 2018), è molto più che un riconoscimento puramente dimostrativo. Dopo la sfortunata storia di Non essere cattivo (che per molti motivi non poteva fare molta strada), il film di Jonas Carpignano è probabilmente ancora più opportuno del pur significativo Fuocoammare per correre agli Academy Award, e rappresenta un’opzione estetica identitaria.

“Eraserhead”, nascita di un cult

Torniamo un’altra volta su Eraserhead, nostro film del mese. Questa volta indaghiamo – sempre approfittando delle antologie critiche messe a punto dai curatori di Cinema Ritrovato al Cinema – alcune fonti dedicate alla storia della ricezione del film. Per troppo tempo considerato un semplice incunabolo della successiva carriera di Lynch, Eraserhead è secondo alcuni il film più puro del cineasta americano. 

Il cinema etico e popolare di Ozu in “Il sapore del riso al tè verde”

Lode e gloria a coloro che si stanno impegnando a mantenere viva la memoria di Yasujirô Ozu attraverso la riscoperta e il restauro della sua opera che in Italia ha circolato ben poco fino a pochi decenni fa. Presentato a Venezia Classici, Il sapore del riso al tè verde precede il capo d’opera Viaggio a Tokyo e ciononostante riesce ad imporsi all’attenzione dello spettatore contemporaneo con gentile potenza. Realizzato quattordici anni dopo la sua ideazione per problemi di censura, il film finisce per sfruttare benissimo la collocazione storica in cui si presenta: il dopoguerra giapponese è il momento adatto per raccontare le spinte occidentali nella cultura orientale specie per quanto concerne la dimensione privata.

Alberto Lionello: raffinato, disincantato, scettico

Sul nostro sito amiamo talvolta sollevarci dall’attenzione critica quotidiana – dedicata a uscite, rassegne, restauri, festival – e prenderci il tempo per approfondimenti più distesi. La natura di “terza pagina” è nel nostro orizzionte, e così questo articolo vuole riportare l’attenzione su un attore, Alberto Lionello, forse dai più dimenticato: Lionello ha saputo, non senza difficoltà, coniugare l’attività teatrale, televisiva e cinematografica durante una lunga carriera di successi e, come per tanti, di scivoloni, mai definitivi, con i quali ha saputo convivere trasmettendo “un’idea della vita realistica, disincantata, scettica, terremotata”.  (Tullio Kezich in Omaggio a Alberto Lionello, 1999).

“L’ordine delle cose” e il sud del mondo

L’ordine delle cose è una pellicola fortemente politica, nella misura in cui porta sotto i riflettori dei mass media e dell’opinione pubblica una questione, quella dell’immigrazione “clandestina”, tanto abusata quanto mai esaminata sotto la corretta prospettiva. Andrea Segre ha dichiarato sulla genesi del film: “L’ordine delle cose non sempre è quello che noi vorremmo. A volte la soluzione di un problema, come diceva mio padre che era uno scienziato, dipende dalla definizione che di esso viene data”. Così Segre ha girato un film di scrittura, tra il mare della Sicilia (Mazara del Vallo) e la sabbia assolata della Tunisia, che si pone come obiettivo quello di ridefinire i contorni di una delle questioni più scottanti di oggi: l’immigrazione.

“Dunkirk” e il punto di vista dell’Altro

Ossessione Dunkirk. Come prevedibile, il film di Christopher Nolan continua a suscitare il dibattito interno alla redazione e a stimolare i collaboratori sull’analisi e la critica del war movie più interessante di questi anni. In particolare, il rapporto di Nolan con l’identità e il racconto continua ad essere il luogo critico più controverso, insieme alla costruzione temporale del film. Forse Dunkirk sarebbe stato più alto e permeante di come già è, se Nolan avesse aderito in maniera ancora più puntuale – e non soltanto sul lato apparente ed estetico – al concreto terreno della prassi storica?

Un ritratto multiforme, “Evviva Giuseppe”

Un film sulla vita e i tanti talenti di Giuseppe Bertolucci (scomparso nel 2012, regista di cinema, teatro e televisione, scrittore, poeta, presidente della Cineteca di Bologna per più di dieci anni) raccontato attraverso le voci del padre Attilio e delfratello Bernardo, le testimonianze di amici e colleghi come Roberto Benigni (autore di un monologo inedito), Lidia Ravera, Mimmo Rafele, Marco Tullio Giordana, Nanni Moretti, i ricordi di alcune tra le sue attrici predilette: Stefania Sandrelli, Laura Morante e Sonia Bergamasco. 

“Veleno”, film di denuncia e d’amore

Veleno è un film piccolo, quasi a “conduzione familiare” come la masseria del protagonista, Cosimo Cardano, ma allo stesso tempo potente e determinato come sua moglie Rosaria e come solo alcune donne del Sud sanno essere. Scritto e diretto da Diego Olivares, 52enne regista campano specializzato nella scrittura di dialoghi in ‘lingua’ napoletana, e presentato fuori concorso a Venezia, Veleno è girato nella terra dei fuochi e di fuochi la pellicola è costellata sin dall’incipit: un incendio appiccato da camorristi ad una stalla con 100 bufale, i cui muggiti di dolore e spavento ci feriscono le orecchie preannunciando il tema del film.