“La Ligne” e il quotidiano dolore di vivere
La piccola grande peculiarità di La Ligne è un chirurgico scavo nel rapporto fra le protagoniste procedendo solo in avanti, solo attraverso le interazioni quotidiane che si verificano dal momento dell’aggressione in poi, senza andare a rivangare nei traumi dell’infanzia come avviene d’abitudine nei drammi familiari. Come se nell’adulto e nelle sue modalità relazionali fosse già inscritto e quindi deducibile tutto il suo passato, senza ci sia necessità di metterlo in scena.
“Babylon” speciale IV – Le stelle fredde
Il quinto, rutilante lungometraggio di Damien Chazelle non lascia spazio a vuoti o silenzi di sorta, quasi temesse di ricavarne ansia o, più banalmente, il regista non sapesse come gestirli, trascinato com’è dall’ambizione di saturare al massimo grado ogni fotogramma. Chazelle ha confezionato un film tumultuoso e affollatissimo di personaggi eventi rumori spesso ripresi da vecchie pellicole, una fiera delle vanità extra-large di oltre tre ore.
“Babylon” speciale III – La fascinazione dell’immagine
Non stupisce che anche Babylon di Damien Chazelle si concentri sulle contraddizioni, già a partire da un incipit in cui esplodono l’eccesso e il grottesco dello star system degli anni Venti. Babylon, così come gli altri film di questo tipo, si può leggere anche come documento di storia del cinema, seppur tutt’altro che realistico, in grado di individuare quelli che sono stati gli sconvolgimenti produttivi di quella specifica epoca.
“Babylon” speciale II – Il desiderio dell’eccesso
Babylon non è un film perfetto e da Chazelle, dati i gloriosi precedenti, si pretende una maggiore precisione nella realizzazione dei piani sequenza o nell’impalcatura di una sceneggiatura in questo caso carica di elementi narrativi non chiari. Al contempo, però, è un film che non lascia indifferenti; sorpresa, sdegno, incanto o puro e semplice mal di testa generato dal ritmo chiassoso delle scene, sono tutte reazioni che fanno riflettere.
“Babylon” speciale I – La cinefobia di Damien Chazelle
Se c’è un autore contemporaneo la cui visione sembra informata da un’idea gerarchica dell’arte, quello è Damien Chazelle. Sì, ma quale arte? Non possono essere tutte uguali. E infatti il corollario di questa missione monastica (arrogante e classista) è la netta delimitazione fra veri artisti e – in formazione – “deboli”, “venduti”, “ignoranti”, nonché fra arti maggiori e arti minori. In Babylon questa visione approda con coerenza a una concezione che viene da definire cinefoba.
“L’innocente” leggero e preciso a spasso tra i generi
Con L’innocente Louis Garrel realizza così il suo film più maturo e il meglio costruito, il più sorprendente e autenticamente divertente, dimostrandosi capace di portare avanti la narrazione con una leggerezza e una precisione che diviene stile, maneggiando i generi con sapienza e tenendo sempre vivo l’interesse per il destino dei personaggi (tutti perfettamente disegnati e altrettanto ben recitati da un cast molto affiatato).
“F for Fake” e la verità del falso
F for Fake intreccia un numero di temi wellesiani imponente: dal rapporto ambiguo con Hughes dai tempi di Quarto potere (la seconda personalità che si agitava sotto la prima, Hearst, nel personaggio di Kane) al piacere del vero/falso (It’s All True), all’ossessione per la magia e l’inganno o, meglio, per il cinema come arte della contraffazione poetica. Si ribadisce la forza provocatoria del progetto di Welles, ancora oggi impareggiabile esempio di teoria del falso anche prima della esplosione comunicativa postmoderna.
