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Un ritratto multiforme, “Evviva Giuseppe”

Un film sulla vita e i tanti talenti di Giuseppe Bertolucci (scomparso nel 2012, regista di cinema, teatro e televisione, scrittore, poeta, presidente della Cineteca di Bologna per più di dieci anni) raccontato attraverso le voci del padre Attilio e delfratello Bernardo, le testimonianze di amici e colleghi come Roberto Benigni (autore di un monologo inedito), Lidia Ravera, Mimmo Rafele, Marco Tullio Giordana, Nanni Moretti, i ricordi di alcune tra le sue attrici predilette: Stefania Sandrelli, Laura Morante e Sonia Bergamasco. 

“Veleno”, film di denuncia e d’amore

Veleno è un film piccolo, quasi a “conduzione familiare” come la masseria del protagonista, Cosimo Cardano, ma allo stesso tempo potente e determinato come sua moglie Rosaria e come solo alcune donne del Sud sanno essere. Scritto e diretto da Diego Olivares, 52enne regista campano specializzato nella scrittura di dialoghi in ‘lingua’ napoletana, e presentato fuori concorso a Venezia, Veleno è girato nella terra dei fuochi e di fuochi la pellicola è costellata sin dall’incipit: un incendio appiccato da camorristi ad una stalla con 100 bufale, i cui muggiti di dolore e spavento ci feriscono le orecchie preannunciando il tema del film.

“L’intendente Sansho”, ossequio e compassione

Limpidissime e pure come sono, le immagini di Mizoguchi plasmano una realtà in cui uomo e arte tendono alla natura, divengono lentamente natura, verificandosi una specie di “transfert”, un’identificazione tra l’io e ciò che è oggetto di osservazione. In L’intendente Sansho queste miti dissolvenze coesistono tra personaggi ormai figli di nessuno, in balia di un destino che li porterà agli antipodi di loro stessi, annegando – letteralmente – il loro dolore in un mondo naturale che sembra essere l’unico, seppure irrazionale appiglio salvifico.

Lo sguardo ipnotico della “Mummia” di Freund

Sfogliando il catalogo dei mostri e dei freak al cinema, in occasione del ritorno in prima visione di Eraserhead restaurato, tocca stavolta all’approfondimento di La mummia, grande classico di Karl Freund (la cui solidità non è stata certo messa in discussione dal recente remake con Tom Cruise). Un film, questo del 1932, in cui gli scarni dialoghi lasciano che siano le espressioni, i primi piani e i movimenti del corpo di ciascun personaggio ad esprimere il terribile destino di morte che, attende tutti coloro che si oppongono alla mummia. 

“Dunkirk”, l’esperienza deve sopravvivere

Dunkirk arriva nelle sale italiane, alcune in pellicola 70 mm, a un anno da The Hateful Eight. Ma soprattutto arriva dopo Interstellar, il film in cui i padri si incontrano nel futuro, quello in cui al grido di “Eureka, è un classico!” Nolan è uscito allo scoperto: lo Spazio come gli oceani di Melville e Conrad, la cattura di un drone come scena di pesca alla Hemingway; fedele allo spirito di quella dichiarazione sincera, Dunkirk ne è la prosecuzione a livello tematico e contemporaneamente sa liberarsi di ogni zavorra, del lavorio di meningi, della verbosità; non si è praticamente mai visto tradurre un budget di 100 milioni in un’essenzialità simile.

“Dove cadono le ombre”, interiorizzazione della Storia

Presentato alle Giornate degli autori di Venezia ‘74, e ora in prima visione, Dove cadono le ombre è il primo lungometraggio di finzione della documentarista di origine brindisina Valentina Pedicini, già nota agli operatori del settore per il documentario Dal profondo (Premio Solinas 2011) che aveva il merito di narrare le vicende di una delle ultime minatrici donne dal suo punto di vista di lavoratrice “sotto terra”.

Melodie industriali: “Eraserhead”, Lynch e il soundscape

Sempre approfittando dell’uscita in prima visione della versione restaurata di Eraserhead, proponiamo questa volta alcuni approfondimenti su suono e musica nel film d’esordio di David Lynch. Il rapporto con il soundscape da parte del regista americano è noto, e si svilupperà sempre più nella sua lunga carriera, giungendo alle scariche elettriche, ale voci invertite, alle canzoni malinconiche di Twin Peaks, quello di ieri e quello di oggi.

