whatshot In evidenza: La febbre del sabato sera

In the Name of Soul: “Blues Brothers”

Pare una sfida titanica scrivere oggi di The Blues Brothers, ultimo grande musical contemporaneo, espressione di quella libertà tardo-adolescenziale del cinema americano tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, che recuperava la valenza ludica del linguaggio classico in una forma di grande gioco per adulti, primo sentore delle nascenti tendenze postmoderne. La scenografia urbana di Chicago, città natia del blues elettrico, si fece culla della contaminazioni culturali del Paese che, andando oltre le questioni politiche e sociali interne, diventano manifestazione viva del melting pot americano.

Intervista a Susanna Nicchiarelli

In vista di un primo bilancio di questo 2017 davvero sorprendente per il cinema d’autore italiano, abbiamo incontrato Susanna Nicchiarelli per un incontro più a freddo, dopo il grande successo veneziano di Nico, 1988 e la successiva distribuzione in sala. Sono molti i temi raccontati dall’autrice, dalle scelte narrative a quelle musicali, fino alla fascinazione per l’iconografia socialista.

“Les Parapluies de Cherbourg”, felice ma straziante

Les parapluies de Cherbourg segna l’affermazione dell’eterea Deneuve, non frigida come in Repulsion né tanto ambigua o equivocamente sensuale nel caso di Buñuel: Demy crea un ritratto muliebre in apparenza ingenuo, ma dai toni fortemente cupi e drammatici, soffermandosi sulle disarmanti casualità esistenziali, sul tempo e quanto ogni forma d’affetto o amore umani ne dipendano. Da un punto di vista formale, si nota l’uso dei colori pastello accesi e dicotomici, nella scenografia e fotografia a cui anche Chazelle ha guardato moltissimo, considerando gli abiti di Mia e Genevieve o le tonalità delle mura domestiche.

Il crepuscolo del musical. Ritorno a Gene Kelly

Non lasciamoci illudere dal pur splendido exploit di La La Land: il musical hollywoodiano, come l’abbiamo amato noi spettatori consapevoli del grande avvenire alle nostre spalle, non esiste più. Una tesi che proprio questo film tende a confermare: basterebbe rilevare la presenza di attori che reinterpretano il canto e il ballo senza essere cantanti e ballerini a dirci quanto sia una vera trenodia al genere. Se accantoniamo per un attimo Fred Astaire, che trovò in Spettacolo di varietà (Vincente Minnelli, 1953) uno struggente autoritratto, ci accorgiamo che Gene Kelly è forse colui che meglio ha saputo incarnare il senso di una fine. Non c’è solo Brigadoon (Minnelli, 1954) ad offrirci l’orizzonte di una visione dove l’altrove ha i contorni onirici di un incubo accogliente.

“La febbre del sabato sera” e la mascolinità passiva del nuovo divo-ballerino

Per continuare il nostro studio su La febbre del sabato sera e le influenze culturali su stili di vita e consumi degli ultimi quarant’anni, ospitiamo questa volta un acuto intervento di Claudio Bisoni, comparso in open access sulla rivista Cinergie – Il cinema e le altre arti, che dedicò uno speciale proprio alla dico music e al rapporto con l’immaginario audiovisivo. Nel denso saggio dell’autore, il corpo e la funzione della sstar Travolta vengono messi in relazione con i temi della mascolinità e della rappresentazione di genere, con risultati sorprendenti. 

I sogni a occhi aperti di “Cappello a cilindro”

Le musiche di Irving Berling  seguono l’andamento della trama, facendosi puntuale commento delle diverse fasi dell’innamoramento, dai solo di tip-tap di Fred Astaire fino al romantico ballo finale sullo sfondo di una Venezia arabeggiante e volutamente kitsch, luogo idealizzato in cui ambientare le frivole vicende di cuore dei personaggi e dei comprimari. In fondo, nulla in Cappello a cilindro pare da prendere troppo sul serio: una favola moderna in cui la voglia di fuga, di evasione – paradossalmente dentro una sala cinematografica – è il vero motore, capace di alimentare i sogni ad occhi aperti di numerose generazioni, ieri come oggi.

“Cabaret” e l’eterno, grottesco, meraviglioso ritorno dell’uguale

In Cabaret l’inquietudine della Germania di Weimar perde qualsiasi tipo di connotato storico, riflettendosi sulla gestualità, i costumi ed il trucco dei personaggi all’interno del Kit-Kat, in quella che è a tutti gli effetti una rinuncia alla “supposta realtà” (come direbbe La Polla) a favore di un sogno meravigliosamente grottesco che si replica sempre uguale a se stesso. In questo senso il film è spaccato a metà: quello che accade dentro il cabaret e quello che accade fuori. Un dualismo incarnato dall’inquieta figura di Sally Bowles, che preferisce al grigiore del mondo esterno l’altrettanto cupo ma pulsante di vitalità mondo del cabaret.

