“9 Doigts” e la cinefilia genuina di Ossang

Un uomo scappa da qualcuno o da qualcosa, corre sui binari di una stazione ferroviaria, raggiunge  una spiaggia e qui un altro uomo, morente, gli consegna un’ingente somma di denaro. L’incipit di 9 doigts parrebbe l’inizio di qualcosa di molto simile ad una produzione thriller banalmente mainstream. Ma dopo qualche minuto entra in gioco la regia di F. J. Ossang che ribalta la prospettiva delle cose. Bisogna dirlo fin da subito: il regista, poeta e artista francese è audace, e non poco. In un connubio tra distopia, atmosfere vintage e un po’ di steampunk, è inevitabile rimanere sedotti dal cinema del regista, poeta e artista francese: incessanti sono gli omaggi all’espressionismo, al noir e al cinema muto, inquadratura dopo inquadratura, transizione dopo transizione. 

“I Am Not Your Negro”: James Baldwin, testimone del nostro presente

Da Patrice Lumumba al giovane Marx passando per James Baldwin, l’universo cinematografico del regista e attivista haitiano Raul Peck è segnato dal progetto politico e culturale della de-colonizzazione. Peck concepisce questo processo come rilevante anche all’interno delle nazioni colonizzatrici per rivelare i meccanismi attraverso cui l’egemonia delle classi dominanti manipola i soggetti subalterni in narrazioni di uguaglianza che nascondo le effettive gerarchie di razza, genere e classe. Narrato dalle parole di James Baldwin tratte dal suo manoscritto inedito e incompiuto “Remember This House” e da altri saggi dello scrittore afroamericano, I Am Not Your Negro (2016) è un documentario elaborato con tale accuratezza storica e visiva da costituire un archivio alternativo sulla storia delle relazioni razziali negli Stati Uniti che decostruisce fantasie bianche sulla razza.

“Un valzer tra gli scaffali” e le sfumature del lavoro

Un valzer tra gli scaffali è una riflessione niente affatto banale sul mondo del lavoro, che si tiene a debita distanza dalle più abituali apologie o stigmatizzazioni, per rappresentare invece una rete di relazioni e sentimenti, talvolta felici talvolta tragici. Stuber sembra quasi divertirsi a filmare i larghi corridoi e le imponenti scaffalature con maestosità kubrickiana: gioca sull’esattezza e la marzialità delle simmetrie, li accarezza con luci basse e avvolgenti restituendone dal basso il senso di mistero, li accompagna con Sul bel Danubio blu di Strauss mettendosi in diretta competizione, quanto a eccentricità, proprio col moto delle navicelle spaziali di 2001: Odissea nello spazio. Ne trae il senso di un universo mondo chiuso e auto-sussistente, al tempo stesso fagocitante e protettivo. 

Il fascino arcaico dell’India

Quando realizza Il lamento sul sentiero, Satyajit Ray ha da poco superato i trent’anni. E non avrebbe certo immaginato che la sua opera prima sarebbe diventata un pietra miliare del cinema mondiale, nonché spartiacque per la cinematografia indiana, che il regista – divenutone di lì a poco il più importante esponente – sdogana dal circuito locale, portando all’attenzione internazionale la realtà della sua Nazione, fino ad allora conosciuta solo tramite il filtro culturale occidentale e in particolare quello europeo. Vincitore di svariati premi e riconoscimenti – tra cui il Premio per il Documento Umano e il Premio OCIC al Festival di Cannes del 1956 – il film, ottenuto un grande successo in patria, diventa il primo capitolo di una trilogia incentrata sul giovane Apu, figlio di una famiglia povera in un Paese povero.

“Ladri di biciclette” e la critica

Un’antologia critica riguardante Ladri di biciclette non può che suscitare grande ammirazione per i nomi coinvolti. E così, un capolavoro del neorealismo diventa occasione per rileggere i classici e osservare processi e metodi della grande critica del passato. “Perché questa, della pietà, è la prima e più appariscente ‘morale’ del film. Noi che tante volte siamo stati tentati di discorrere di quel capitale specchio del costume che è il cinema e non l’abbiamo fatto per non ricamare variazioni letterarie su di un mezzo espressivo la cui struttura tecnica ci è quasi sconosciuta, non parleremmo di questo film se non fossimo convinti che Ladri di biciclette è un documento di importanza eccezionale per la cultura italiana” (Franco Fortini, “Avanti!”, 15 marzo 1949).

