“Vive le cinéma”, il panorama francese e la critica

La quarta edizione del festival Vive le cinéma ha offerto in quattro intensi giorni di proiezioni e incontri una panoramica articolata sulla produzione cinematografica in lingua francese, proiettando temi e situazioni da sempre cari al cinema d’oltralpe come il dialogo tra le diverse culture, l’affermazione sempre più ineludibile di un meticciato culturale e sentimentale contro la pesante eredità del colonialismo, l’indagine minuziosa e intimista dei sentimenti, l’inquietudine che si cela dietro la provincia borghese. Con la proiezione di chiusura dedicata a Varda par Agnès di Agnès Varda, Vive le cinéma ha reso un commosso omaggio alla cineasta recentemente scomparsa celebrandone l’innovazione del linguaggio cinematografico e ricordando l’eredità culturale della Nouvelle Vague.

“Vita segreta di Maria Capasso” e il ritorno di Salvatore Piscicelli

Quello di Maria è un amore spropositato per sé stessa, un desiderio forte di auto-rivendicarsi, di riconoscersi, affermarsi, in questo sì, molto vicina all’essenza di Filumena Marturano. Siamo naturalmente portati ad apprezzare parecchio questo tipo di egoismo femminile, di autostima esasperata, in un contesto che dimostra quotidianamente quanto ancora ci sia da fare per liberare le donne dall’egemonia maschile. Siamo convinti che il messaggio del film, se ha ancora un senso parlare di message, ancorché travestito da una patina di maledettismo noir, sia molto forte e positivo. Proprio perché, una volta tanto, è una donna a prendere in mano la sua vita e a rifiutare ciò che altri, o un destino infame e sfortunato, hanno previsto per lei. La vita segreta di Maria, insomma, non ci indigna e ci piace assai.

“Anima” di Paul Thomas Anderson e la distopia musicale

La messa in immagini di un brano musicale è un processo che esiste già da decadi: molti registi di cinema hanno iniziato la propria carriera nel mondo dei videoclip o vi hanno fatto incursione: si pensi a David Fincher, Spike Jonze e Michel Gondry. Recentemente però, abbiamo assistito ad una nuova tendenza: non più videoclip realizzati per meri fini promozionali, ma piuttosto, veri e propri short-film, in cui il connubio tra cinema e musica diventa indispensabile. È il caso di I Am Easy to Find diretto da Mike Mills per l’omonimo album dei National e di ANIMA di Paul Thomas Anderson, che va ad accompagnare il terzo lavoro solista di Thom Yorke. Anderson era già entrato in contatto con le sonorità dei Radiohead dirigendo i video di tre dei loro brani: quello tra Anderson e la band di Yorke era un sodalizio già consolidato.

Il cinema di Valentina Cortese

Quel suo modo di brandire il braccio nello spazio disegnando delle anse sinuose nell’aria. Quella sua sensualità innata e un po’ nascosta. Una voce unica e proverbiale dalla vocalità profonda e smarrita. Questi ed altri sono i particolari tesori che verranno custoditi nel lascito immortale di Valentina Cortese. Ultima diva nostrana, la diva italiana per eccellenza, così tanto amata dall’amico Franco Zeffirelli, che in casa sua le aveva dedicato una stanza intera, battezzata Valentina appunto, come si faceva nell’antichità, per le divinità e i templi ad esse consacrati. Una carriera cinematografica mastodontica, per una star al femminile che non ha conosciuto il limite del “sesso debole” o di genere, riuscendo a conciliare armonicamente nella sua filmografia i grandi nomi di registi e gli attori più formidabili.

Lina Wertmüller e lo statuto d’autore

Alla notizia dell’Oscar alla carriera assegnato a Lina Wertmüller, i cinefili veri o presunti si sono scatenati. I lodatori esaltano il pionierismo di una donna che si è affermata in un mestiere prevalentemente maschile. I detrattori sostengono che tre o quattro buoni film non giustificano il premio a una regista mediocre e sopravvalutata. Forse la semplificazione è eccessiva e non bisogna escludere anche una vaga misoginia di fondo (la stessa della quale è stata frequentemente accusata Wertmüller, in primis dalla potente Pauline Kael). La critica italiana è stata spesso severa con lei, ma certo non si può dire altrettanto del sistema mediatico che continua a coccolarla con interviste, ospitate, omaggi, agiografie.

“Effetto notte” e la musica

Esplicitamente dedicato a Lillian e Dorothy Gish, questo meta-cinema allo stato puro trabocca di citazioni, auto-citazioni, omaggi e riferimenti cinematografici di ogni tipo: le monografie su Lubitsch, Dryer, Bergman, Godard, Buñuel, Bresson, Hawks e Rossellini che il regista Ferrand (interpretato dallo stesso Truffaut) si fa spedire per trovare ispirazione per le scene ancora da scrivere; la via intitolata a Jean Vigo; le cartoline di Quarto potere che il giovane Ferrand ruba di notte nelle sequenze oniriche; la firma di Cocteau su un pannello del camerino di Julie, e così via fino all’escamotage felliniano della recitazione con i numeri evocato dalla splendida Séverine di Valentina Cortese.