“Ma’ Rosa” all’Asian Film Festival 2017

Pur individuando nell’(anti)eroina titolare il cuore del racconto, Mendoza, da abile osservatore del sottosuolo, si concentra sulla coralità, sui drammi personali che costituiscono la grande tragedia collettiva, intuendo nella frammentarietà, nell’accumulo, nella tensione apocalittica la chiave di una narrazione magmatica. Citando qualcuno che però crede nella speranza, qui davvero irreperibile, è un film che viene “dalla fine del mondo”.

“Daguerrotype” all’Asian Film Festival 2017

Per il suo primo film fuori dal continente asiatico, Kiyoshi Kurosawa ha scelto la campagna di Parigi, bazzicando la capitale solo sporadicamente per questioni funzionali alla narrazione. Accreditandolo come maestro del J-Horror, diamo forse una coordinata fin troppo illuminante per decriptare questo thriller psicologico. Ma il titolo francese, La secret de la chambre noir, ci fa pensare immediatamente a La camera verde di François Truffaut, con l’ossessione per la morte del reduce di guerra a postulare quella per l’immortalare di Stephane.

“The Woman Who Left” all’Asian Film Festival 2017

Lav Diaz sfrutta sia il bianco e nero, ma sopratutto la fissità delle inquadrature (ad eccezione di una sola sequenza) per evidenziare la gabbia emotiva della protagonista del racconto. Infatti Horacia è stata rinchiusa in carcere, ingiustamente, per trent’anni e quando viene liberata non lo è mai del tutto. Se in un primo momento decide di tornare nella sua vecchia casa e vuole rintracciare i suoi figli, finisce poi per perdersi e tentare di vendicarsi dell’uomo che le ha sottratto gli anni più importanti della sua vita. Incontra così personaggi insoliti come la matta senza tetto che vede demoni da per tutto. La matta è forse la via usata da Lav Diaz per condurre lo spettatore alla miseria e alla crudeltà della vita nelle Filippine.

“Suburbicon” e la banalità del male (di quartiere)

Suburbicon è una Dogville dalle tonalità mélo, nel cui orizzonte si consuma la tragicommedia esistenziale di una borghesia americana da sempre vittima e carnefice dei propri deliri. Al di là delle trame individuali, al di là degli angusti confini domestici e delle espressioni e dei volti da canovaccio, imperversa la discriminazione razziale, dramma corale limitato ad esistere solo in quanto rumore di sottofondo: Clooney evoca il tema e nel contempo lo surclassa, sulla falsariga dei personaggi e della realtà rappresentata, mostrandone progressivamente il meccanismo diabolico e oltremodo perverso.

Il sontuoso fascino di “Assassinio sull’Orient Express”

Il remake visivamente sontuoso di Branagh sembra fare a gara con il film di Lumet per la scelta dei protagonisti che andranno a comporre il suo cast “stellare” e a competere con il ricordo delle star che li precedettero nella medesima interpretazione. La coralità della pellicola si riflette, oltre che sulla trama e sulle modalità di espletamento dell’omicidio, anche nelle immagini che, grazie all’uso di riprese aeree e panoramiche, e di carrellate infinite all’interno degli scompartimenti, sembrano volerci dare più punti di vista contemporaneamente.

“La febbre del sabato sera” secondo la critica

Torna in sala, restaurato in digitale, director’s cut, distribuito dalla Cineteca di Bologna, La febbre del sabato sera. Le fonti critiche non furono tantissime, o meglio del film si parlò parecchio ma soprattutto in termini sociologici. Fuori dai radar cinefili (purtroppo) il capolavoro di John Badham avrebbe cambiato il mondo della cultura popolare. Come ricorda Pauline Kael: “Il pubblico più giovane si vide rappresentato dal film di Badham, così come precedenti generazioni s’erano riconosciute nel Selvaggio, in Gioventù bruciata, nel Laureato e in Easy Rider; e Travolta diventò un culto nazionale praticamente nel giro d’una notte”.

Cercare il nome della realtà. Gianni Toti.

Il festival MetaCinema svoltosi all’Accademia di Belle Arti di Bologna è stata l’occasione ideale per mostrare la collaborazione tra Home Movies – Archivio Nazionale del Film di Famiglia (l’evento rientra nel programma della X edizione di Archivio Aperto) e La Casa Totiana; in particolare l’incontro è servito a rispolverare una storia, quella di Gianni Toti, partigiano coSmunista, come lui stesso si definiva, giornalista, poeta, regista cinematografico, scrittore etc…poco noto in Italia nonostante i numerosi riconoscimenti ottenuti soprattutto all’estero.

