“Martin Luther King VS FBI” e il nemico dietro la porta

Montatore noto soprattutto per le numerose collaborazioni con Spike Lee nonché affermato documentarista, Sam Pollard ha da sempre ripercorso con il suo cinema vicende individuali e collettive che rappresentano capitoli portanti della storia nazionale afroamericana. Martin Luther King VS FBI persegue il medesimo intento, omaggiando una figura essenziale della politica e della società statunitense inspiegabilmente trascurata da Hollywood. Basato sui documenti dell’FBI recentemente de-secretati in attesa che altro materiale venga reso pubblico nel 2027, il lavoro di Pollard ricostruisce con cura minuziosa le forme di spionaggio e ricatto che l’ufficio federale ha adoperato ai danni del leader nero.

“Ma papà ti manda sola?” cinquant’anni dopo

Con Ma papà ti manda sola? Bogdanovich omaggia e si ispira alla screwball comedy, la commedia svitata portata in auge durante gli anni trenta e i primi anni quaranta da registi come Frank Capra e Howard Hawks. È proprio a Susanna! di Hawks che guarda maggiormente per la premessa narrativa, riprendendo la figura del professore con la testa tra le nuvole, sul punto di sposarsi e in caccia di un finanziamento per i suoi studi, che incontra una donna eccentrica ed esuberante che si innamora di lui, trascinandolo in folli avventure. A fianco della linea narrativa principale si sviluppa una sorta di sotto-trama legata a quattro valigette identiche, appartenenti a quattro diversi proprietari, che vengono ripetutamente confuse.

Il cinema duro dell’Italia in nero. “Il legionario” di Hleb Papou

I modelli a cui Papou si ispira sono presumibilmente ACAB di Stefano Sollima e lo scioccante Diaz di Daniele Vicari, ma Il legionario ha qualcosa anche de I miserabili di Ladj Ly, in particolare per la rappresentazione delle tensioni razziali. Rispetto ai due suddetti film italiani, l’opera prima del giovane regista può contare su un budget più ridotto (anche se ci sono alle spalle produzioni serie come Fandango e Rai Cinema, dunque non è un indipendente qualsiasi), e in questi casi voler girare sequenze d’azione può comportare il rischio di celebrare le nozze coi fichi secchi: ma Papou evita questa trappola e sa ottimizzare perfettamente i mezzi che ha disposizione attraverso particolari accorgimenti registici.

“Belfast” e le spinte autobiografiche di Kenneth Branagh

Da tempo Kenneth Branagh si divide su due fronti, da una parte le mega-produzioni dai budget stratosferici, dall’altra i piccoli film, quelli più sinceri e personali, che meno risentono del gigantismo e delle grandi aspirazioni. Belfast si colloca in quest’ultima, felice, categoria, sorretto dalle spinte autobiografiche e da una sincerità che da tempo non faceva capolino nei suoi lavori. Per ritrovare la stessa urgenza di raccontare bisogna andare indietro nel tempo, all’esordio shakespeariano di Enrico V, a Nel bel mezzo del gelido inverno (anche questo, come Belfast, in bianco e nero, e sua vera dichiarazione d’amore per il Bardo, con buona pace di tanti robusti adattamenti) o al misconosciuto Gli amici di Peter. 

“Una femmina” nel paese dei ciechi

Presentato a Berlino, nella sezione Panorama, Una femmina è l’esordio dietro la macchina da presa del cosentino Francesco Costabile, testimone e narratore della piaga mafiosa calabrese. Ispirato al volume-inchiesta di Lirio Abbate Fimmine ribelli, il film è dedicato “a tutte le femmine ribelli” e “a tutte le vittime della ‘ndrangheta”. La storia, il cui soggetto è di Edoardo De Angelis e Abbate, penetra fin nel profondo della cruda esistenza mafiosa ai margini della società, fino a diventare essa stessa parte del paesaggio, buia e spigolosa, in equilibrio tra sfocature ed ellissi che non ammettono sprazzi di luce, in cui ogni riverbero si consuma sulla pietra tagliente e si strozza sulle rive riarse. 