I Doors secondo Oliver Stone

Approfittando della visita in Italia di Oliver Stone, torniamo su uno dei suoi film meno celebrati, The Doors. Stone vagheggiava un film imbevuto di Doors sin dagli inizi della sua carriera cinematografica, tanto che Break, una sceneggiatura del 1969, abbinava una vicenda sul Vietnam, guerra vissuta dal regista in prima persona, alle musiche del gruppo; il ruolo del protagonista doveva essere di Jim Morrison stesso. Alla luce dei film poi effettivamente realizzati e tenendo presente l’autobiografismo come cifra autoriale del regista, è come se l’esperienza del Vietnam, rielaborata tardivamente secondo una modalità tipica del cinema statunitense, si fosse sdoppiata in un campo/controcampo tra Platoon e The Doors: lì il dramma reale della coscienza, qui il dramma onirico dell’inconscio.

Cento anni di Age (e Scarpelli)

Age & Scarpelli. Una ditta, con quella “e” commerciale che allude alla natura mercantile dell’impresa. Che si confrontavano con colleghi, dal maestro Sergio Amidei a Luciano Vincenzoni passando per Ettore Scola. Ed è proprio quest’ultimo a rivelarci il segreto – se vogliamo chiamarlo così – di un legame durato oltre trent’anni: “la simbiosi di due modi diversi di essere”. All’unione di questi due geni complementari, umoristi satirici nati nel cinema comico e diventati massimi narratori della società, dobbiamo centodiciassette sceneggiature, tra cui I soliti ignoti, La grande guerra, Tutti a casa, I compagni, Sedotta e abbandonata, L’armata Brancaleone, Signore & signori, Il buono, il brutto, il cattivo, C’eravamo tanto amati, Romanzo popolare…Anche a voi tremano i polsi, vero?

Jane Campion, tempesta e impeto

La voce di Ada è un invito a vedere e un invito a perdersi nel marasma neozelandese che è pur sempre un’estensione del proprio patrimonio intimo. Estensione e amplificazione del turbinio di sensazioni che delinea il conturbante di Lezioni di piano e che riporta alla cruda e reale entità del sublime romantico, anche in merito alla dissonanza tra istinto da un lato e prescrizioni sociali dall’altro: “Pensavo che questo paesaggio selvaggio fosse adeguato alla mia storia perché il romanticismo è stato mal compreso dalla nostra epoca, in particolare nel cinema. È diventato qualcosa di grazioso e amabile. Si dimentica la sua violenza, il suo lato oscuro”, ha dichiarato più volte la regista. 

Un film di fantasmi. “Street Angel” di Frank Borzage e la dimensione spirituale

Street Angel pare avere una concezione dei sentimenti e della felicità, per così dire, fatalista a livello strettamente terreno, dove pare inevitabile scontare la propria condizione di partenza più che i propri errori, e che trova il proprio compimento ad un livello più spirituale e metafisico. Non anticipiamo, per evitare i lamenti delle vestali dello spoiler, qual è la soluzione narrativa che permette di evitare la tragedia finale aprendo le porte al lieto fine e alla definitiva redenzione, dei singoli e della coppia; basta accennare che c’entra un quadro dalla tematica religiosa che ha avuto un ruolo decisivo nella storia del rapporto.

Buster Keaton e la morale della gag

Tra una gag e l’altra basate principalmente sull’equivoco, quella che rimane più impressa è sicuramente la scena in cui Keaton è a tavola con tutti gli enormi parenti della donna. Questi si abbuffano come il piccolo uomo non ha mai visto fare prima, mentre lui, ovviamente, rimane a bocca asciutta. Al momento del caffè il suo genio comico esplode, il personaggio non riesce più a trattenersi e nel vedere uno dei cognati che continua a riempire il suo caffè di zucchero Keaton gli prende la tazzina e con prepotenza rovescia il caffè direttamente nella zuccheriera. Un’altra gag memorabile, che probabilmente Blake Edwards ha visto e riproposto in Hollywood Party, è quella in cui Keaton sbadatamente aggiunge troppo lievito alla birra, fatta in casa dalla moglie, così la schiuma della bevanda nel momento clou dell’azione riempie la cucina e invade altre stanze della lussuosa abitazione.

