“Utama” dal locale all’universale
Al suo esordio alla regia cinematografica, Loayza-Grisi dimostra un’insolita cura per i dettagli sonori, scegliendo strumenti musicali della tradizione andina, esasperandone però il suono per trasformarlo da semplice sottofondo a veicolo di inquietudine e angoscia. Unendo un profondo amore per il cinema (il paesaggio incorniciato dalla porta di casa potrebbe essere un’inquadratura di John Ford) all’esigenza della denuncia sociale, con grande sensibilità il regista boliviano ci mostra gli impatti catastrofici del cambiamento climatico sulla nostra Terra.
“Piove” tra Stephen King e Ari Aster
L’opera miscela gli stilemi del genere thriller/horror con il dramma familiare, strizzando l’occhio alla poetica di Ari Aster. Suddiviso in tre atti – Evaporazione, Condensazione e Precipitazione – ha come suo punto di forza la fotografia di Cristiano Di Nicola. La macchina da presa si muove lenta e sinuosa in spazi tetri e angusti, cambiando spesso la messa a fuoco e la sua angolazione: inquadrature dall’alto, dal basso, campi lunghi, primi piani, grandangoli, dettagli, riflessi. Senza tralasciare le superbe panoramiche a schiaffo che permettono di giocare con la verticalità e l’orizzontalità delle immagini e non solo.
“Le buone stelle” della gratitudine e della cura
Meno riuscito di Un affare di famiglia, Le buone stelle si porta comunque a casa molto. L’estremo incanto della sequenza sulla ruota panoramica, capace di fermare il tempo; quello della scena su musica di Magnolia, che il tempo lo fa scandire da un tergicristalli, e il concetto tipicamente orientale di gratitudine per l’essere venuti al mondo, espressa non verso qualche divinità, ma da un personaggio all’altro e ritorno.
“The Lost King” e gli sconfitti vincitori
Con la protagonista di The Lost King, interpretata da una sempre bravissima Sally Hawkins, Frears aggiunge un altro ritratto alla sua galleria di sconfitti vincitori, di donne piccole piccole che nel perseguire un obiettivo, nell’inseguire la verità e difendere i propri principi, salvano se stesse e si fanno gigantesche, come era successo a Judi Dench in Philomena e a Meryl Streep in Florence (e in modo non troppo dissimile anche alla Queen di Helen Mirren). La costruzione è quella di un thriller, di un giallo con alla base un’indagine folle e un po’ insensata, ma forse proprio per questo così incredibilmente coinvolgente.
“Ninjababy” e l’emozione dell’umorismo
Pensare a Juno è inevitabile. Ma, a quasi quindici anni di distanza dal film di Jason Reitman, siamo di fronte a una versione “aggiornata” e più matura della vicenda: al posto di un’adolescente sostenuta dall’affetto di due genitori (qui del tutto assenti) pronti ad accompagnarla emotivamente durante la gravidanza cui seguirà l’affidamento del nascituro, troviamo una giovane donna che, seppur con tutta la confusione e l’irrequietezza dei suoi vent’anni, sa per certo che un figlio non lo vuole e rivendica il proprio diritto di rifiutare la maternità che la società vorrebbe imporle.
“Raymond and Ray” tra lutto e famiglia
È curioso vedere come il cinema contemporaneo negli ultimi anni si stia approcciando a tematiche delicate come il rapporto genitori-figli e l’elaborazione del lutto: nei modi più disparati, mediante tagli e generi differenti. Citandone alcuni, si pensi ai recentissimi The Whale di Darren Aronofsky e The Son di Florian Zeller, che raccontano di padri assenti con toni intimi e dal forte impatto emotivo; ma si potrebbe benissimo scomodare anche il sovversivo Ari Aster che è in grado di affrontare il discorso sul lutto con una forza catartica ineguale. Argomenti questi centrali anche in Raymond and Ray, in concorso alla Festa del cinema di Roma 2022 e in programmazione su Apple+.
Alfred Hitchcock il prestigiatore
Sovvertendo la lineare struttura deduttiva del giallo, Hitchcock ha preferito sempre ingabbiare lo spettatore in uno stato di febbricitante interesse, inserendolo all’interno della diegesi a livello di co-protagonista: dagli sperimentalismi di Nodo alla gola (1948) e Il peccato di Lady Considine (1949), insuccessi commerciali ma magistrali nelle ricercate operazioni di découpage, passando per La finestra sul cortile (1954), smascheramento del voyeurismo quale condizione primordiale e imprescindibile per il godimento nella fruizione cinematografica, il maestro inglese si è consegnato infatti quale prestigiatore che ha saputo fare della psicologia degli spettatori il cuore del proprio mestiere.
