Sangue, morte e fango nel terzo adattamento da Remarque
La trincea è il luogo d’azione principale della vicenda, poiché la Grande Guerra fu innanzitutto una guerra di trincea, ricostruita dagli scenografi con la maestosità di un kolossal e un’attenzione certosina ai dettagli – è possibile che Berger si sia ispirato al celebre 1917 di Sam Mendes, anche per la presenza reiterata dei piani-sequenza sui soldati che si muovono nel dedalo di legno, fango e filo spinato. Così come ricchi sono il dispiegamento di armi, tra fucili, granate e mitragliatrici (con spari ed esplosioni live), e le divise dei militari.
“Acqua e anice” con la gentilezza del tocco
Anche se lo spettatore smaliziato saprà leggere tra le righe e capire in anticipo il vero scopo del viaggio, ciò non inficerà il piacere della visione perché Acqua e anice è un bel film, che ben si inserisce in una tradizione cinematografica tutta italiana non solo perché retto da una di quelle attrici che hanno contribuito a rendere grande il cinema del nostro Paese (Stefania Sandrelli), ma perché eredita dalla commedia all’italiana quel mix di dolce e amaro che riesce a far riflettere su temi importantissimi con un tocco gentile.
“Casco d’oro” e la critica
Nell’antologia critica del film restaurato, di ritorno nelle sale di prima visione, spiccano le parole di Lindsay Anderson: “Quando in Inghilterra scrissi la recensione di Casco d’oro, tentai di definire la scintilla che faceva splendere l’opera di Becker, e conclusi che in definitiva si trattava ‘di una simpatica fascinazione di fatti e di gesti’. Volevo così sottolineare la complicità che esiste tra Becker e ciò che si potrebbe definire ‘il superficiale’; non che sia un regista superficiale, ma per lui il superficiale non è mai fuori luogo. È affascinato dagli oggetti, dalle scenografie, e dal modo in cui rivelano i pensieri, le convinzioni e le emozioni degli uomini e delle donne che li utilizzano”.
“Bros” rom-com arcobaleno
Bros è un film che funziona nel concetto, prima ancora che nella costruzione. Lo schema narrativo è assolutamente fra i più semplici, e fila perfettamente proprio perché gli step classici del genere sono ricalcati con maniacale precisione sui modelli precedenti. Un disegno già tracciato che si può colorare a piacimento per adattarlo ai gusti delle nuove platee. A capo del progetto c’è Billy Eichner, un nome piuttosto conosciuto tra gli aficionados della comicità statunitense. Cinico e sardonico, di un isterismo solipsista che rasenta l’irritante, Eichner è l’autore e il protagonista della storia, e il filtro attraverso cui l’universo del film viene trasposto sullo schermo.
“Wendell & Wild” tra animazione e cinema delle origini
Selick si prende i suoi tempi. Osserva l’evolversi della società, dei costumi, delle mode, del gusto del pubblico e torna in scena quando sente di avere qualcosa di importante da urlare a gran voce, quando avverte che una generazione di spettatori è cresciuta ed è quindi tempo di proporre loro qualcosa di diverso. Ed è proprio su questa doppia sfida che si basa il suo cinema. Un cinema che si nutre di un ossimoro interno coerente ed efficace, un cortocircuito scivoloso e ambizioso da perseguire, ma che l’autore dimostra sempre di saper controllare con grande sapienza e creatività.
“Infinito: l’Universo di Luigi Ghirri” e l’enigma del paesaggio
Infinito fu un progetto fotografico di Luigi Ghirri del 1974. Il lavoro consisteva in 365 fotografie di cieli diurni, una per ogni giorno dell’anno. Cosa spingeva un artista a fissare il cielo tutti i giorni per un anno? Non certo follia, piuttosto alcuni pensieri, sull’arte, la fotografia, la vita, la società contemporanea. Parte da questi pensieri, Matteo Parisini per riscoprire la figura del fotografo emiliano. Prodotto in collaborazione con Sky Arte HD e Rai Cultura, Infinito: l’Universo di Luigi Ghirri fa rivivere, attraverso la voce di Stefano Accorsi, la parola dell’autore cercando di evidenziare il legame tra opera e pensiero.
“La California” tra la via Emilia e il West
L’invito del grande Pier Vittorio Tondelli nel racconto “Viaggio” (Altri Libertini, 1980) a farsi riempire la testa di storie risuona chiaro nel nuovo film di Cinzia Bomoll, ambientato in quella stessa provincia emiliana sulle cui strade lo scrittore “spolmonava” quello che aveva dentro e raccontava i molteplici itinerari esistenziali che incrociava. La California intreccia le storie degli abitanti della frazione/finzione emiliana con la narrazione di formazione di Ester e Alice, sorelle gemelle, figlie di Yuri, un padre punk eterno adolescente che alleva maiali, e di Palmira, una madre irrimediabilmente depressa e disorientata dalla fine del comunismo.
