La sfarzosa summa dell’immaginario fantastico di Fellini

La psicologia (o, per l’esattezza, la psicanalisi) non è intesa da Fellini come una scienza esatta, quanto piuttosto una continuazione, un trait d’union, col mondo della magia e del soprannaturale, per cui lo spiritismo, i sogni e i ricordi sono come facce della stessa medaglia, di quel mondo “altro” che lui si proponeva di indagare non solo attraverso i suoi film, ma anche nella vita quotidiana. Ebbero un’ampia influenza su di lui le teorie dello psicanalista junghiano Ernst Bernhard, ma anche esperienze più estreme: l’uso controllato di LSD, l’avvicinamento alla magia, ai tarocchi, alle sedute spiritiche. Alla luce di questo, è quindi palese la primaria importanza che Giulietta degli spiriti costituisce non solo per il suo modo di vedere il cinema, ma anche per la sua interpretazione della realtà.

“Piccolo corpo” silenzioso e profondo

Il film è sintetico e silenzioso, aderente ai toni brulli della terra anche nella sua messa in scena, povera di colori e parca di movimenti, ma ricchissima di immagini simboliche. I gesti quotidiani del remare, camminare, bere dalle fonti e sporcarsi il viso di terra per non essere visti dalla montagna nelle cui viscere si vuole passare, sono tutti fondamentali nel procedere della protagonista, nella sua autoconsapevolezza e nella sua espiazione del dolore. Piccolo Corpo è un’opera di rara profondità, che passa proprio grazie alla trattazione semplice e priva di orpelli, che ci conduce passo passo accanto al percorso di Agata, il cui desiderio è non solo la liberazione del male dal corpo della piccola, ma il sogno di poterla un domani riabbracciare.

Nero a metà. “Il colore della libertà” e il nuovo cinema sociale americano

Il colore della libertà pare l’ennesimo film di impegno civile a sfondo razziale del cinema americano contemporaneo che, tra le produzioni indipendenti nere e quelle bianche hollywoodiane, si sta dimostrando uno dei filoni più redditizi e longevi del panorama nazionale. Ma il nuovo lungometraggio di Barry Alexander Brown supera le aspettative, proponendosi come efficace ritratto del teso contesto razziale statunitense degli anni Sessanta la cui evoluzione pare oggi ancora in corso. Come Spike Lee, il regista guarda al passato per riflettere sul presente, cercando nella storia del Paese le radici delle grandi questioni sociali ancora irrisolte.

“Re granchio” apre nuove direzioni per il cinema italiano

Parlando di questo film si è fatto riferimento al realismo magico così come alla ricostruzione antropologica, ma forse dovremmo spingerci ancora oltre perché questi film usano un contesto storico, più o meno aderente al vero, nel tentativo di immergerci in una riflessione filosofica, in una astrazione che ci riporti all’essenza dell’umano attraverso personaggi in cui possiamo riconoscerci, di cui possiamo ridere e soffrire prendendone le vicende come moderni racconti epici. In questa prospettiva anche Jauja di Lisandro Alonso (2014), Aferim! di Radu Jude (2015), A Lullaby to the Sorrowful Mistery di Lav Diaz, (2016), Monte di Amir Naderi (2016), Zama di Lucrecia Martel (2017), rispondono alle sensibilità dei singoli registi e non rientrano semplicemente nelle categorie del film storico.

Zerocalcare autore totale. “Strappare lungo i bordi” e la generazione invisibile

I problemi dei “giovani d’oggi”, il precariato, gli amori confusi, la sensazione di essere mille passi indietro rispetto a chi riesce a concretizzare rapidamente le proprie aspirazioni, il futuro indefinito, la morte e il suicidio sono solo alcuni dei numerosi aspetti che Zerocalcare analizza con brutale schiettezza, calandoli uno per uno in ciascun episodio e incatenandoli a una trama orizzontale, quale percorso di crescita e di formazione dello Zerocalcare uomo e personaggio, dall’infanzia e dall’amicizia, all’età adulta e all’esperienza dell’elaborazione del lutto. La forza e il successo di Zerocalcare, autore totale, non risiedono solo nel talento artistico, immaginifico e produttivo, ma nel raccontare la nostra realtà per quella che è davvero, mai perfetta come vogliamo far credere.