Ritratto cinefilo di James Ivory
James Ivory, dopo il successo degli anni Novanta, è ingiustamente diventato un sinonimo di stile laccato, di riduzioni inamidate di classici della letteratura, di raggelata freddezza decorativa. L’Oscar vinto a novantaquattro anni per la sceneggiatura tratta dal romanza di Aciman, l’omaggio e il premio che gli è stato attribuito alla Festa del cinema di Roma e il suo nuovo (bellissimo) documentario, A Cooler Climate, ci permettono di compiere una ricognizione nella vita e nella carriera del più inglese dei registi americani, come ha detto qualcuno.
“Catherine Called Birdy” ovvero il diario medievale di una teen ager
Catherine Called Birdy è un film distribuito da Prime video e tratto dall’omonimo romanzo di Karen Cushman di cui mantiene la forma di racconto attraverso il diario. Questo sembra rendere infantile l’intera vicenda, ma in realtà aiuta a esplicitare il fatto che ciò a cui stiamo assistendo è esclusivamente la visione della protagonista. L’adolescenza spesso genera una chiusura in sé stessi o comunque questo è ciò che succede al personaggio di Birdy – un’adolescente spregiudicata un po’ alla Catherine Spaak ne I dolci inganni e La voglia matta – che la Dunham tiene sempre al centro dell’inquadratura e alla quale dedica la maggior parte dei primi piani e piani medi.
“Vortex” di amore e di morte
A differenza di vari film di Noè, da Enter the Void a Climax, dove tutto era pregno di un iperrealismo nella forma e nel contenuti, qua siamo agli antipodi, poiché Vortex è una sorta di cinéma-vérité, un cinema verista, senza mediazioni, quasi documentaristico, per certi versi accostabile a certi film della Nouvelle Vague francese; motivo per cui, non è forse un caso che l’attrice protagonista sia la Lebrun, quella de La maman et la putain di Jean Eustache, e icona del cinema francese degli anni d’oro. L’attore che impersona il marito è invece Dario Argento, cioè il re del brivido, colui che al cinema ha spettacolarizzato la morte come forse nessun altro.
Gli Incontri del Cinema d’Essai 2022
Gli Incontri del cinema d’essai di Mantova sono una manifestazione organizzata dalla Fice e rivolta principalmente ad esercenti cinematografici e distributori, ma aperta anche alla stampa e al pubblico cittadino. Il programma si compone di film (e compilation di trailer) la cui selezione risponde soprattutto al calendario dei listini di distribuzione, con proposte che anticipano di qualche settimana o mese le uscite nazionali. L’edizione 2022, che si è svolta dal 3 al 6 ottobre, è stata nettamente dominata dalla produzione europea. Molti titoli sono arrivati col blasone dei premi ottenuti nei principali festival internazionali.
“Everything, Everywhere All at Once” speciale. L’imprevisto senso del mondo
I Daniels portano in scena la loro declinazione di multiverso con l’ironia e la bizzarria che conosciamo loro da Swiss Army Man – Un amico multiuso: il male supremo si consustanzia in un gigantesco bagel, esistono mondi dove le persone hanno hot-dog al posto delle dita e per saltare dal proprio universo a un altro lontanissimo occorre fare la cosa più improbabile e insensata le circostanze consentano. Ne viene fuori una sorta di distillato di umorismo da nerd/geek, come se fossimo ancora alle scuole medie e stessimo assistendo alle battute più volutamente cretine degli intelligentoni della classe.
“Everything, Everywhere All at Once” speciale. Le particelle infinitesimali della nostra vita
Nei mondi del possibile di Everything, Everywhere All at Once anche una scheggia di uno specchio rotto diventa un pretesto per svelare cosa cambierebbe se la (stra)ordinaria Evelyn avesse intrapreso strade diverse. Inoltre, uno specchio frammentato offre sfaccettature variegate della medesima cosa, no? Sì, perché uno dei punti cardine del film ruota attorno alla questione della prospettiva. I registi, così, disseminano nelle inquadrature costellazioni di occhi adesivi, che finiscono per “crivellare” anche la protagonista, quasi a suggerire agli spettatori che è vero che, di tanto in tanto, tutto sembra non avere un senso, ma a volte basterebbe solo guardare con occhi nuovi.
“Psycho” e la critica
Con la distribuzione in prima visione della versione restaurata di Psycho, altro tassello del mosaico storico cinematografico del progetto Cinema Ritrovato al Cinema, ci troviamo di fronte a uno dei film più analizzati di sempre. Vediamo una ricca antologia critica intorno al capolavoro di Alfred Hitchcock. Del resto, come scriveva Dave Kehr, “il capolavoro di Alfred Hitchock unisce una brutale manipolazione del principio di identificazione del pubblico con uno stile visivo incredibilmente denso e allusivo per creare il film più moralmente inquietante mai realizzato”.