“Dal pianeta degli umani” e il cinema di pensiero di Giovanni Cioni

In un montaggio d’impulso, associativo, la storia procede via via in una stratificazione temporale e materica: dai filmati d’archivio allo sci-fi degli anni ’40, dai filmini domestici e rivieraschi agli occhioni lucidi di anfibi notturni: il cinema di Cioni non è tanto di parola quanto di pensiero, un discorso che si muove libero tra le diapositive e le voci narranti — che sfiorano i saggi di Chris Marker — e il ragionamento individuale mosso secondo la logica chiusa e inoppugnabile della riflessione privata, dell’investigazione personale condivisa in fieri.

Storia di triadi imperfette. “After Love” non è (solo) una questione di inclusività

Qualcuno (sbagliando a parere di chi scrive) potrebbe chiedersi: ancora un film sulla questione dell’inclusività? O sulla tematica anglo-islamica? Eppure, a prima vista, è questa l’impressione che lascia After Love, esordio folgorante dell’ anglo-pakistano Aleem Khan. Dopo aver fatto man bassa di premi con il suo terzo cortometraggio, Three Brothers (del 2014 e che ha diversi punti in comune con After Love, se non fosse per la struttura drammaturgica), passando al lungometraggio il regista ottiene ben cinque vittorie ai British Independent Film Award come miglior film indipendente, regia, sceneggiatura, attrice protagonista e attore non protagonista.

“Piccolo corpo” II – L’avventura metafisica

Nel mondo di Piccolo corpo facciamo ingresso attraverso l’onda sonora: un coro femminile che ci accoglie sulla spiaggia dove Agata, prossima a partorire, consegna ritualmente il proprio sangue all’acqua del mare. Il ciclo naturale che assume la forma di una liturgia cantata: due mesi dopo la ballata favolistica di Re granchio, ecco un altro film che trova nella cultura folkloristica una lettura personale e che usa il canto rurale come via di accesso verso ecosistemi inesplorati. È forse il principio di un nuovo, curioso filone del nostro cinema d’autore, un piccolo universo filmico intento a recuperare il passato e a ridargli corpo e voce con l’impeto della giovane autorialità. 

“Piccolo corpo” I – Gesto silenzioso e profondo

Il film è sintetico e silenzioso, aderente ai toni brulli della terra anche nella sua messa in scena, povera di colori e parca di movimenti, ma ricchissima di immagini simboliche. I gesti quotidiani del remare, camminare, bere dalle fonti e sporcarsi il viso di terra per non essere visti dalla montagna nelle cui viscere si vuole passare, sono tutti fondamentali nel procedere della protagonista, nella sua autoconsapevolezza e nella sua espiazione del dolore. Piccolo corpo è un’opera di rara profondità, che passa proprio grazie alla trattazione semplice e priva di orpelli, che ci conduce passo passo accanto al percorso di Agata, il cui desiderio è non solo la liberazione del male dal corpo della piccola, ma il sogno di poterla un domani riabbracciare.

“Assassinio sul Nilo” dal gusto rétro

È un Branagh alla ricerca del perfetto equilibrio fra vecchio e nuovo, questo di Assassinio sul Nilo, anche con un pizzico di opportunità malcelata: accanto al Baedecker, inserisce senza tema di inverosimiglianza il blues nero, gli amori interrazziali, il lesbismo e financo i dirty dancing in un gruppo di ricchi inglesi degli Anni ’30. Ma quello che gli riesce meglio, pur in tutta la sua retorica, è proprio filmare i paesaggi con un gusto retrò alla David Lean, e accarezzare i suoi personaggi eterei con la calda luce del crepuscolo, come se fossero i simulacri di un mondo già morto, il battello sul Nilo una gigantesca bara di un glorioso passato perduto.