“È stata la mano di Dio” tra Napoli e Fellini

È stata la mano di Dio risulta un racconto di formazione completo, ricco di sfumature che virano dalle piccole gioie di un contesto familiare imperfetto ma amorevole allo strazio dell’abbandono, dall’attrazione erotica verso la sorella della madre alla gelida apatia che aleggia sulle macerie di una vita distrutta improvvisamente. Non solo una coerente ricostruzione di accadimenti personali, ma specialmente la loro sublimazione in linguaggio filmico denso e stratificato. Ecco dunque il richiamo a Fellini, autore che come pochi altri ha osato denudarsi attraverso il suo cinema. Un atteggiamento che Sorrentino ha talvolta lasciato intravedere, senza però trovare mai il coraggio di mostrarsi fino in fondo e celando troppo spesso la sua anima dietro l’orpello del virtuosismo tecnico.

“Trafficante di virus” e il film d’inchiesta mainstream

Il film prende le parti della dottoressa Capua, ma senza appiattirla sull’idea della martire immolata per la patria, anzi. Con coerenza e destrezza, Costanza Quatriglio ritaglia i giusti spazi del racconto per descriverci i suoi difetti, l’intemperanza, il desiderio di potere, la caparbietà nelle azioni e nel linguaggio che rendono umana una figura schiacciata nelle le pagine dei quotidiani tra successi della ricerca e violente accuse. Ed emerge il percorso di questa donna, come negli anni impara ad accettare il proprio atteggiamento, ad ascoltarsi, a trasferire gli insegnamenti che apprende nel lavoro nel campo della sua vita privata, e viceversa.

“È stata la mano di Dio” e il cinema come seduta spiritica

È stata la mano di Dio è la dichiarazione di fiducia più commovente sul potere del cinema come seduta spiritica e magica illusione, luogo delle ombre che si rifanno materia. D’altronde, se non è “solo un trucco” come le giraffe, potrebbe essere tutto un gioco, dagli scherzi telefonici alle arance in aria fino al mascheramento dell’orso, con la voce di Fellini a regolare il battito di un cuore squarciato dalle parole furibonde di un altro maestro, Antonio Capuano, che sul ciglio del mare che bagna Napoli mette in guardia sulla trappola della speranza.

La chanson modernizzata. “Sir Gawain e il cavaliere verde” e la ballata episodica

Il protagonista dell’impresa è il prode Gawain del poema originale, che accetta la sfida del maestoso Cavaliere Verde a cui ha tagliato la testa, e intraprende un episodico viaggio al termine del quale dovrà porgere a sua volta il collo e assumersi la responsabilità delle proprie gesta. Una chanson avventurosa, quindi, ma anche un romanzo picaresco di formazione: nel tentativo di coniugare queste due anime nel modo più accattivante possibile, Lowery trasforma il suo Sir Gawain in un racconto sostanzialmente bifronte, rapsodico ma lineare, destrutturato e romanzato al tempo stesso.

Non una di meno. “Il terribile inganno” e il viaggio verso il cambiamento

Il docu-film tesse le fila di Non Una di Meno, eterogeneo nelle diverse anime che lo compongono, e riesce a restituire la complessità e l’ampiezza di un movimento che, nonostante il vasto séguito nazionale (e mondiale) grazie anche a una solida struttura comunicativa attraverso i canali social, non viene mai raccontato dai media italiani. Finanziato grazie a Infinity Lab e a un crowdfunding su Produzioni dal Basso, il documentario è stato scelto da diverse sale italiane come film da proiettare in occasione del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne e di genere

“Encanto” e il neo-rinascimento Disney

Encanto sembra inserirsi perfettamente in questa nuova fase che potremmo denominare “Neo-rinascimento”. Dopo l’exploit degli anni Novanta infatti, dove film diventati subito intramontabili hanno risvegliato le sorti di una Disney quanto mai disorientata e confusa, il nuovo millennio è stato probabilmente il periodo più eterogeneo e meno coerente della casa. Tra la crisi creativa dei classici, l’ascesa di Pixar, l’assimilazione delle galassie Marvel e Star Wars e l’arrivo della piattaforma streaming, i classici hanno subito una mancanza di coesione che si è palesata a più riprese.

