Le numerose identità di “Madame X” da Lana Turner a Madonna

La nuova identità che Madonna assume nella promozione del suo quattordicesimo album, Madame X, invita al dialogo con un’altra icona americana del passato, Lana Turner, che ha interpretato quello stesso ruolo nel film omonimo di David Lowell Rich del 1966. Utilizzando le parole con cui la cantante descrive il suo alter ego, la Madame X di Lana Turner è “una madre”, Holly Parker, donna umile (proprio come Turner), sposa di un marito ricco, Clayton Anderson che la trascura per la carriera politica, spingendola tra le braccia del playboy Phil Benton. Coinvolta nella morte accidentale di quest’ultimo, è costretta, sotto ricatto della suocera Estelle, a “cambiare identità” e “viaggiare per il mondo”. Come le narrazioni nei diversi canali social utilizzate per la promozione dell’album, anche il film di Rich induce lo spettatore a identificare Madame X con la sua diva, Lana Turner, e ad adottare il suo punto di vista.

“Torna a casa, Jimi!” e il paese diviso

Torna a casa, Jimi!, vincitore del Tribeca Film Festival, è il primo lungometraggio di Marios Piperides, produttore e regista cipriota, suo The Last Remaining Seats (2011), documentario sui tentativi di riapertura di un cinema abbandonato in un villaggio di Cipro. Qui, il Jimi del titolo è un cane, così battezzato in onore di Hendrix, fedele compagno di sventura di Yiannis, musicista spiantato. Piperides riesce a raggiungere un perfetto equilibrio in cui l’umorismo graffiante della commedia serve a mettere in scena una severa critica sociale evitando di essere pedante e didascalico, dove la fuga di Jimi attraverso la zona cuscinetto sorvegliata dalle Nazioni Unite, non è altro che un pretesto per smascherare le assurdità della vita degli abitanti di Cipro, costretti a fare i conti ancora oggi con quella linea verde che separa la Repubblica di Cipro dalla Repubblica turca di Cipro Nord.

“Dilili a Parigi” e la cultura con gli occhi dei bambini

Ocelot disegna Dilili come una sorellina ed è la più giusta descrizione per questo personaggio. Così si soffre nel vederla affrontare le difficoltà che intralciano il suo roseo destino, e ne si invidia la spensieratezza e l’innocenza alla Peter Pan, che Dilili riesce ad omologare, nel corso della vicenda, a grande saggezza, coraggio e astuzia. Ocelot torna quindi a parlare attraverso gli occhi di un bambino che, come in Kirikù e la strega Karabà, ha una saggezza d’animo più tipica dell’anziano cantastorie. Dilili è una bimba che deve molto a Victor Hugo, la sua forza d’animo nel fronteggiare le ingiustizie, razziali e sessiste, ricorda infatti quella di Gavroche, ma se quest’ultimo soccombe a Parigi e al potere, la nostra eroina capeggiando una rivoluzione intellettuale guarda al futuro con positività: un nuovo mondo in cui è possibile costruire una società migliore senza che qualcuno debba genuflettersi.

Il potente canto funebre di “Oro verde”

C’era una volta in Colombia, recita il sottotitolo dell’edizione italiana: forse a prima vista può sembrare una scelta pigra, eppure, riflettendoci, suggerisce bene l’idea dello sguardo rivolto al passato di un popolo per sottolinearne la metamorfosi, lo scarto rispetto alla realtà contemporanea. E, soprattutto, la frattura con l’immagine fortemente d’impatto che della Colombia ci ha offerto la recente serialità: pensiamo a Narcos, l’epopea criminale dei cartelli del traffico di coca. Oro verde fa un passo indietro, per risalire all’origine dell’innocenza perduta, del conflitto tra una mentalità affaristica pronta a fare affari con i gringos e l’identità primordiale che vede negli animali i referenti di presagi oscuri, legge nei sogni le coordinate del futuro e i segni dell’anima, onora i morti secondo antiche usanze affidate alle donne.

“La perla” di Fernández, feroce parabola sulla ricchezza

La perla, tratta da un racconto di John Steinbeck, e da lui co-sceneggiata, è una feroce parabola di Emilio Fernández sul potere divisivo della ricchezza all’interno della struttura sociale. Una parabola in forma di melodramma, e incastonata nella natura immanente creata dal suo inseparabile direttore della fotografia Gabriel Figueroa. La perla del titolo, abbacinante, enorme, fuori dall’ordinario, capace di cambiare per sempre la vita di chi ne entri in possesso, viene un giorno trovata dal pescatore Kino (Pedro Armendáriz, uno degli attori feticcio di Fernández), sino a quel momento in difficoltà come tutti gli altri nel guadagnare qualcosa da portare a casa alla moglie Juana (María Elena Marqués), e in balia della buona sorte di fronte a imprevisti come uno spaventoso morso di scorpione al figlio neonato.

