“La fiera delle illusioni” più adattamento letterario che remake
Del Toro ha esplicitamente dichiarato di non aver voluto inserire nessuna voce narrante esterna, nessuna strada notturna percorsa da uomini in cappotto, nessuna veneziana socchiusa da cui filtra qualche lama di luce, ma di aver invece voluto mantenere inalterato quel chiaroscuro, quella maniera obliqua che il noir ha di leggere la realtà. “Ho voluto fare un film – ha dichiarato – che fosse ambientato nel passato ma che parlasse del presente”. Un presente che il regista continua a raccontare attraverso la lente deformata di fauni, mostri marini, fantasmi e geek-mangiabestie.
“La fiera delle illusioni” senza redenzione
A un primo livello il personaggio di Stan è avvicinabile per movenze e abiti al protagonista de Il postino suona sempre due volte di Tay Garnett (1946). Però a Guillermo del Toro non basta e quindi inserisce alcuni tratti del Frank del remake di Bob Rafelson, ma non è ancora sufficiente. Quindi se il personaggio interpretato da Jack Nicholson passa dall’avere una spiccata propensione alla negatività al diventare negativo, quello interpretato da Bradley Cooper è un predestinato, può solo ricevere e dare morte, opprimere ed essere oppresso, incantandoci e illudendosi di non esserlo. Del Toro ci mette quindi davanti a un film disperato e a una storia ingannevole.
“Quel giorno tu sarai” e la continuità della colpa
Il cinema di Kornél Mudruczó è ormai sorretto dalla costante ricerca di una bellezza che fonda immagine e gesto tecnico in un appagamento estetico tramite cui filtrare atroci sofferenze, le quali appaiono fascinosamente velate eppure mai nascoste. Così l’intuizione del piano sequenza viene qui ripresa in maniera ancor più radicale: tre atti, tre diverse epoche e tre lunghi blocchi diegetici ripresi in continuità visiva (ma non temporale). Ciascuno di essi è incentrato su tre distinti personaggi attraverso i quali si incarna il peso di una “colpa” tanto insensata quanto gravosa e difficile da estirpare.
Non c’è ultimo spettacolo per Peter Bogdanovich
La maggior parte degli onori che la critica ha tributato a Peter Bogdanovich, regista, sceneggiatore, attore e storico del cinema, nei giorni successivi alla sua scomparsa il 6 gennaio scorso, rischiano di limitare il suo contributo di innovazione del linguaggio cinematografico alla prima parte della sua carriera e di privilegiare il critico sul cineasta, il sostenitore americano della politique des auteurs che rende Ford e Hitchcock artisti e non semplici maestri dell’intrattenimento sul suo lavoro davanti e dietro la macchina da presa. Una direzione opposta potrebbe essere invece quella di decostruire le opposizioni critico/cineasta e autore/attore nell’incarnazione che di queste apparentemente opposte dimensioni ha dato Bogdanovich.
“Fellini e l’Ombra” evocazione onirica del Maestro
Fellini e l’Ombra ha innanzitutto il merito di essere, probabilmente, il primo film a trattare con cognizione di causa il rapporto di Fellini con i sogni e la psicanalisi, il suo mondo interiore e più nascosto, il “Fellini sommerso”, cioè quell’Ombra del titolo che va rigorosamente in maiuscolo, come a voler identificare un’essenza quasi vivente. Ma ciò che colpisce della regia di Catherine McGilvray è anche la pluralità di linguaggi usati, con uno stile e un montaggio volutamente schizofrenici, non lineari, perché solo così è possibile parlare di una materia impalpabile come i sogni.
“Vampyr” e il lavoro sul set
Viaggio tra testimonianze e ricostruzioni sul set di Vampyr: “Ci faceva recitare in maniera del tutto naturale. Ci faceva sentire che la storia misteriosa che recitavamo era vera. Ciò richiedeva molte riprese per ogni scena, e ci furono diverse ripetizioni. Quando c’era del dialogo, ogni scena veniva girata tre volte, per la versione francese, inglese e tedesca. Veniva girata muta, e noi pronunciavamo tutte le parole. Il sonoro fu aggiunto più tardi presso gli studi UFA di Berlino, che all’epoca avevano la migliore strumentazione sonora. Dreyer era un uomo molto gentile, ma quando dirigeva i suoi attori diventava molto duro”. (Nicolas de Gunzburg (intervista), “Film Culture”, n. 32, 1964)
“Macbeth” e l’omaggio di Joel Coen alla storia del cinema
Lontano dall’erotismo sanguinoso di Polanski, ma anche dalle versioni di Orson Welles, Akira Kurosawa, Béla Tarr e Justin Kurzel, il Macbeth di Coen sembra superare ogni paragone mettendo al centro della scena lo spazio psichico. È così che un racconto così oscuro ed efferato diventa inquietante in un senso spiccatamente moderno, e a una violenza che potrebbe felicemente irretire lo spettatore si prediligono pose, movimenti e architetture ostili e angoscianti (più che angosciosi). È quasi come se Shakespeare incontrasse idealmente Pinter.