La grande città nel suo delirio ufficiale. “Roma” di Federico Fellini

Nel suo saggio Camminare per la città, Michel de Certeau distingue due punti di vista per indagare lo spazio urbano: una visione dall’alto, che esprime il bisogno delle istituzioni ufficiali di controllare la città in una mappa leggibile, e una visione dal basso, a livello della strada e propria dei pedoni, che esprime invece una città in perenne movimento e che irrimediabilmente sfugge alle logiche di controllo dei pianificatori urbanistici. È indubbiamente questa seconda prospettiva che viene adottata da Fellini in Roma (1972), la cui narrazione visionaria frammenta lo spazio urbano della capitale in una serie di quadri che non si compongono mai in una sintesi finale. Al contrario, mischiando autobiografia e indagine documentaristica, questi conducono lo spettatore attraverso una città che si compiace del proprio caos, del “suo delirio ufficiale” per citare un attento testimone della vita urbana come Charles Baudelaire. 

“Lezioni di piano” tra silenzio e suono

L’utilizzo di musica originale contemporanea su una storia di ambientazione ottocentesca – fin dall’inizio lo spettatore-ascoltatore viene disorientato rispetto ad una scelta di regia che non è didascalica –  riporta al tema del rapporto tra rispetto e sovversione delle convenzioni: le sperimentazioni musicali del Novecento che vogliono decomporre o distruggere gli schemi formali della musica colta del secolo precedente,  riportano –  musicalmente – alla volontà della protagonista di infrangere le regole della compostezza sociale rifugiandosi, ad esempio, in un mutismo che è psicologico, non certo biologico (capiamo davvero che Ada non parla ma ci sente quando è lei che si accorge che il pianoforte è accordato, dopo che il complicato trasporto nella casa di Baines faceva supporre che non lo fosse).

Intervista a Cecilia Mangini

Prima della proiezione del restaurato Essere donne abbiamo avuto l’opportunità di intervistare, la prima documentarista donna italiana, Cecilia Mangini. Il suo documentario, opera ostacolata dal clima politico dell’epoca, è tuttora una delle opere più importanti realizzate sulle condizioni di vita delle figure femminili negli anni Sessanta e alcuni aspetti sono più attuali di quanto si possa immaginare. Cecilia Mangini ha voluto iniziare l’intervista dicendo qualcosa ai giovani aspiranti registi e amanti di cinema presenti, e non, per filmarla. “Ho una dichiarazione da fare. Quando volevo fare cinema, sapevo di una scuola a Roma molto prestigiosa, una bella mattina, all’epoca vivevo a Firenze, ho preso il tram e sono arrivata fin là. Sono poi andata all’ufficio informazione e ho detto: ‘ditemi tutto quello che serve, qui da voi, per diventare regista’. Mi hanno guardata sbalorditi e hanno risposto: ‘no, impossibile. Le donne non possono fare regia’.

“Mariti” e il cinéma vérité

Leggendo velocemente la sinossi di Mariti di John Cassavetes è inevitabile associarlo a numerosissime altre commedie dalla simile trama, da Amici miei di Monicelli al più recente Una notte da leoni. Eppure non esiste nulla di più lontano da quei film di Mariti; anzi, in verità, la stessa categorizzazione di “commedia” è incredibilmente riduttiva e fuorviante per un’opera come questa. È un film brutale, a tratti insopportabile per i personaggi, per gli attori e per noi spettatori. Ogni regola della cinematografia e ogni convenzione è scartata per la realizzazione invece di un’opera vera, genuina, verace. Quello di Cassavetes è puro cinéma vérité, quasi documentario. Le reazioni sono vere, così come le espressioni, i gesti. È difficilissimo capire dove si ferma l’improvvisazione e si rientra nello scritto, dove si fermano le lotte e si rientra nella coreografia.

“Agente 007 – Licenza di uccidere” al Cinema Ritrovato 2019

Nonostante i pochi mezzi, Agente 007 – Licenza di uccidere costituisce efficacemente la matrice attraverso cui è stata coniata l’intera leggenda del Bond cinematografico: i momenti più efficaci della sceneggiatura, adattata da Maibaum, Harwood e Mather, sono andati a costituire un elenco di mitemi pronti ad essere riletti e riproposti, con cambi più o meno eclatanti, per tutta la carriera cinematografica della spia più famosa del mondo. L’incontro con il superiore, la consegna di nuovi gadgets, la seduzione di innumerevoli donne e lo scontro con il cattivo di turno, sempre desideroso di rivelare a 007 il suo piano malvagio, compaiono in ogni avventura della spia inglese, avvalendosi di una forma di volta in volta adeguata alle iconografie in voga durante la produzione della pellicola.Anche la colonna sonora impone uno standard indimenticabile con il James Bond theme composto da Monty Norman, divenuto ormai vera e propria signature del personaggio, riproposta in ogni film con arrangiamenti differenti.