“Maria Candelaria” tra Cuarón e Scorsese

Come Roma di Alfonso Cuarón, anche Maria Candelaria di Emilio Fernández si apre su una superficie d’acqua, nella quale si specchia il cielo messicano. E come in Roma, anche in Maria Candelaria l’acqua è strumento di lavoro -nel primo pulisce e nel secondo trasporta-, e linea di confine, quello che separa la sicurezza dalla minaccia. Un’indigena ingenua e povera si prende amorevolmente cura di una casa e dei bambini che la abitano in Roma, ed un’altra indigena, anch’essa povera, protegge ansiosa un lembo di terra, un animale sinonimo di futuro ed un sentimento da celebrare in Maria Candelaria. Altri elementi primari, terra e fuoco in primis, oltre alla scelta di Cuarón del bianco e nero, contribuiscono al dialogo a distanza fra i due film.

“L’uomo fedele”, un compendio di cinema e cultura

Ne L’uomo fedele Garrel è meno accorato che nel suo primo film, quanto piuttosto rilassato, divertito e compiaciuto. Già nella prototipicità dei nomi, con infiniti rimandi semiotici, denuncia la sua intenzione di mettere in scena con levità un compendio sia di cinema che di cultura francese in senso largo, mischiando commedia con dramma e aggiungendo anche qualche tocco thriller, nei dubbi che Joseph suscita in Abel sulla reale natura di sua madre. Naturalmente, si tratta di thriller in salsa d’oltralpe, e dunque una tisana sospetta suscita più la curiosità interlocutoria di Grazie per la cioccolata di Claude Chabrol che l’inquietudine sgomenta de Il sospetto di Alfred Hitchcock.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – III

Peele sa perfettamente quello che vuole dire, sfruttando stilemi del genere (Haneke, su tutti), accompagnandoci nel suo (o nel nostro?) mondo grazie a un sottofondo ironico che stempera e rende più accessibile il film. La danza con lo spettatore che Noi compie è serrata, lasciando noi con un “vuoto di parola”, assorbiti da un binomio immenso e singolo: un popolo aggiogato e una donna nel suo lucido delirio. Animali delusi (e illusi), senza traccia sulla loro stessa terra, guidati, in apparenza, da uno stelo d’erba inerme, arso da un sole al neon. “Vittime, non lo siamo tutti?” direbbe Eric Draven. Ma la protagonista di Noi è Adelchi, non Ermengarda. E, nonostante il volgo disperso un nome riesce, in extremis, ad averlo, alla fine per noi, per tutti noi, non resta che far torto, o patirlo.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – II

Se il film non brilla di originalità, resta però valido il tentativo di porre questioni fondamentali dei nostri tempi attraverso il meccanismo del genere horror, che permette di metaforizzare tematiche, quesiti e risposte. L’incontro tra Red e il suo doppelgänger simboleggia il rapporto con una generica alterità: assumendo come poli del confronto una maggioranza e una minoranza, essa può essere codificata a livello razziale (bianchi vs neri) o economico (ricchi vs poveri). Nel film di Peele questo rapporto è segnato da una fase iniziale di incontro, ostilità e paura dell’ignoto,  a cui segue un momento di affermazione – da parte dell’“altro” – della propria identità, per approdare poi ad un ribaltamento di prospettiva nell’immancabile colpo di scena finale.

Speciale “Noi” di Jordan Peele – I

Negli anni in cui l’horror d’oltreoceano attraversa un’incredibile momento di prosperità, contrapponendo blockbuster dagli straripanti successi commerciali a folgoranti ed ardite opere indipendenti, è singolare come Jordan Peele appaia costretto in un limbo collocato da questi due poli. Noi è una creatura difficilmente catalogabile, pervasa da una freschezza di messa in scena che fatica a trovare un atteggiamento parimenti temerario e compatto sul piano della logica narrativa. In un gioco che punta a disorientare, facendo perdere le coordinate dell’azione per poi tirare didascalicamente le fila in conclusione, l’esito può essere più frustrante che appagante; grande limite di un’operazione dal potenziale immenso e dal fascino innegabile, che conferma le qualità del suo artefice nei panni di abile narratore della contemporaneità.