“Milano calibro 9” cinquant’anni dopo. La città di zucchero e catrame

In una sorta di determinismo ambientale le storie sulla mala milanese non permettono di raccontare i personaggi senza prima mostrare nel dettaglio i luoghi che abitano. E così le ambientazioni di Scerbanenco prima, e di Fernando Di Leo poi, hanno il pregio di sopravvivere a una Milano che cambia, sovrapponendosi alla topografia di una città nuova e smagliante, che per niente al mondo ora ricorda quella precisa rarefazione di Milano Calibro 9 o la precarietà dei cantieri e degli sfasciacarrozze di La Mala ordina (sempre del 1972, il secondo film della cosiddetta trilogia del milieu) .

Gesù sulla Lista Nera. “Cristo fra i muratori” di Edward Dymtryk

Seguendo la formula di Odio implacabile, Cristo tra i muratori riprende le tecniche narrative e le cifre stilistiche del noir per portare sullo schermo temi di importanza politica e sociale, innestando l’uso del flashback, della voce fuori campo e di un’illuminazione espressionistica e simbolica, sull’interesse per la documentazione in stile neo-realista della condizione di lavoro dei muratori, con ampie sequenze ambientate in cantieri edili ricostruiti. Il film traccia la parabola di Geremio da povero operaio onesto a capocantiere che, negli anni della Grande Depressione, antepone il guadagno alla sicurezza dei propri operai.

“L’avventura” del paesaggio. Monica Vitti e lo sguardo che si sente morire

“Pochi giorni fa all’idea che Anna fosse morta, mi sentivo morire anch’io. Adesso non piango nemmeno. Ho paura che sia viva. Tutto sta diventando maledettamente facile, persino privarsi di un dolore”, dice Claudia, la donna portata sullo schermo da Monica Vitti che in questa pellicola conquista l’impero dell’incomunicabilità di Antonioni, diventando regina dell’alienazione. Monica/Claudia sa essere paesaggio; il suo sguardo restituisce allo spettatore l’amarezza secondo la quale dietro ogni grandezza (il mare immenso delle Eolie, il barocco di Noto, l’Etna vista da Taormina) si nasconde un profondo vuoto.

“Stringimi forte” e il cinema come catarsi

Un film fatto di frammenti – sperimentato già con La stanza blu – con cui lo spettatore gioca come fossero tasselli di un puzzle. Si, perché quella che a ben vedere sembra a tutti gli effetti una fuga di una moglie-madre – sottolineata da un montaggio che alterna istantanee della donna e della famiglia alle prese con la sua assenza -, ben presto si scopre essere una fuga dal dolore e dalla perdita. L’intensa e mai esasperata Vicky Krieps riesce a trasmettere la sofferenza attraverso gli occhi, piccoli gesti e sorrisi velati da una dolce malinconia, divenendo al contempo la “regista interna” del film.

Ennio Morricone visto da Giuseppe Tornatore. La storia musicale del cinema italiano

Ennio è il mastodontico documentario sulla vita, le opere e la musica del grande maestro Morricone, scomparso all’età di 92 anni la scorsa estate, capace di cavalcare nell’arco della sua esistenza, storia personale, sociale e cinematografica del suo Paese e non solo, proprio come fanno i grandi personaggi. Una vita per la musica, capace di intrecciarsi a doppio filo con la storia del cinema italiano ed internazionale, un’intera esistenza dedicata ad una vera e propria missione “sottotraccia”: dare dignità di opera d’arte alla musica per film.

La voce umana di Monica Vitti

È stata una delle più grandi attrici del cinema italiano. È stata un’attrice versatile, capace di passare dalle inquadrature lunghe di Antonioni ai tempi brevi della commedia all’italiana con Monicelli, Salce e Scola. Osannata dalla critica e adorata dagli spettatori, è stata prima ancora attrice di teatro, poi occasionalmente doppiatrice, alla fine anche regista. Ma tutto questo passa in secondo piano rispetto al fatto che aveva una voce capace di straziarti il cuore. Un breve esempio della voce umana, troppo umana di Monica Vitti lo trovate qui. 