“Un bel mattino” e come vivere nel dolcissimo buio del ricordo
Il film sembra un enorme atto d’amore al cinema francese della Nouvelle Vague: c’è Godard (la protagonista sembra a volte, al limite della copia carbone in movenze, abiti e recitazione, richiamare la Jean Seberg di Fino all’ultimo respiro); c’è il montaggio peculiare di Due o tre cose che so di lei, ci sono Truffaut, Rivette e Rohmer (per il saper raccontare i drammi familiari e sociali senza peli sulla lingua), ci sono i corpi (nudi e sensuali) di Resnais e soprattutto c’è il continuo girovagare nelle strade (e città) francesi.
“Strade perdute” e la critica
Il ritorno in sala di Strade perdute permette un breve ricognizione su quello che uscì all’epoca, da parte di una critica al tempo stesso spiazzata e ammirata dallo sperimentalismo di Lynch. Come scrisse Thierry Jousse, del resto, “il principio di narrazione schizofrenica svolge un ruolo decisivo nella destabilizzazione suscitata dalla pellicola, poiché impedisce chiaramente qualsiasi principio di identificazione, sbarrando ogni accesso privilegiato al senso”.
“Ma nuit” e il coming of age di una generazione inquieta
Ma nuit è l’opera prima della regista francese Antoinette Boulat, qui per la prima volta dietro la macchina da presa. Il risultato è un dramma psicologico e sentimentale di stampo intimista, sempre in bilico fra disperazione e speranza, magari un po’ acerbo sotto certi aspetti ma comunque riuscito e personale, un film di forte impatto emotivo che trasmette le sensazioni con un tocco e una sensibilità marcatamente francesi.
“Le vele scarlatte” nel cuore magico della semplicità
Con l’ausilio del fedelissimo Maurizio Braucci e di Maud Ameline, Pietro Marcello scrive e dirige il suo primo film francese affidandosi alla forza delle suggestioni, utilizzando l’ambiente, le luci, i colori e i suoni come veri e propri attori. Un’opera che trova nella sua semplicità la vera magia, svelando progressivamente un inedito punto di vista femminile. Di fatto, Le vele scarlatte è solo all’apparenza limpido e immediato, ma nasconde sotto la delicatezza delle immagini un sistema simbolico profondo.
“Aftersun” e la memoria intermittente
È difficile spiegare a chi non le ha mai provate certe cose tanto semplici quanto irripetibili: stendersi sopra un grande tappeto di lana, giocare a biliardo con ragazzi più grandi, mangiare l’ultimo cucchiaino del gelato di qualcun altro, fumare una sigaretta su un balcone di notte, spalmare la crema solare sulla schiena di una persona che ami. O ancora, un tuffo. Di cose e momenti come questi è fatto Aftersun, l’esordio di Charlotte Wells.
“Godland” tra produzione e distruzione
Pálmason fonda la narrazione su un motivo finzionale: sette fotografie ritrovate dell’Islanda di metà Ottocento. La missione di Lucas è anche quella di immortalare il paesaggio naturale e umano dell’isola, al tempo sotto protettorato danese. Ma l’attrezzatura si rivela un peso, il paesaggio troppo inospitale non solo da attraversare ma anche da essere immobilizzato dalla fotografia. Le lunghe esposizioni necessarie ai tempi per catturare le immagini impongono ai soggetti ritratti di rimanere fermi.
“Close” tra empatia e opacità
Nonostante l’assenza di un vero discorso sull’elaborazione del lutto, sulle aspettative di una società intimamente intollerante, il regista fiammingo mantiene una notevole sensibilità nello scegliere i suoi interpreti. Pur rivelandosi un opaco affresco dell’adolescenza, per quanto ben confezionato, le lacrime a fior di pelle di Léo, durante un assolo di oboe eseguito dal fedele Rémi, restano un dettaglio di assoluta finezza.