“La paranza dei bambini” e la differenza dello sguardo

Fresco vincitore a Berlino per la sceneggiatura, il film mette in discorso l’età dei suoi protagonisti con invidiabile lucidità: né mero dato anagrafico, né materiale da spettacolarizzare senza freni, la spensieratezza negata ai ragazzini del rione Sanità viene inquadrata in un discorso di più ampio respiro, imperniato sull’irreversibilità della scelta e sulla crudeltà come strumento necessario alla sopravvivenza. Allo stesso modo il lavoro sul sonoro: l’ambizione etnografica viene salvata dall’uso pervasivo del dialetto, mentre la musica, più libera da una logica puramente naturalistica, costituisce un controcanto ideale alla vicenda, ora per analogia ora per contrasto.

“La morte corre sul fiume” e le ombre parlanti

La prima silhouette che appare ne La morte corre sul fiume è quella di un uomo impiccato tracciato su un muretto con un gessetto, una simile stilizzazione della figura umana la esegue Pearl tagliando le sagome di due bambini, lei e il fratello John, servendosi delle banconote nascoste dal padre nella sua bambola di pezza. La schematizzazione dei contorni di un corpo che nell’infanzia caratterizza gran parte della finzione del gioco, riproponendo una realtà parallela somigliante al mondo degli adulti al quale ancora si è convinti di non appartenere, ricorre in un film fatto di luci e ombre, silhouette appunto, profili effimeri in perenne mutamento contro i quali si staglia la distinzione netta tra odio e amore, tatuata sulle dita del predicatore Powell (Robert Mitchum).

Speciale “The Mule” V – Eastwood e la libertà

Il regista può così parlare di sé come da un’intercapedine, storia fra storie nell’affollata galleria che viene allestendo da ormai cinquant’anni. Parla di libertà, anzi parla libertà, concedendosi come un ballo o un pranzo, come un ultimo respiro, un frasario con cui sa bene che nessuno che non abbia 89 anni e non si chiami Clint Eastwood potrebbe mai cavarsela oggi. Cupamente in pari col paese reale – come quando gli agenti DEA perquisiscono un messicano, “statisticamente i cinque minuti più pericolosi della mia vita!” – lui, che non votò Trump ma aveva dichiarato di preferirlo all’avversaria Clinton perchè “almeno dice quello che pensa”, sposa in un dolly finale da K. O. l’ormai famigerato muro del presidente-barzelletta e quello, nominalmente la barricata opposta, della Hollywood che gli è sempre stata famiglia.

Il curioso caso di Leonard Zelig

Zelig, come il suo protagonista, è tante cose insieme. Innanzitutto è una divertentissima commedia, con alcune geniali battute fulminanti e con un effetto comico che nasce dal contrasto tra contenuti demenziali e l’estrema serietà formale. Poi è una celebrazione amara di un periodo fervido e vitale che, come l’orchestra del Titanic, festeggiava la vita andando inconsapevolmente incontro alla morte, sulla soglia dell’orrore della Seconda Guerra Mondiale.  F. Scott Fitzgerald e il Tip Tap, l’affermarsi della psicanalisi e Charlie Chaplin, la nascita della società di massa e  Babe Ruth, il nazismo e  Josephine Baker:  lo zenit ed il nadir della civiltà umana racchiuso in pochi anni.

Speciale “The Mule” IV – La semplicità dei grandi

Il tempo è certamente un tema centrale nel film di Eastwood, come lo è anche in tutta la sua filmografia e non si tratta dunque solo di questioni anagrafiche. In tutti i suoi film infatti c’è sempre un momento in cui tutto il tempo passato, presente e futuro, sembra addensarsi attorno ad una singola scelta, un solo momento decisivo in cui il protagonista sente che ad un certo punto, deve prendere quella decisione e nessun altra. Questioni di coerenza, di etica, di verità. Fare la cosa giusta, assume nel cinema del regista sempre un valore che dall’individuale, si eleva all’universale. Essere decisi e dunque decisivi. Senza enfasi e clamori, sempre senza retorica, l’esempio del singolo che può ispirare una collettività, è una delle pietre angolari del cinema di Eastwood. 

 

 

Per un’estetica nera omosessuale del rinascimento di Harlem: “Looking for Langston”

Looking for Langston (in italiano “Cercando Langston”, 1989) è stato inizialmente concepito dal regista britannico indipendente Isaac Julien come un film di circa 50 minuti che alterna filmati di archivio degli anni 20 con scene girate in bianco e nero per ricostruire l’atmosfera del Rinascimento di Harlem, un’epoca in cui, come dichiara il poeta afroamericano Langston Hughes, “i neri erano di moda”. Sono gli anni in cui si afferma il jazz e mecenati bianchi finanziano opere letterarie ed artistiche di autori afroamericani: emergono l’orgoglio e la voglia di emancipazione dei neri americani. Sono anche gli anni in cui inizia a svilupparsi una precisa cultura nera omosessuale, osteggiata dai leader afroamericani del tempo.