“Bentu” e il tempo della natura
Quarto adattamento dalla letteratura sarda per Mereu (dopo Sonetàula, Bellas mariposas e Assandira), come in altri film del cinema sardo contemporaneo (vedi proprio Assandira) al centro della narrazione vi è anche lo scontro generazionale, riformulazione del rapporto con il Padre padrone. Angelino, il giovanissimo aiutante di Raffaele, ha i suoi desideri di crescita ed emancipazione. Un nuovo scontro di temporalità si presenta: la frenesia della giovinezza e la pazienza della vecchiaia.
“Triangle of Sadness” e l’assioma dell’imprevisto
Film a tesi? Senza dubbio. Programmatico? Totalmente. Telefonato? Tutto il contrario, altrimenti una volta introiettati gli assiomi di base del mondo finzionale sapremmo esattamente dove Triangle of Sadness stia andando a parare, mentre invece le svolte narrative arrivano ogni volta impreviste, con personaggi che seguono archi narrativi logici e consequenziali, ma al tempo stesso altamente soggettivi ed egoriferiti. Östlund non ha in mente di distruggerli, ci fa sperare che si salvino, ma non prima che abbiano smesso di raccontarsela davanti a spettatori che a loro volta se la stanno raccontando, ben poco desiderosi di mettersi nei loro panni.
“Princess” non è la Bella Addormentata
Princess è un film di contrasti e di polarità, nei luoghi, negli avvenimenti come nei colori: non solo il bianco/nero della pelle, ma anche quelli fluorescenti delle parrucche e dei vestiti delle nigeriane e quelli grigi della città. Il film è comunque attento a non costruirsi tutto sul contrasto italiano/nigeriane: ci sono differenze di classe ben evidenziate tra i clienti italiani e ci sono contrasti all’interno dello stesso gruppo delle donne che litigano non solo per i clienti ma anche per i rapporti da tenere con le famiglie di origine.
Ricordando Piombino. “La bella vita” ovvero l’opera prima di Paolo Virzì
Planando tra l’alto e il basso, il film è un degno erede della grande commedia all’italiana; i toni del drammatico appaiono smorzati quando, nell’intreccio narrativo e nelle peculiarità dei personaggi, raggiungono la misura di un’apparente leggerezza. Nella sceneggiatura firmata da Francesco Bruni, che collaborerà con Virzì nel successivo Ferie d’agosto (1996), in Ovosodo (1997) fino a Il capitale umano (2014), le figure dell’operaio, della cassiera e del presentatore televisivo accolgono le caratteristiche umane e ideologiche che saranno ricorrenti nei futuri soggetti conferendo all’intera filmografia del regista toscano una riconoscibile fisionomia.
“La stranezza” e le zone d’ombra pirandelliane
Il regista siciliano deve aver intuito che il compito del cinema non è soltanto ricostruzione filologica o calco esatto di oggetti ben definito, ma anche evocazione, atmosfera e bugie a fin di bene. La stranezza è il filler di una zona d’ombra che fa dello spirito il suo obiettivo, liberandosi della pesantezza e degli ostacoli dell’adattamento. Non c’è arma migliore del tradimento per ottenere un risultato un risultato fedele all’originale. La narrazione si concentra sulla commistione di arte e vita, una cifra centrale nella produzione di Pirandello.
Una visita al Bates Motel
“Con l’aiuto della televisione, l’omicidio andrebbe portato nelle case, perché il suo posto è lì. Alcuni dei nostri omicidi più deliziosi sono stati domestici: perpetrati con tenerezza in posti semplici e accoglienti come il tavolo della cucina o la vasca da bagno. Niente ripugna di più il mio senso del decoro di un teppista di strada che è in grado di assassinare chiunque, perfino persone che non gli sono nemmeno state presentate. Dopotutto, sono sicuro che sarete d’accordo con me, l’omicidio può essere molto più affascinante e piacevole, anche per la vittima, se l’ambiente è confortevole e le persone coinvolte sono dame e gentiluomini come voi qui presenti”. Parola di Alfred Hitchcock.
“Teorema de tiempo” e di archivio
La XV edizione di Archivio Aperto è stata un’occasione per scavare negli archivi. Teorema de Tiempo, documentario del regista messicano Andrés Kaiser, non si limita a questo ma scava nel concetto stesso di archivio. Quella di Kaiser è una teoria in senso etimologico: una visione del tempo (theōrein, in greco, significa “vedere, osservare”). Quale tempo? Quello racchiuso nell’archivio di lettere, fotografie e soprattutto filmati dei nonni materni del regista: Arnoldo e Anita. Kaiser allestisce così con rigore e sensibilità una visione profonda, a tratti psicanalitica, sul potere dell’immagine e dell’archivio, come mezzo di sopravvivenza.