La scommessa del cinema in sala nel 2023
Questa è la scommessa. O un’Italia dove il cinema in sala vivrà bene esclusivamente in centri urbani/metropolitani, magari in città universitarie del centro-nord, con un’ampia fetta di consumi culturali guidati da ceti di classe medio-alta (mentre il resto del Paese sarà punteggiato da rari multiplex in periferia e basta); oppure un’Italia dove non solo si blocca la lenta erosione di schermi ma si rilancia la cultura della sala con una serie di iniziative massicce, penetranti ed esclusive, che mescolino strategie immediate e piani a medio-lungo termine
Le classifiche 2022 dei redattori
Anche quest’anno – dopo aver pubblicato la classifica generale – offriamo i 5 film preferiti (in ordine alfabetico) dei nostri redattori. Si conferma la ricchezza dell’offerta cinematografica di quest’anno. In ogni caso, le preferenze espresse dai redattori di Cinefilia Ritrovata possono fungere anche da guida appassionata per una stagione cinematografica tutta da riscoprire anche nei prossimi tempi.
I migliori film del 2022
Ecco l’attesa graduatoria dei nostri appassionati collaboratori. Trionfa la lettera d’amore al cinema di Steven Spielberg, tallonato da un altro grande autore americano, Paul Thomas Anderson, e dalla trionfale Palma d’Oro del cinema europeo. Nuovi autori (Peele, Diop), maestri del cinema (Bellocchio, Cameron, Cronenberg) e registi a metà del cammin di loro vita (Larraín) compongono il quadro di un’annata straordinariamente ricca e diversificata.
“The Fabelmans” Speciale IV – La via subliminale al classicismo
Non siamo di fronte alla storia straordinaria di un ragazzino che fa amicizia con un extraterrestre o perde i genitori e cresce solo durante la guerra, né di adulti che sbarcano in Normandia per liberare l’Europa dai nazisti o danno la caccia a criminali o truffatori. Siamo invece alla scoperta di come il futuro autore di quelle storie fuori dall’ordinario abbia costruito il suo stile facendo confluire in esso scienza e incantesimo, macchine e emozioni, padre e madre. Non lo si è forse sempre definito il migliore regista di bambini sulla piazza, ma anche un Peter Pan restio a farsi adulto? Bene, The Fabelmans ci dice da dove veniva quell’occhio speciale sull’infanzia e la crescita.
“The Fabelmans” Speciale III – Dove vince la leggenda
Il cinema dimostra qui la sua duplice natura. Da una parte svela quello che l’occhio umano non vede, che la mente relega ai sogni che non si vogliono interpretare (d’altronde, come dice il piccolo Sammy quando per convincerlo a entrare in sala gli viene detto che il cinema è un sogno, “i sogni fanno paura”). E dall’altra crea una realtà alternativa, dove tutto va come deve andare, dove si possono tagliare al montaggio le parti scomode e sbagliate, gettandole nel cestino. Tra verità e leggenda, nel cinema, vince la leggenda. Nel cinema di Spielberg sicuramente, e per noi va benissimo così.
“The Fabelmans” Speciale II – Seeing is Believing
La poetica di Spielberg non è strettamente rinchiusa nell’ottica di una “cinematic society” o nella visione di un autore che cerca l’integrazione dell’individuo nella collettività (americana) della storia, ma è centrata sul punto di vista interno di un cinefilo che ripercorre le tappe della sua formazione senza alcun coup de théâtre, nel concepimento di un “lessico familiare” poeticamente denso e talvolta affilato, che affonda le sue radici in un solo grande movimento cinematografico, il suo, rischiarato dai volti in estasi, svelato dalle impetuose carrellate in cui si palesano il feticismo americano, l’idealizzazione sofferta dell’american way of life, la rappresentazione della famiglia disfunzionale e il cinema come cura e riabilitazione.
“The Fabelmans” Speciale I – La fede nel cinema
The Fabelmans è sì un tuffo nella vita del suo regista ma, di conseguenza, si rivela un viaggio all’interno della sua filmografia. Non si contano gli spiritosi omaggi e le rime interne che rimandano ai suoi film precedenti (le biciclette di E.T. l’extra-terrestre, il manuale su come salvare qualcuno che sta annegando, la porta retroilluminata di Incontri ravvicinati del terzo tipo, la guerra di Salvate il soldato Ryan ecc.), questo perché la vita di Spielberg non è stata accompagnata dal cinema, ma perché è essa stessa cinema, una medicina che rende migliore la vita, che le dà più sapore.