“Athena” e il cinema della guerra urbana
Di fatto, Athena è un film di ragazzi. Oltre al lutto, ai confronti sul senso di giustizia, c’è la dura e istintiva voglia di vendetta. E la coreografia e il lirismo, il ritmo adrenalinico e immersivo, più che a una semplice esibizione dei mezzi di Romain Gavras, sembra essere più un tentativo di incorniciare il film in uno spazio quasi videoludico. Questi fluidissimi piani sequenza – che oggi, ormai, appartengono più al videogioco che al cinema – ribadiscono che ci troviamo di fronte a una guerra che in continuazione si fonde con il gioco.
“Blonde” speciale. Marilyn tra luce e buio
Al centro di tutto c’è sempre Norma Jeane. Dall’infanzia traumatica fino alla controversa morte, il viso di Marilyn Monroe è abbagliato dai flash, dalle lampade di una sala operatoria, dalla luce del sole su una spiaggia. Sempre. Nemmeno gli improvvisi passaggi al bianco e nero che Andrew Dominik impiega come lente deformante di una realtà patinata riescono ad oscurare tutto questo eccesso di luminosità. Ma poiché Blonde è un film fatto di dualismi, tra vita pubblica e privata, realtà e leggenda, vero e falso, nascita e morte, dove c’è la luce c’è anche il buio.
“Blonde” speciale. L’epopea perversa di sogni infranti
Blonde sembra quindi indeciso sulla strada da intraprendere, in bilico tra il percorso orrorifico (già magistralmente battuto da Larraín con Spencer) e quello squisitamente narrativo. La scelta di privilegiare il punto di vista di Marilyn non raggiunge le potenzialità di una provocazione “alt(r)a”, ma si blocca spesso, tragicamente, in superficie. I momenti più riusciti sono forse quelli più tetri e grotteschi, quelli in cui lo sguardo di Marilyn e dello spettatore si incrociano, finendo anche per coincidere.
La fotocinematografia di Stanley Kubrick
Edito da Mimesis, Look Over Look. Il cuore fotografico del cinema di Stanley Kubrick viene a colmare una significativa lacuna negli studi dedicati al grande regista newyorkese, evidenziando l’influenza che la fotografia ha avuto da sempre nella formazione artistica del cineasta, che esordì a 17 anni proprio come fotoreporter per la rivista “Look”. Ne parliamo con l’autrice Caterina Martino, studiosa di storia e teoria della fotografia italiana e internazionale nei suoi rapporti con le altre arti (in particolare cinema) e con il dibattito filosofico contemporaneo.
“Siccità” con un barlume di luce
Ancora una volta Virzì mantiene il proprio cinema a cavallo tra la finezza d’autore e l’ampia accessibilità dell’opera popolare e ancora una volta riesce a scavare nel pessimismo esistenziale per rinvenirvi un barlume di luce. È certamente una visione amara quella proposta dal regista toscano. Un’amarezza che, pur non concedendo una via di scampo pienamente percorribile, mostra quantomeno un’apertura verso delle alternative forme di redenzione. Invisibili all’ombra di un sistema sociale, economico, ambientale sull’orlo del collasso definitivo, le possibilità di rivalsa o pacificazione esistono e trovano il modo di affiorare anche negli antri bui dell’abbandono e della rassegnazione.
“La notte del 12” nella società degli uomini
È una consapevolezza crescente, malinconica e sorda, la stessa che pian piano avvolge anche lo spettatore. Abituato e forgiato dalla serialità alla CSI: Scena del crimine, viene costretto da La notte del 12 a confrontarsi con il fattore umano. Clara, per quanto bionda e bella come lei, non è una Laura Palmer al centro di una provincia dai mille segreti. Qui ci sono più che altro segreti di Pulcinella e vengono quasi subito confessati, mentre le dinamiche umane, che Moll svela con asciuttezza e una verosimiglianza psicologica mai sopra le righe, sono tremendamente comuni e sotto gli occhi di tutti.
Non è facile essere il primo. “Sidney” di Reginald Hudlin
Dopo Marcia per la libertà, The Black Godfather e Safety – Sempre al tuo fianco, Reginald Hudlin continua la sua personale galleria di figure simboliche della società afroamericana del Novecento con Sidney, documentario prodotto da Oprah Winfrey e distribuito da Apple Tv+, dedicato alla prima black star hollywoodiana Sidney Poitier e al suo simbolico lascito culturale. Avvalendosi della collaborazione di Poitier stesso, il film diventa una sorta di racconto in prima persona della sua vita e carriera, arricchito dalle testimonianze di familiari, amici e colleghi.