“Omicidio in diretta” al Torino Film Festival 2017

Nonostante non costituisca uno dei picchi dell’opera di De Palma, Omicidio in diretta risulta comunque interessante nella sua esplorazione dei rapporti umani, finendo per delineare un quadrato semiotico tracciato tra egoismo e amicizia, pubblico e privato. Dove la storia di Carlito gettava una luce romantica sul mondo della piccola criminalità, mostrandoci come al centro di un vortice di violenza possano sopravvivere uomini con dei principi, Omicidio in diretta illumina l’altra parte della barricata, rivelando un’immoralità equivalente se non superiore. 

“Carrie” al Torino Film Festival 2017

Punta di diamante dell’horror settantiano, Carrie costituisce una delle rare pellicole in cui tutti gli elementi della messa in scena agiscono in un accordo quasi perfetto, producendo una vera gemma all’interno di un genere oberato da B-Movie a tratti amatoriali. Il cardine della pellicola è il viso della Spacek, capace di passare dalle espressioni scioccate della weirdo ad un’amabile sorriso da prom queen, per poi trasformarsi in maschera demoniaca.

La debordante audacia di “Riccardo va all’inferno”

Nel giro di pochi anni, quella della Torre è la terza occasione per il cinema italiano di ripensare il Bardo, dopo Cesare deve morire dei Taviani e La stoffa dei sogni di Gianfranco Cabiddu. Benché a sua volta rilettura de La tempesta secondo Eduardo De Filippo, quest’ultimo film sembra affine idealmente a Riccardo va all’inferno per l’ardita disinvoltura con la quale opera dentro al testo, un po’ sulla scia de L’ultima tempesta di Peter Greenaway e The Tempest di Julie Taymor. Proprio con la regista inglese, Torre condivide lo sguardo visionario, dove al realismo è preferito il carnevale: un mondo capovolto, una sfilata di maschere, un incubo psichedelico.

“Vestito per uccidere” al Torino Film Festival 2017

La potenza visiva e il valore seminale di Vestito per uccidere, opus numero tredici di Brian De Palma e suo primo successo commerciale, non sono misurabili solamente in quanto pellicola spartiacque nella filmografia del regista. A differenza del Maestro del brivido, De Palma mostra qui di rinunciare sfacciatamente alla logica narrativa nella costruzione della tensione, ma la sua profonda conoscenza del linguaggio del cinema e la sua capacità di giocare con i nervi dello spettatore mettono questa mancanza in secondo piano e ci regalano alcune delle sequenze più memorabili della sua carriera.

Cosa rimane della morte: il viaggio di Edith Finch

What Remains of Edith Finch (Giant Sparrow, 2017) è un videogioco d’avventura in prima persona, quel che in gergo videoludico viene definito walking simulator. È interessante esaminare quanto l’opera di Giant Sparrow propone, soprattutto dal punto di vista della riflessione immaginale: il titolo arriva a iscriversi infatti in un dibattito che si chiude sul dominio del visuale passando, significativamente, per quello interattivo proprio della testualità videoludica. Che cosa accade alla tanto discussa “morte delle immagini” quando esse da piatte si fanno pervasive, quando da osservabili si rendono “agibili”, quando dal paradigma di osservazione/interpretazione si passa al processo interattivo/manipolativo?

“Morto Stalin, se ne fa un altro” al Torino Film Festival 2017

“La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.” Il regista e sceneggiatore scozzese Armando Iannucci ha bene in mente la massima di Karl Marx sul valore storico dei regimi totalitari ed è sulla trasfigurazione grottesca del potere che getta le basi Morto Stalin, se ne fa un altro, uno dei film più quotati per la vittoria del Torino Film Festival di quest’anno che giunge in concomitanza con il centenario della Rivoluzione d’Ottobre.

“Obssession” al Torino Film Festival 2017

Due anni dopo l’immeritato fiasco di Phantom of the Paradise Brian De Palma torna a gravitare nell’orbita del suo nume tutelare Alfred Hitchcock con Obsession, ennesima riflessione conturbante sul tema del doppio con cui il regista italoamericano dimostra la sua abilità nel manipolare lo sguardo, tanto degli spettatori quanto dei suoi personaggi, ricorrendo in misura minore ai virtuosismi formali di cui il suo cinema si alimenta. Le affinità del film con La donna che visse due volte sono talmente forti da mantenere l’opera in bilico tra l’omaggio e il remake