Ferreri nostro contemporaneo: su “La donna scimmia”

Non si può rimanere indifferenti davanti alla visione de La donna scimmia di Marco Ferreri, riproposto dalla Cineteca di Bologna tra i restaurati della 74esima edizione del Festival di Venezia. Ma perché un film simile, realizzato ormai più di cinquant’anni fa, mantiene una così grande forza abrasiva? La risposta sta nel truffatore incarnato dalla maschera sorniona di Ugo Tognazzi: riusciamo ancora a meravigliarci e rabbrividire davanti alle gesta di Antonio Focaccia perché riconosciamo in lui un nostro contemporaneo.

Insolenza e fragilità: “Cerny Petr” di Milos Forman

Nella selezione della ventiduesima edizione del Festival di Locarno, spiccavano Jean-Luc Godard, con l’adattamento de Il Disprezzo di Moravia, e Michelangelo Antonioni, reduce dall’ultimo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità.  A scapito dei due contendenti, ad assicurarsi il Pardo d’Oro fu invece Cerny Petr dell’esordiente Milos Forman, una commedia capace di spostare l’attenzione dei cinefili sul nuovo cinema cecoslovacco.

Venezia Classici 2017, il gran finale: “Daïnah la métisse”

Venezia Classici chiude la sua selezione presentando quella che è forse la vera chicca tra i restauri. Le perplessità avanzate da alcuni critici e commentatori sul senso della sezione (la scelta di film ampiamente celebrati, già restaurati o semplicemente proposti in restyling per pur legittimi fini commerciali) dovrebbero decadere di fronte alla riscoperta di Daïnah la métisse, a ragione lasciato per il gran finale perché espressione di ciò che Venezia Classici si prefigge d’essere: la recherche di un piacere in cui la Mostra accompagna il pubblico alla riscoperta del passato in quanto indispensabile apparato del presente (e del futuro).

Venezia Classici 2017: “L’Enigma di Jean Rouch a Torino”

Marco di Castri, Paolo Favaro, Daniele Pianciola hanno diretto e presentato a Venezia in occasione della Mostra del Cinema il documentario L’Enigma di Jean Rouch a Torino – Cronaca di un film raté in cui sono ricostruiti i due anni di lavorazione al film L’Enigma (1987). Jean Rouch (deceduto in un incidente stradale in Nigeria nel 2004) è ricordato, nelle diverse interviste, come un uomo estremamente simpatico, dedito allo studio e amante della cucina. Un uomo che non viene solo raccontato e ricordato, ma che (grazie al materiale filmico dei making-of) torna in vita, nel pieno del suo spirito dionisiaco, davanti allo spettatore.

Venezia Classici 2017: “Il deserto rosso”

Fin dalle sequenze e inquadrature d’esordio, Antonioni sottende un parallelismo tra due vicende, quella della giovane Giuliana e del divenire – che, in realtà, è più un involversi che evolversi – della borghesia italiana settentrionale. L’espressione di Monica Vitti è il volto dell’angoscia di Giuliana, sentimento inteso nei termini di una destabilizzante vertigine nei confronti delle infinite possibilità dell’esistenza: non c’è data una spiegazione rispetto alle ambiguità umorali della donna, se non per la menzione a un incidente che l’avrebbe poi rinchiusa in una clinica.

Venezia Classici 2017: “Novecento”

Enorme riflessione sulla Storia, Novecento è un film torrenziale sotto ogni aspetto, a partire dalla mole del girato. Inizialmente concepito da Bertolucci come un colosso da 310 minuti, la pellicola venne inizialmente ridotta a sole quattro ore per volontà del produttore Alberto Grimaldi, e proiettata con scarso successo negli Stati Uniti. In Italia, il film fu distribuito in due capitoli sinchè, nel 1991, l’autore riuscì a portare nelle sale il montaggio originale.

Venezia Classici 2017: “Incontri ravvicinati del terzo tipo”

La sezione dei classici vuole rendere omaggio al capolavoro di Spielberg a quarant’anni dall’uscita: Incontri ravvicinati del terzo tipo è una storia che potrebbe essere letta come una vera e propria apologia del linguaggio e delle sue componenti pressoché vitali. Ovvero come respirare una ventata d’aria fresca in un microcosmo così chiuso e intimorito dalla paura verso l’Altro come il nostro. È un’estetica totale e senza compromessi quella di Spielberg, che cristallizza il flusso esistenziale in fotogrammi e sequenze di una leggiadria visiva ineguagliata.