“Django” di Sergio Corbucci rivoluzionario e nichilista

Django è l’antitesi del western leoniano, in particolare della Trilogia del Dollaro inaugurata dal seminale Per un pugno di dollari. Se Leone ha espresso e continua a esprimere la sua idea di western, è come se Corbucci dicesse “ecco, per me il genere è quest’altra cosa”. Se Clint Eastwood in Per un pugno di dollari giunge a cavallo con indosso un poncho messicano e arriva in un villaggio polveroso, abbagliante e bruciato dal sole, Franco Nero in Django arriva a piedi vestito con un’uniforme nordista, trascinando una bara in un paesino dalla luce grigia e crepuscolare dove tutto è ricoperto dal fango (ma a sua volta anche Corbucci girerà degli western in altre ambientazioni, dai paesaggi innevati de Il grande silenzio a quelli arsi dal sole di Navajo Joe).

Il cinema italiano in vetta al K2. Le riprese di Mario Fantin

Nel 1954 il CAI patrocina una spedizione che riuscirà, per la prima volta, il 31 luglio, a raggiungere il K2 nella subcatena del Karakorum. Fu impresa difficilissima perché, oltre a scalare gli 8608 metri della seconda vetta più alta del mondo, per raggiungere il campo base bisognava compiere a piedi una marcia di avvicinamento di 240 chilometri, attraversando fiumi su zattere, ponti di vimini sospesi, e superare due ghiacciai con seicento portatori. Al seguito della spedizione era l’operatore e regista Mario Fantin, già conosciuto per le sue imprese fotografiche e cinematografiche in ambito alpinistico. Le riprese furono realizzate utilizzando varie cineprese 16mm, un cavalletto per dare stabilità alle immagini e pellicola 16mm Kodachrome.

“Comizi d’amore” e Pasolini poeta viaggiatore

Con Comizi d’amore l’Italia incappa “nell’intelaiatura PPP”: politica, pellicola, poesia. Spinto a tentare le forme espressive con una voracità capace di regnare anche sul favoloso mondo della celluloide, il poeta “corsaro” si ispira al documentario dell’antropologo Jean Rouch e del sociologo Edgar Morin, Chronique d’un été. Un’indagine, la loro, sulla concezione della felicità nei quotidiani parigini, un modo quello di Pasolini per spiare, invece, il cupo conformismo della borghesia italiana che si manifesta con riposte vuote: l’ignoranza per paura. Di questo, egli sa. Ha prove e indizi.

“Gli occhi di Tammy Faye” alla fiera del camp

Al centro del film c’è Tammy Faye, interpretata con mimesi fisica e vocale da una splendida  Jessica Chastain che riesce a rendere credibile una donna dalle molte contraddizioni, determinata ma schiacciata dal ruolo di “moglie”, spinta da un fervore e da un’incoscienza non del tutto innocente (quando non evidentemente colpevole) che la rende insieme vittima, complice e connivente. A riscattarla è soprattutto il suo cercare di essere autenticamente accogliente e comprensiva, la sua volontà di amare il prossimo così com’è, nel tentativo di trovare, toccare ed essere toccati, e  infine salvati da un Dio invocato a gran voce.

“La fiera delle illusioni” più adattamento letterario che remake

Del Toro ha esplicitamente dichiarato di non aver voluto inserire nessuna voce narrante esterna, nessuna strada notturna percorsa da uomini in cappotto, nessuna veneziana socchiusa da cui filtra qualche lama di luce, ma di aver invece voluto mantenere inalterato quel chiaroscuro, quella maniera obliqua che il noir ha di leggere la realtà. “Ho voluto fare un film – ha dichiarato – che fosse ambientato nel passato ma che parlasse del presente”. Un presente che il regista continua a raccontare attraverso la lente deformata di fauni, mostri marini, fantasmi e geek-mangiabestie.