Riprendere la parola. “Les Années Super8” e la scrittura di Annie Ernaux
Alle immagini delle feste di famiglia, dei compleanni, delle visite ai suoceri e alla sorella ribelle si alternano le riprese fatte durante i viaggi in Francia e all’estero. Costantemente il récit di Ernaux mette in relazione questi fatti privati con gli avvenimenti storico-politici. Il viaggio in Cile del 1972 è l’occasione per documentare le speranze di un popolo per il governo Allende: quelle girate “sono immagini di un paese che non esiste più”. La pubblicazione del primo romanzo, Gli armadi vuoti (1974), corrisponde alla morte di Pompidou, all’elezione di Giscard e agli attacchi dei conservatori contro Simone Weil per le sue posizioni a favore dell’aborto.
Moltitudini, split screen e visioni impossibili
In queste ultime settimane di uscite cinematografiche, lo split screen sembra essere tornato come accorgimento stilistico prediletto. Non sono pochi i film che ne hanno fatto uso. Se si pensa a qualche titolo, Vortex e Omicidio nel West End sono i primi due che saltano alla mente e, seppur diversissimi, riescono a dirci qualcosa sul cinema contemporaneo. La differenza principale tra i due film sta nella giustificazione della scelta stilistica. Se da un lato Omicidio nel West End sceglie lo split screen per imporre un’identità, che guarda molto alla commedia autoironica di Wes Anderson, Vortex invece mette in campo una vera e propria riflessione sul dispositivo.
FilmmakHER. Una mostra sulla cinematografia femminile
L’esposizione FilmmakHER – mostra illustrata sulla cinematografia femminile (ospitata a Parma presso Cubo-Contenitore Creativo fino al 27 novembre) è il risultato di una trama di relazioni tra interlocutori pubblici e privati attraverso la quale una storia del cinema poco conosciuta, quantomeno a un pubblico di massa, funge da punto di partenza per condurre tutte le componenti coinvolte a intrecciare percorsi tesi a un arricchimento reciproco. Con la sola eccezione di Mara Cerri, che ha disegnato per Alice Rohrwacher, nessuna delle artiste selezionate aveva mai lavorato per il cinema e la maggior parte delle registe a loro proposte veniva approcciata per la prima volta o quasi.
“Marcia su Roma” tra Storia e illusione
Tecnico, per una metà, un po’ semplicistico, per l’altra. L’ultimo documentario di Mark Cousins (The Story of film: an Odyssey) cerca un equilibrio difficile fra cinefilia, politica e storia, perdendosi a rincorrere ricorsi storici. Dispiace per un’occasione forse non persa, ma colta a metà. Presentato alle Giornate degli Autori a Venezia, il film passa velocemente dalle tautologie trumpiane (“Mussolini is Mussolini”, “I want to be associated with interesting quotes”) alla Napoli del 1922 di È piccerella. Poi da Elvira Notari a Umberto Paradisi: sempre sul golfo di Napoli si apre A Noi racconto-celebrazione della marcia su Roma.
Archivio Aperto 2022. Bring the Archive Into the World
Il titolo della quindicesima edizione di Archivio Aperto, il festival organizzato da Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia a Bologna dal 20 al 24 ottobre, si prefigge di portare l’archivio nel mondo, affermando in questo modo la rilevanza storica dei filmati privati, sperimentali e di found footage che compongono le opere presentate. Le aspettative suscitate da un titolo così ambizioso non sono certo andate deluse in questa edizione particolarmente ricca, che si è distinta per la presenza del Premio Nobel Annie Ernaux, dal primo concorso italiano dedicato alle opere di found footage e da retrospettive importanti come quella sulla regista sperimentale americana Marie Menken.
“Kill Me If You Can” e una storia di ordinaria follia
Non è la prima volta che Infascelli si confronta con la riflessione biografica: da S Is for Stanley a Mi chiamo Francesco Totti è l’esperienza individuale che contribuisce a sostenere o a creare il mito e in questo suo ultimo lavoro gli aspetti tipici del character study raggiungono, in chiave documentaristica, un risultato molto interessante. Lontano dal voler fornire una giudizio, Kill Me If You Can sembra voler cominciare sotto le sembianze di documentario divulgativo ma l’irruzione del found footage lo fa incappare in continue digressioni che rimandano anche all’immaginario dei grandi classici del cinema italiano e americano.
Chi ha paura dell’uomo nero? L’afroamericano e il cinema horror
Salito alla ribalta con Jordan Peele, l’horror afroamericano è diventato uno dei generi di maggior successo della recente produzione hollywoodiana con risultati altalenanti, ma comunque rappresentativi di un fenomeno culturale in rapida ascesa che, ribaltando gli stilemi classici del genere, ne rielabora e aggiorna contenuti, dinamiche e paradigmi narrative ormai consolidati. Ma la storia del cinema statunitense mostra chiaramente che la questione nera è stata da sempre connessa alla realtà nazionale o meglio a una sua lettura e conseguente rappresentazione discriminatoria e razzista.