“Il piacere”: la vie se lève

Già a metà Ottocento, con Una vita di Maupassant il posto dell’allegoria letteraria era cambiato: il mondo esterno si era rintanato nello spazio chiuso dei sentimenti e così’, forse, sceglie di operare anche Ophüls molti anni dopo, contravvenendo al cinema dell’intellectualité di baziniana memoria e all’eiaculazione oculare di Bresson, facendo entrare la vita dentro i suoi personaggi dissidiati tra sentimento e morale e non tirandola fuori dallo schermo; questa, la forza di una rivelazione catturata nel suo movimento centripeto, un fulmine di celluloide bloccato solo nel raccoglimento del ricordo perduto. Ophüls ha saputo raccontare, per dirla con le parole di Truffaut, “la crudeltà del piacere”, le vanità e gli affanni dell’epoca moderna annegate nelle città brulicanti, nella flânerie indisciplinata e nel connubio tra vita attiva e vita contemplativa.

Ironia, satira e libertà narrativa nel cinema della Trizona

Da un lato, Greta Garbo, Joseph Stalin, Charlie Chaplin, Benito Mussolini, il kaiser Guglielmo II, Buster Keaton, Marlene Dietrich, i fratelli Wright, Franklin Delano Roosevelt, Harold Lloyd e, naturalmente, Adolf Hitler. Dall’altro, i personaggi di un film ambientato in “Cinesia” iniziano una battaglia a colpi di sedie che subito coinvolge gli spettatori, in un crescendo apocalittico degno delle più furiose “battaglie del secolo” combattute con le armi delle torte in faccia nella migliore tradizione della slapstick. I primi sono solo alcuni dei personaggi celebri e, nel bene come nel male, iconici che appaiono in Herrliche zeiten (1949) di Gūnter Neumann e Erik Ode, mentre la seconda è una delle sequenze più significative e vivaci di Der Große Mandarin (1949) di Karl Heinz Stroux; cioè, i due film più bizzarri e folli presentati nella sezione dedicata al cinema della Trizona. 

“Mariti” di John Cassavetes al Cinema Ritrovato 2019

Cassavetes definisce Mariti una commedia, ma in realtà descrivono meglio il film le parole angoscia ed esasperazione. L’angoscia è quella dei protagonisti, che non riescono a mascherare il rimorso per le scelte compiute, ad accettare che il tempo non torna indietro. Non importa quanto tentino di regredire ad uno stato infantile abbandonandosi a capricci e desideri inconsistenti, la loro vita è chiaramente impostata e davanti a loro c’è solo la morte. È proprio a partire dal decesso di un loro amico che i tre mariti hanno un’epifania, acquisiscono consapevolezza della fine, e cercano di ingannarla pateticamente ricreando quell’atmosfera da camerati che meglio si addice a bambini delle elementari. La lunga “veglia funebre” e il viaggio in Europa sono solo due delle infinite direzioni possibili nel loro percorso senza meta.

Storia e leggenda di Za la Mort

Il nome Za la Mort ha un sapore esotico, possiede quella “francesità” di un’epoca lontana, legata al paesaggio fumoso di una Parigi post-Belle Èpoque, una dimensione alternativa della Ville Lumière, sotterranea, illuminata dalla luce tremolante di una lampada ad olio e accompagnata dalle note di un pianoforte scordato. Le taverne degli apaches (personaggi malavitosi affiancati da una gigolette, la danzatrice di balli degenerati) sono il covo delle loro malefatte e di lotte interne tra bande. Proprio i racconti che popolano la letteratura d’appendice e i film polizieschi di produzione francese fungono da ispirazione per Ghione, che plasma così il personaggio di Za la Mort.

Gabin e Bardot, autenticità disarmanti

Jean Gabin ha incarnato una vastissima gamma di emozioni e sentimenti e Il commissario Maigret ne rappresenta la raggiunta e completa maturità artistica, per un verso. Nell’altro verso c’è un film, contemporaneo a Maigret, piuttosto sfortunato e caduto in disgrazia per un suo voler “osare”, potremmo dire, collocandosi al di là di certi parametri morali, di convenzioni e prassi da adottare nella rappresentazione di personaggi maschili e femminili, da cui lo stesso Gabin, ricordiamolo, fu scandalizzato.  La ragazza del peccato vuole continuare l’opera di denuncia ai valori borghesi iniziata negli anni ’40 e lo fa costellando alcune sequenze di allusioni, guardando alla sensualità dei dettagli e dei corpi. Ma è sulla fisionomia della Bardot che Lara costruisce la sua denuncia: a un certo punto solleva svelta la gonna e propone senza mezzi termini un contratto a Gabin, nel cui gesto, cinico, c’è una specie di candore disarmante. Fresca, sana, placidamente sensuale. Non getta sortilegi, anzi agisce, mettendo sotto scacco un uomo e poi tutta una cultura.