“Les confins du monde” a Rendez-Vous 2019

Se la letteratura e il cinema aprono come degli spiragli, varchi su storie o spaccati d’esistente non conosciuti, mai esplorati nelle loro verità e contraddizioni, e quindi per lo più lasciate ai margini della Storia, obnubilate dai suoi fantasmi, Les confins du monde incarna proprio questo genere di apertura. Il conflitto di cui Guillaume Nicloux parla è interiore ancora prima che bellico e la guerra in Indocina sembra essere un pretesto, come se la natura, la giungla e vegetazione infide in cui si muovono i soldati ne offuscasse l’orizzonte, smaterializzando anche lo stesso nemico di Tassen, Vo Binh: a vedersi sono soltanto gli esiti delle sue azioni – corpi mozzati, decapitati, vischiosi sulla terra arida, racconti disgustosi sui trattamenti riservati alle vittime – restando la sua una presenza incorporea, quasi mitica.

“Le invisibili” a Rendez-vous 2019

Il cinema europeo è ricco di voci valide e importanti che puntano il dito sul progressivo declino della società della giustizia e dell’uguaglianza, spesso senza l’eco che la causa meriterebbe. Ken Loach, Mike Leigh e i fratelli Dardenne sono fra i nomi più legittimamente celebrati di questo cinema, ed il giovane regista francese Louis-Julien Petit mostra senza falsi pudori nel suo Le invisibili di avere fatto propria la lezione stilistica e tematica di questi maestri. Ma anche di voler fare qualcosa che sappia discostarsi dal loro fondamentale selciato. Meno arrabbiato e pessimista dei registi menzionati, sceglie toni da commedia per raccontare in Le invisibili le vite emarginate di un gruppo di donne senza fissa dimora nella Parigi odierna. 

“Un amour impossible” a Rendez-vous 2019

È nella rappresentazione dei personaggi femminili, e nel rapporto che instaurano, che è insita la forza delle opere di Catherine Corsini. Donne al contempo potenti e fragili, complesse. Chantal, interpretata nella fase adulta dall’androgina Jehnny Beth, ricorda la Anna Barton di “Il Danno”, ancora firmato Malle. Entrambe irrimediabilmente compromesse dal nucleo familiare, sono eroine alla ricerca del riscatto. Pur nel rancore, nell’impeto distruttivo, riescono a redimersi da una condizione di abiezione sociale alla quale sembrano essere condannate. Con tocco delicato, la regista decostruisce alcuni concetti cardine dell’attuale discorso intorno alla famiglia tradizionale. Possono una madre e una figlia, in assenza di un padre, definirsi famiglia? Evidentemente sì, laddove lo scotto da pagare per conformarsi ai precetti sociali di aggregazione familiare è la perdita della propria identità.

“Dumbo” e il volo dell’iconografia Disney

La scelta di Burton appare azzeccata a partire dai temi e l’iconografia della pellicola: un protagonista che fa del suo handicap un punto di forza (Edward Mani di Forbice), la cornice sfavillante del circo (Big Fish) e la stessa figura di Dumbo, che nella sua versione 3D riesce a mescolare tenerezza e uncanniness come i pupazzi di Nightmare Before Christmas. Similmente a quanto visto in Alice nel Paese delle Meraviglie, la storia dell’elefantino viene espansa oltre i limiti del cartone animato del 1941, senza però dimenticare il testo originale che viene a più riprese omaggiato. Con la sola eccezione dei corvi, esclusi probabilmente per il loro sotto-testo razzista, tutti i personaggi e le situazioni dell’originale compaiono nel remake

“Dumbo” tra Burton e Fellini

Dumbo sembra essere, ma non è, lontano dallo stile grottesco che contraddistingue Tim Burton, pur destinato anche ai piccini. Ambientato nell’anno 1919 il Dumbo di Burton sembra riproporre alcune domande che Federico Fellini si pose per la realizzazione del suo film I clowns del 1970: “I clown di allora, di quando ero bambino dove sono adesso? Esiste ancora quella comicità violenta che dava sgomento? Quel grande chiasso esilarante e spasmodico può ancora divertire? Certo il mondo cui apparteneva, di cui era espressione non c’è più […]”. Ecco perché il circo, da arte di strada, nucleo di maschere stravolte dai fumi dell’alcool e da luci psichedeliche, sembrava il perfetto scenario per il classico Tim Burton a cui siamo soliti pensare. 

“Border” e la poetica dell’ibrido

Premiato allo scorso festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard, Border rifiuta la semplicistica etichetta di film horror e ambisce a una narrazione di più ampio respiro: in esso convivono in perfetto equilibrio la love story, il thriller e il dramma esistenziale per dare vita a un racconto ibrido e dal genere indefinito. Il merito di questo grande traguardo artistico va riconosciuto anche e soprattutto ad Eva Melander ed Eero Milonoff, gli attori protagonisti che hanno dato vita a due personaggi memorabili, capaci di attrarre e spaventare il pubblico con un perfetto mix di bestialità e candore. Border brilla di luce propria nel panorama horror contemporaneo grazie allo smodato coraggio con cui sfida le convenzioni del genere e cerca un nuovo modo di portare in scena l’orrore.