“Macbeth” di Roman Polanski in un labirinto di specchi
Nel Macbeth di Polanski il cinema non è un modo per guardare le proprie ossessioni ma solo per perdersi dentro di esse, come in un labirinto di specchi. Il farmaco che l’uomo deve darsi da solo forse esiste, ma Polanski non ci crede o non lo conosce. La storia si afferma sull’arte ma solo piegata al desiderio: nel finale Donalbain, che fu storicamente re dopo Malcom, torna dalle streghe. Questo è l’unico vero tradimento a Shakespeare, il cui testo, anche se reso con naturalezza non teatrale, è seguito fedelmente. Il sigillo del regista sulla sua opera: la storia domina sulla finzione artistica e il finale positivo di Shakespeare è superato dal ciclico affermarsi del desiderio.
“Il bar delle grandi speranze” stemperato nella malinconia
Il film, tratto dal memoir di J.R. Moehringer e sceneggiato da William Monahan, è una fiaba suburbana che ripropone il tema, molto americano, dei padri che si emancipano dai figli (pensiamo agli ultimi Interstellar, Honey Boy, Ad Astra) che, alla forza prorompente dei ruvidi narratori del Midwest, contrappone toni edificanti e una rievocazione del passato malinconica: un idillio familiare della working class. Lo sguardo e il punto di vista, infatti, sono quelli di chi anela a un altrove idealizzato, colmo di successo e soddisfazioni personali, oltre che di rivalsa, ma senza che la narrazione diventi critica tagliente nei confronti del sogno americano infranto.the t
“È andato tutto bene” e il cinema dell’inversione
Il cinema di Ozon, da sempre, è nemico di ogni giudizio come di ogni pre-giudizio. È un cinema queer per definizione, perché strano, stravagante, divergente, capace di “cambiare direzione” quando meno te lo aspetti, di imboccare la via del sorriso o della commedia amara, quando appena ti saresti concesso una lacrimuccia di commozione. Ozon, anche con questo ultimo film, è capace di costruire un altro modo di fare cinema e rideterminare gli orizzonti del discorso collocandosi a metà strada tra la commedia e la tragedia, maschile e femminile, ruolo genitoriale e filiale.
“America Latina” tra allucinazioni e verità
America Latina, tra perdite di fiducia in sé stesso prima, e negli altri poi, allucinazioni e verità, assume toni cupi, tra contrasti di luce che ne fanno un thriller psicologico a tinte verdi e rosse che gioca con l’orizzontalità e verticalità delle immagini. La macchina da presa, lenta e sinuosa, centellina le visioni d’insieme di spazi asettici, restando addosso a Massimo per coglierne le sfumature, ansie e paure che lo hanno reso un uomo a metà, al contempo sviscerate in maniera netta nell’incontro col solitario e scorbutico padre, specchio di ciò che non vuole essere ma che forse purtroppo è già. I D’Innocenzo imbastiscono il racconto non lasciando nulla al caso.
“Vampyr” di Dreyer o la verità sullo strano caso di Mister Gray
Dreyer costruisce la storia con una sorta di tableaux vivants, situazioni paratattiche e giustapposte dove la consecutio logica e temporale è soltanto accennata, per dare vita a sensazioni eteree, funeree e sepolcrali – in un certo senso, vedere Vampyr è un po’ come leggere una macabra poesia, dove i rapporti di causa/effetto non seguono la logica comune. Certo, un andamento narrativo c’è, ma la diegesi sembra affidata soprattutto al fluire degli incubi, al magma dell’inconscio, a un precipitare da un mondo all’altro proprio come accade nei sogni, il che fornisce al film un coté altamente evocativo e affascinante.
“What Do We See When We Look at the Sky?” o dell’immenso quotidiano
What Do We See When We Look at the Sky? è un insieme di nuovi punti di vista, nuove proposte visive e nuove sensibilità cinematografiche. È la dimostrazione di come il montaggio possa ancora assumere ruoli così discriminanti e protagonisti, così come la regia, che Koberidze sa essere una questione di distanze, di posizionamenti, di sguardi precisi che sappiano includere da una parte ed escludere dall’altra. Un film che chiede al pubblico un’interazione (figlia, con buona probabilità, del mondo videoludico), un’opera autoriale che con il realismo magico, genere usato (e forse abusato) nel cinema d’autore contemporaneo, ha ancora qualcosa da dire.