Venezia Classici 2017: “Femmina ribelle”

La sezione Venezia Classici, così come questa settantaquattresima edizione della Mostra del cinema, sta volgendo al termine e in coda propone il restauro di Femmina Ribelle (The Revolt of Mamie Stover nella versione originale), film del 1956 diretto da Raoul Walsh. Restauro curato da 20th Century Fox Film nei laboratori CinericAudio Mechanics. Durante la proiezione veneziana si gode appieno della bellezza del Cinemascope e questo restauro digitale restituisce magnificamente i toni caldi e accesi del Technicolor

Venezia Classici 2017: “La donna scimmia”

La nuova versione accoglie i tre finali girati da Ferreri: uno luttuoso, un altro inquietante che completa il precedente e un altro ancora conciliante. In Italia il film uscì con quest’ultima coda, imposta da Carlo Ponti inorridito al cospetto di un epilogo immorale e sconvolgente (il secondo). Eppure, prendendola da un altro verso, si potrebbe dire che dobbiamo a Ponti, produttore tanto bigotto quanto scaltro, questa insolita terna. Quasi che dovremmo ringraziarlo perché ci permette di isolare tre temi che abitano i vari finali rivelando la complessità del cinema di Ferreri (e di Rafael Azcona, suo indispensabile sodale).

Venezia Classici 2017: “L’occhio del maligno”

Nella sua opera demistificatoria, Chabrol aprì le danze già prima di mettersi dietro la macchina da presa, quando sulle pagine dei Cahiers contestava il “cinema di papà” ed incensava i maestri non ancora riconosciuti del cinema d’oltreoceano. Compreso, va da sé, Alfred Hitchcock, nume tutelare del giovane cinefilo fattosi regista, il cui spirito aleggia ne L’occhio del maligno, film pensato a partire da un fatto di cronaca americana che non è il caso di svelare ora per ovvi motivi di suspense.

Venezia Classici 2017: “This Is the War Room” e “The Prince and the Dybbuk”

Il regista emergente Boris Hars-Tschachotin ha presentato il suo documentario This Is the War Room sul famoso scenografo britannico Ken Adam: Agente 007 – Licenza di uccidere, La notte del demonio e soprattutto di Il dottor Stranamore e proprio su quest’ultimo film si focalizza il lavoro. Successivamente è stato presentato The Prince and the Dybbuk di Elwira Niewiera e Piotr Rosolowski un documentario particolare che cerca di ricostruire il mistero sulle origini di Michael Waszynski (in Italia conosciuto come il “principe polacco”). 

Venezia Classici 2017: “Due o tre cose che so di lei”

In Due o tre cose che so di lei sembra quasi che Godard proietti nella protagonista la sua disillusione nei confronti della corsa al benessere economico: non a caso c’è dell’evidente simbolismo in quest’opera, dalla donna che allude alla città, una Parigi brulicante di quei viventi “già morti” al significato sociale del comportamento di Juliette. A prostituirsi sono lei e la città stessa, entrambe per assecondare le esigenze della società capitalistica.

Riti di passaggio: “A Ciambra”

Dopo il successo di critica del suo lungo d’esordio, Mediterranea, Jonas Carpignano rimane fedele ai suoi personaggi, ai suoi ambienti, alla sua precisa e personale idea di cinema. Un cinema della macchina a mano, della fotografia sporca, del pedinamento e dell’aderenza al reale, da raccontare con lo sguardo lucido e disincantato di chi non vuole giudicare, ma portare alla luce una porzione di mondo dimenticata. E si dà il caso che questa porzione di mondo sia la “Ciambra”, il campo rom nei dintorni di Gioia Tauro dove il giovane regista italoamericano si trasferisce e si apposta, in attesa di catturare un microcosmo con i suoi abitanti e le sue leggi.

Venezia Classici 2017: “L’utopie des images…”

Emmanuel Hamon, con L’utopie des images de la révolution russe ha voluto riprodurre e rivitalizzare il fervore culturale di un decennio di utopie, splendore e perfetta armonia di intelletto e forza lavoro; con un modus operandi, tuttavia, in netta antitesi con ciò che si è soliti classificare all’interno del genere suddetto. Interessante è il duplice uso, che poi diviene anche straordinariamente speculare, della componente della finzione all’interno della storia da un punto di vista formale e contenutistico; il regista risulta tanto antidogmatico quanto gli stessi protagonisti a cui consacra la sua storia, i giovani cineasti sovietici del decennio 1917-1930.