“Ricordi?” e il tempo imperfetto

Ricordi? è un film totalmente impressionista, nel quale il paesaggio assume una dignità poetica, essendo l’immediato specchio delle emozioni vissute dai suoi personaggi e dove è notevole la ricerca del regista nei confronti dell’elemento formale dell’immagine: l’uso di sovrimpressioni, dissolvenze, variazioni di fuoco, gioco di specchi, elementi grafici, ogni genere di manipolazione dell’immagine torna utile per esprimere la soggettività dei personaggi, le loro emozioni, i pensieri, le impressioni, i ricordi. A dieci anni di distanza dal suo primo film Dieci inverni, Mieli ritorna su un tema evidentemente a lui caro, e indubbiamente ricco di interconnessioni multidisciplinari (con la psicoanalisi, la filosofia, la scienza) che qui potremmo definire come il tema del tempo dell’amore. L’operazione è magnificamente sostenuta dal talento empatico dei due protagonisti

“Il professore e il pazzo”, le beautiful minds dell’Oxford English Dictionary

Il regista iraniano P.B. Shemran, già collaboratore di Gibson in Apocalypto, racconta senza particolare personalità una vicenda dalle alte potenzialità cinematografiche. Come in A Beautiful Mind, le loro intuizioni ed associazioni, che qui dirigono l’inesauribile opera di catalogazione delle parole della lingua inglese, si appoggiano su mappe intricate e rigorose, invisibili arredi delle stanze colme di libri e appunti in cui entrambi lavorano. Emerge un’idea forte, bellissima, che sarebbe stato affascinante vedere al centro delle riflessioni del film. Quella del potere emancipatore e terapeutico della parola, della celebrazione della lingua e della diffusione ecumenica del linguaggio come strumenti di libertà dell’individuo e degli Stati, di affrancamento dall’inferiorità sociale e di crescita personale nei rapporti d’amicizia o persino d’amore.

Il bacio, l’insetto, l’accidentale in “Jules e Jim”

Se ne accorge anche Amélie Poulain, nonostante sia distratta dall’espressione degli spettatori in sala, il bacio tra Jim e Catherine è disturbato dal passaggio di un insetto, forse una lucciola, che percorre inosservato il vetro della finestra, una minuscola presenza che scompare tra le labbra dei due amanti. L’incontro notturno, estraneo a ogni forma di clandestinità, segue il ritmo della natura fondendosi in essa, un frammento del reale, l’imprevisto incedere della lucciola che può sembrare un’insignificante svista, evoca la luminescenza caratteristica del corteggiamento del lampiride e quel regno animale in cui il gioco crudele dell’attrazione è portatore al tempo stesso di vita e distruzione. Sullo schermo l’accidentalità, la presenza di un frammento di reale (esemplare è la fastidiosa mosca ne La passione di Giovanna d’Arco di Dreyer), come in un quadro può esserlo una mosca dipinta, emana “un fetore di reale (e non di verosimiglianza)” secondo Georges Didi-Huberman. 

“Chaco” e il cinema della moralità

Nel 2012, Daniele Incalcaterra raccontò in El Impenetrabile le vicende scaturite dalla scoperta di aver ereditato dal padre cinquemila ettari di foresta vergine in Paraguay, la più grande del Sudamerica dopo l’Amazzonia. Grazie ad un decreto dell’allora presidente Fernando Lugo, il regista sperava di rendere quel terreno una riserva naturale, l’Arcadia, convinto di dover restituire la terra ai nativi guaranì. Oggi, sempre in tandem con la moglie Fausta Quattrini, in Chaco – premiato all’ultimo Festival dei Popoli di Firenze – riprende il filo di una storia che ha subito le conseguenze politiche della controversa caduta di Lugo, probabilmente destituito perché intenzionato a promuovere alcune riforme come quella della proprietà terriera.

“Sofia”, un ritratto di famiglia

Prendendo spunto dai suoi modelli registici, Cristian Mungiu e Asghar Farhadi su tutti, e sviluppando quei campi e controcampi colmi di significato che l’avvicinano al Kechiche di La Vita di Adele – bastano quelli a ritrarre la differenza di classe e a mappare il territorio di Casablanca lacerato da conflitti sociali endemici – la cineasta racconta l’autodeterminazione dell’individuo come reazione strategica e pianificata all’oppressione prodotta dalla comunità patriarcale. Il metodo Benm’Barek, basato su una fredda e meticolosa analisi dei contesti socio-culturali, lascia fuori campo gli psicologismi di maniera e non concede quasi mai l’enfasi emotiva e sentimentale ai suoi personaggi, demandando il compito di sottolinearne gli stati d’animo e la loro soggettività alla camera a mano.