Speciale “The Mule” III – Il ladro di didascalie

È come se Nick Schenk (già sceneggiatore di Gran Torino) si fosse dimenticato una delle regole fondamentali del suo mestiere: il sottotesto. The Mule è ipertestuale, ai limiti della prevedibilità, suggerendo un arco narrativo stancamente intuibile fin dal prologo-antefatto. Gli unici guizzi di scrittura ce li regala Eastwood, con i suoi commenti caustici disseminati qua e là in un film ampiamente sfrondabile nel minutaggio (a partire dalla festa nella villa di Andy Garcia). Perché il blocco centrale di The Mule è una lunga sequenza episodica che, raccontata la prima puntata, si ripete pressoché uguale viaggio dopo viaggio, consegna dopo consegna.

“Le nostre battaglie” e la fiducia nei personaggi

Il sociale. E il privato. Se è vero che il cinema d’Oltralpe, per tradizione incline alla costruzione del grande romanzo realista, negli ultimi anni non ci ha fatto mancare ottimi esempi di pellicole attente all’uno o all’altro aspetto, è anche vero che Le nostre battaglie riesce a ritagliarsi una nicchia di tutto rispetto nel panorama. La storia di Olivier (Romain Duris), contemporaneamente impegnato a crescere due figli dopo l’abbandono improvviso da parte della moglie e a sopravvivere nel clima psicologicamente tossico di uno dei magazzini logistici di “ameliz.com” (ogni riferimento è del tutto plateale), rivela l’inevitabile intersecarsi fra piano lavorativo e personale.

Il piccolo miracolo di “Il professore cambia scuola”

Inserendosi in un filone stra-abusato come quello dei film “scolastici”, il regista Ayache-Vidal fa un piccolo miracolo: riesce ad evitare tutti i cliché del genere pur girandoci intorno. E come lo fa? Confezionando un film che avrebbe potuto essere un documentario, usando attori non professionisti (come il bravissimo Abdoulaye Diallo/Seydou), ed una fotografia realistica e non patinata. Per due anni Ayache-Vidal ha seguito dal vero la vita di un liceo nella periferia parigina, osservando ogni movimento di questa comunità per restituire nelle immagini del suo film un racconto il più possibile vicino alla realtà, e certamente molto lontano da un immaginario collettivo catastrofista. 

Speciale “The Mule” II – Rielaborazione del mito

Clint stavolta non rifà Clint, piuttosto ridefinisce i contorni spigolosi della sua icona, ne affina ulteriormente lo spirito – fieramente americano nella poetica del self made man, progressista nel continuo desiderio di mescolarsi con una disperata umanità di frontiera – dialoga con i suoi tanti alter ego sopraffatti dalle contingenze terrene, gente che ha dovuto perdere tutto per ritrovare un po’ di umanità: fantasmi di un tempo passato, anime perse che hanno ancora il disperato bisogno di un corpo cui aggrapparsi. Il vecchio Earl il capitale umano lo raccatta poco alla volta, “on the road”, nelle sue corse contro il tempo (perché ne ha davvero poco e non ne può mica comprare), mescolato tra messicani mangia-fagioli, “niggers” bloccati a bordo strada, narcos a cui concedere il solito impeto paternalistico e lesbiche scambiate per virili centauri.

Una bicicletta rubata che ha fatto il giro del mondo

L’Academy tributò a Ladri di biciclette l’Oscar come miglior film straniero. De Sica di colpo venne catapultato tra i grandi cantori del Novecento, con anche il merito di aver riabilitato l’immagine del Bel Paese agli occhi del mondo. Una testimonianza d’oltre oceano, finora sconosciuta, che conferma la portata universale che questo film ha saputo esprimere, la si trova in una trascrizione radiofonica inviata per posta da un amico, Pio Campa, attore e impresario teatrale che tra gli anni Venti e Trenta aveva condiviso con De Sica il palcoscenico e alcuni set cinematografici. Dalla lettera del 24 dicembre 1949 che accompagna la trascrizione, si scopre che è il figlio di Campa, Roberto, emigrato a New York alla fine della guerra per cercare fortuna, a essere lo speaker della rubrica radiofonica “Letterine natalizie da Broadway”, poi trascritta e inviata. Leggiamola. 