“Annette” soverchiante marea di immagini e suoni

Al suo esordio americano, il regista francese si concede ad uno dei generi fondamentali della cinematografia d’oltreoceano e, come era lecito aspettarsi, ne rispetta i canoni ma al contempo lo adatta a suo piacimento. Annette è un musical in cui le canzoni inglobano la trama dialogica, relegando il discorso parlato a sporadici episodi disseminati con estrema parsimonia. Sono perciò le musiche degli Sparks a farsi fondante elemento di scrittura e veicolo per il racconto. Consapevole che la pregnanza tematica necessita di una controparte formale di pari valore per esprimersi adeguatamente, Carax concede alla ricercatezza estetica un elemento di primaria importanza.

La parte inconscia dello spettatore e del cinema. Il “Mulholland Drive” del linguaggio

Probabilmente parte del fascino magnetico di questo film risiede proprio nella sua capacità di entrare in contatto con la parte più inconscia del nostro essere spettatore, spiazzandoci e al tempo stesso facendoci sentire intimamente compresi, anche grazie all’indulgenza, in numerosi momenti del film, alla suspense e alla tensione erotica, elementi che compiacciono e attivano lo sguardo dello spettatore. Un gioco tra attrazione e spavento gestito con mirabile equilibrio, resa immortale e rilevante per la storia del cinema anche in virtù dell’intima riflessione che compie sul media e sull’industria del cinema.

“Il potere del cane” e i sentieri selvaggi della mascolinità

Jane Campion accantona con Il potere del cane il tema principe del suo cinema, l’erotismo in prospettiva femminile, per farsi guidare dal romanzo omonimo da cui il film è tratto nel Montana degli anni ’20, al ranch dei fratelli Burbank. Qui, l’equilibrio fra Phil e George viene rotto dall’ingresso in famiglia prima della moglie di George, Rose, poi di Peter, il figlio adolescente che Rose ha avuto dalla sua precedente unione. Un trapezio irregolare congiunge in modi imprevisti nella stessa casa quattro persone spinte l’una dall’altra ai loro angoli, illuminati dalla fotografia di Ari Wegner per lo più da luci di candela e dal segreto a loro innato.  

“La persona peggiore del mondo” e la vorace irrequietezza di una generazione

La persona peggiore del mondo è un film che si muove leggiadro tra le maglie dei tentennamenti che sono di tutti, per consentire una rappresentazione della confusione in cui viviamo, una confusione generata anche dalla sindrome del “volere tutto” e “dell’essere ubiqui” e dalla carenza di spazio lasciato ai dubbi. È un film adorabile e genuino perché ci dice in ogni fotogramma che dobbiamo accettarci per quello che siamo anche quando siamo confusi, ha una trama che punta ad essere consolatoria per intere generazioni di (ex) giovani, che accoglie la confusione e l’inettitudine a vivere in tempi in cui è lodevole solo l’eccellenza su tutti i fronti, come studenti, poi professionisti, come metà di una coppia, come figli, poi come genitori.