Chiedi chi era Sidney Poitier
Difficile esprimere meglio l’impatto che Sidney Poitier ha avuto nel panorama statunitense dagli anni Cinquanta, quando coi suoi personaggi ha contribuito a scardinare gradualmente i presupposti iconografici hollywoodiani legati ai neri. Come Jackie Robinson per il baseball, Poitier è stato il primo attore afroamericano a rivestire ruoli da protagonista a Hollywood. La star nera per antonomasia del cinema nazionale, premiato da un successo duraturo e trasversale che ha superato la barriera del colore quale espressione di quel pensiero progressista che negli stessi anni stava prendendo piede nella società e nella cultura americana.
“Un eroe” e le verità celate
Farhadi getta lo sguardo sulla società iraniana, sulle sue costrizioni, la religiosità e le ipocrisie, che spingono il protagonista a tenere segreta la relazione con la compagna. Ma le sue tematiche valicano i limiti geografici e diventano universali nel rilevare la necessità di dosare le parole, le conseguenze delle mezze verità e soprattutto le incomprensioni che regolano le relazioni sociali. Non è un caso, quindi, che Farhadi omaggi esplicitamente il cinema italiano, riecheggiando Antonioni così come il De Sica di Ladri di biciclette, con le peripezie di un padre che tenta di recuperare il proprio onore.
Il ritorno transmediale alla Matrice – “Matrix Resurrections” perché SÌ
Lana Wachowski (che sceneggia e produce insieme alla compagna Rita) decide di mettere in scena un vero e proprio apparato nostalgico, intenso nel vero e proprio senso etimologico del termine, come “ritorno”. Il ritorno alle origini, il ritorno ai personaggi, il ritorno a Matrix, il ritorno all’amore. Ma come ci si approccia, nostalgicamente, a una mitologia? Semplicemente distruggendola e rimodellandola e addirittura ironizzandola. È l’Anti-Matrice che prende totale consapevolezza del sé, in un rifacimento di immaginari e mitologie senza precedenti.
La matrice autoreferenziale – “Matrix Resurrections” perché NO
Il problema narrativo che si pone inevitabilmente quando si riprende una saga dopo lustri, specie una così importante, è che l’autrice si trova costretta a riciclare i personaggi noti, ad uso dei fan di lunga data, quanto a riassumere i precedenti capitoli ai neofiti, o a chi comprensibilmente non ne ricorda i dettagli. In questo compito Wachowski se la cava bene, specie all’inizio, e non risulta né prolissa né ridondante, salvo poi riassumere la vita di ogni singolo personaggio secondario che viene inquadrato anche solo una volta nei primi tre film.
“Vampyr” e la critica
Uno dei grandi film della storia del cinema, una delle avventure più enigmatiche e coinvolgenti che gli occhi degli spettatori abbiano mai incontrato, e uno dei restauri più preziosi realizzati dalla Cineteca di Bologna. Realizzato da Dreyer nel 1931, all’indomani del capolavoro La passione di Giovanna d’Arco e dell’avvento del sonoro, liberamente ispirato ad alcuni racconti di Sheridan Le Fanu, Vampyr è un film horror, un film fantastico, un film di nebbie, di luminescenze, di poche parole, di terrificanti rumori. Il ritorno del capolavoro in prima visione – grazie al progetto Cinema Ritrovato al cinema – permette di fare il punto sulla fortuna critica del film.
Le classifiche dei redattori
Anche quest’anno – dopo aver pubblicato la classifica generale – offriamo le triplette (in ordine di preferenza) dei nostri collaboratori. Si ribadisce l’estrema volatilità dell’offerta cinematografica di quest’anno. In ogni caso, le preferenze espresse dai redattori di Cinefilia Ritrovata possono fungere anche da guida appassionata per una stagione cinematografica di cui si può dire tutto tranne che sia stata omologata e prevedibile.
“La crociata” e la favola che sta per esplodere
Il miraggio di un mare in cui dorme la tempesta, così si potrebbe descrivere La crociata, una favola in cui tutto è sul punto di esplodere. Ma Garrel e Carrière disinnescano l’ordigno: basta indicarlo con ironia anche se a tratti indulgente. Davanti alla cecità dei genitori la minaccia di uno sterminio degli adulti (genitori), lanciata dai ragazzi (figli), rimane volutamente sospesa, non approfondita. Ottimo per il film che s’illumina di questa violenza accarezzata e risulta vivace, godibile, divertente con la macchina da presa che ora si muove frenetica da un volto all’altro e trema dietro Abel in una Parigi senz’aria ora si ferma ad abbracciare la tensione.
“Prima pagina” e il senso di Billy Wilder per la commedia
Prima pagina è la terzultima opera di Wilder, prima di Fedora e Buddy Buddy, un’epoca in cui il regista ha già abbracciato definitivamente il colore, mantenendo una cura certosina nella fotografia dal gusto vintage: un film significativo innanzitutto nella misura in cui testimonia la caparbietà del regista nel non farsi influenzare dalle correnti della New Hollywood, sempre più dominanti nel cinema americano degli anni Settanta, per proseguire con successo una riproposizione – anche se rinnovata – dei modelli classici.