Speciale “The Mule” I – Fragile e fortissimo

Mentre guida il suo furgone trasportando droga per il cartello messicano, il novantenne Earl Stone ascolta Dean Martin che sulle note della famosa Ain’t That a Kick in the Head? canta “How lucky can one guy be? I kissed her and she kissed me” [Quanto può essere fortunato un ragazzo? L’ho baciata e lei mi ha baciato]. Questa scena di The Mule – storia vera e incredibile di Leo Sharp, nonno americano che diventa corriere di droga, ma anche storia on the road again di un regista che a 89 anni non ha finito di dirci quel che ha da dire – ci introduce, con scanzonata leggerezza e ironia, al tema complesso e potenzialmente doloroso che Eastwood ha deciso di indagare attraverso il film: quello della ricerca della felicità nel tempo che ci è concesso vivere, della realizzazione di se stessi nell’arco di una vita.

Addio a Albert Finney, genio sornione

Se la grandezza dell’ultimo Michael Caine si vede nell’eleganza sorniona del suo immenso sguardo liquido che si affaccia felicemente in qualsiasi produzione, quella del parco Finney la si ritrova invece nei rari exploit. Un po’ come Tom Courtenay, suo partner nel memorabile Il servo di scena, un monumento alla (loro) recitazione dove Finney è un dispotico e vulnerabile capocomico sul tempestoso viale del tramonto. Un incontro inevitabile, quello tra due dei volti più emblematici del Free Cinema. Gioventù, amore e rabbia. Sabato sera, domenica mattina: un manifesto dissacrante, vitale, inquieto, che identifica il suo orizzonte nell’affascinante e teso protagonista, all’epoca una magnifica rivelazione destinata a codificare un vitale carattere anti-borghese. E poi Tom Jones, la consacrazione a star, che a rivederlo oggi impressiona per la scatenata spavalderia con cui la scattante regia di Tony Richardson si adatta allo spirito anarchico di un adorabile bastardo.

Cuori matti. “Cold War” e la musica

La passione tra Zula e Wiktor è attrazione inesorabile, fusione di corpi, desiderio di fuga (da luoghi e condizioni esistenziali limitanti), gelosia e incomprensione, connubio creativo. Dai canti flokloristici riarrangiati dal compositore Tadeusz Sygietyński ai brani jazz eseguiti al pianoforte da Marcin Masecki, la colonna sonora di Cold War definisce la direzione di una temporalità filmica frammentata, fatta di separazioni brusche (i continui stacchi repentini su sfondo nero) e ritorni inevitabili. La vita e la Storia allontanano, la musica evolve e riunisce. Ne è esempio la bellissima Due cuori (Two Hearts), canzone-leitmotiv dell’intero film.

“Le livre d’image” folgorante come un ordigno

Pochi giri di parole: Le livre d’image è la bibbia del montaggio inorganico. Tutto è materiale pulsante, il contenuto è inseparabile dalla forma. Archeologia di frammenti tra passato e presente che interroga il mondo del possibile, Le livre d’image è un film che produce film e dunque attiva mente e corpo di spettatori-autori. Troppo accade durante i novanta minuti della proiezione perché il materiale possa essere interamente digerito: ogni taglio di montaggio spalanca un abisso tra le immagini quasi sempre manipolate, la traccia audio è spesso stereofonica con sovrapposizioni di frasi; abbondano, come di consueto, i cartelli, mentre i sottotitoli, volutamente lacunosi, tratteggiano tutt’al più una sorta di sintesi di quanto accade, non certo una sua traduzione fedele. Lo shock che ne deriva è folgorante come un ordigno.

 

Il linguaggio dei nostri sogni. James Baldwin e il cinema

L’uscita nelle sale di Se la strada potesse parlare è l’opportunità per apprezzare il contributo intellettuale di James Baldwin, dal cui omonimo romanzo il film è tratto, non solo come fonte di ispirazione per narrazioni cinematografiche ma anche come critico e teorico di cinema. In The Devil Finds Work (1976), di cui Fandango Playground ha recentemente pubblicato in italiano il primo saggio Congo Square, James Baldwin intreccia la narrazione autobiografica del suo incontro con il cinema con un’analisi critica militante e ancora attuale che evidenzia i pregiudizi razziali e di genere della cultura cinematografica dominante americana. Nei tre contributi raccolti nel volume, lo scrittore afroamericano spazia da Nascita di una nazione (1915), un testo razzista fondamentale per la storia del cinema e l’identità nazionale americana, a L’esorcista (1973), il cui ritratto del male Baldwin trova, nella sua banalità, la componente più terrificante e inquietante del film.