“Atlantide” di Yuri Ancarani come esperienza sensoriale (in sala)

Con una cinepresa che oscilla insieme ai barchini e inquadra i palazzi dipinti dalle luci al led, Ancarani coniuga l’interesse antropologico con l’esercizio di stile e la ricerca visionaria. Un’accuratissima fotografia intrisa di rosso o di verde potrebbe ricordare fotogrammi di Gaspar Noé. Siamo di fronte a un videoartista che spegne i riflettori sempre accesi su un mondo che abbiamo l’illusione di conoscere e ce lo restituisce capovolto, ribaltando i nostri riferimenti, spingendoci a cambiare punto di vista, ad andare oltre con lo sguardo, a invertire la prospettiva. Più che un film, Atlantide è un’esperienza sensoriale, un’opera strabordante che esige la visione in sala.

“Il visionario mondo di Louis Wain” dentro una psichedelica innocenza

Il visionario mondo di Louis Wain è a tutti gli effetti un biopic che mette al centro della narrazione la carica attoriale di Benedict Cumberbacht nel tentativo di esaltare gli aspetti “freak” del personaggio. L’incapacità di fare i conti con l’Inghilterra industrializzata e contabile e il bisogno di rifugiarsi in un universo parallelo sono i punti cardine del film di Will Sharpe, che cerca di allontanarsi dal suo stile spiccatamente televisivo per raccontare la storia di un autentico outsider. Un “disadattato” inserito in un percorso narrativo canonico con pochi e (fin troppo) misurati picchi di alienazione surreale.

“Ghostbusters: Legacy” fra autore e blockbuster

Ghostbusters: Legacy si dimostra una delle operazioni più consapevoli, appassionate e sincere prodotto negli anni più recenti. Il film non vuole solamente ammiccare a un modello che ha fatto Storia, a un’epoca che non c’è più. Non si tratta unicamente di una grande operazione commerciale guidata dall’algoritmo che conosce tutte le regole del caso per attirare a sé i soldi di una determinata fanbase. Legacy è invece un film di Jason Reitman, in tutto e per tutto, che non ha paura di confrontarsi con il suo creatore (biologico e filmico) senza però evitare di mettersi in luce per quello che è. 

“3/19” di Silvio Soldini dall’io al noi

La scrittura di Soldini, Leondeff e Lantieri delinea un racconto costellato di sequenze toccanti, rivelandosi davvero notevole nella costruzione dei personaggi. Il regista milanese si dimostra nuovamente maestro nella direzione degli attori e nel raccontare grandi avvenimenti attraverso i dettagli e gli sguardi dei personaggi, mentre il suo sguardo verso i protagonisti, nell’assenza di un esplicito giudizio, chiama in causa lo spettatore in un’empatia profondamente emozionante. Con l’allargarsi del racconto dal piccolo al grande, dall’io al noi, diventa forte anche la presenza dell’ambiente, della natura: il film si apre con l’inquadratura di un bosco  e si chiude con un dolly sul mare

“The French Dispatch” e l’elogio della digressione

Automaticamente novecentesco, ossessivamente autoreferenziale e eccessivamente formale Wes Anderson lo è praticamente da sempre. E The French Dispatch, suo ultimo lavoro, non si pone certo come taglio netto o massima summa del suo cinema. Ma con questo omaggio – che il regista texano, da anni idealmente trapiantato in Europa, riserva a una vecchia idea di giornalismo, nello specifico al “New Yorker” e a un gruppo di storiche firme alle quali il film è dedicato – Wes Anderson sembra prestarsi a un occhio più consapevole e, in un senso molto lato, finalmente compiuto.

“Mulholland Drive” e la critica

In occasione della distribuzione di Mulholland Drive (restaurato in 4K), a cura della Cineteca di Bologna, forniamo un’antologia critica – per un film che ha poi negli anni generato ogni tipo di attenzione analitica e interpretativa. Del resto, come ha scritto l’indimenticato Roger Ebert, “È un sogno surrealista in forma di noir hollywoodiano, e meno capiamo più non riusciamo a smettere di guardarlo. Racconta la storia di… beh, non si può concludere questa frase”. E l’invito di David Lynch – “silencio”, fatto pronunciare al più enigmatico dei personaggi – non ha mai voluto significare annullamento del senso, ma solo capacità di ascolto.