whatshot In evidenza: Gli uccelli Van Gogh Antonio Pietrangeli

Spike Lee e la new black wave

L’odierna produzione americana vede una sempre più fiorente circolazione di opere inerenti il difficile rapporto tra bianchi e neri su territorio nazionale. Ma se un tempo il punto di vista era quasi esclusivamente quello maggioritario (eccezion fatta per pochi autori che sono riusciti a raggiungere un pubblico crescente e eterogeneo, pur se con risultati altalenanti e comunque non duraturi), oggi nomi quali Lee Daniels, Dee Rees, Barry Jenkins, Ava DuVernay e Jordan Peele sono solo i più noti della new black wave, un ampio gruppo di registi neri riconosciuti e premiati a livello internazionale. Autori che partecipano a festival e riempono le sale con film finalmente sdoganati dal circuito elitario; sono eredi più o meno diretti dell’opera di Spike Lee apripista di una nuova coscienza artistica, etica e al contempo innovatrice nei contenuti quanto nello stile.

“Colomba fra le due guerre”. Su Picasso, Clouzot, Bazin, Emmer

“Cosa afferma? Che domanda? È il mistero del pittore che, credo, non sarà mai rivelato. Perché tutte le grandi tele mantengono il loro segreto e colui che sulla tela volesse saperne di più di quel che il pittore ha voluto dire sarebbe un criminale buzzurro. Questa tela, Pablo Picasso, è semplice come il vuoto e ci sono ricordi, i suoi e interrogativi”. Nel febbraio del ’46, all’ospedale psichiatrico di Rodez, Antonin Artaud scriveva queste parole in una lettera che Picasso non ricevette mai. La riflessione di Artaud si sposa perfettamente con il discorso di André Bazin su Le Mystère Picasso (1956), pellicola attraverso la quale Henri-Georges Clouzot vuole spiegare il mistero picassiano mostrando la genesi della creazione artistica, ma in realtà, osserva Bazin, “non spiega niente”. 

Riabilitare Amy: che cos’è un documentario biografico?

Perché vedere il documentario di una star morta? Se le attese spettatoriali devono ritenersi soddisfatte dal gossip rivelato da un biopic – che riporta aspetti inediti della vita artistica e psicologica del personaggio che racconta – l’analisi formale del critico cinematografico deve osservarne la struttura cercando di prendere le distanze dalla logica emotiva del fan.  Paradossalmente, il filone del biopic musicale che mette a tema la vita dissoluta di una star sembra non volere (o non potere) sminuire il personaggio con informazioni su comportamenti dissoluti, ma anzi rafforzare l’aura mitica dell’artista geniale e maledetto quasi come uno specifico del genere. Insomma, ciò che non ha fatto Amy in vita lo fa lo spettatore all’uscita dal cinema: la rievocazione del mito attraverso i discorsi sul film, non è probabilmente anch’essa una forma di riabilitazione?

Cento anni di Antonio Pietrangeli

Il suo è un cinema di frontiera che sfugge alle semplificazioni, tra il tramonto del neorealismo e il forzato incasellamento nella commedia all’italiana, con personaggi che sono essi stessi racconti, capaci di testimoniare una realtà che prende vita nel suo divenire. E al contempo edificato su sceneggiature di ferro, esplorando luoghi insoliti dove misurare il disagio interiore all’altezza del miracolo economico (e se si resta nel centro storico non si può che parlare con i fantasmi…). Non ci sono né eroi né antieroi, la comprensione umana per le azioni non sfocia mai nell’indulgenza, il compiacimento non è nemmeno sfiorato. Sulla tesi secondo cui Pietrangeli sia stato il regista delle donne c’è poco da dire: è vera.

“La douleur” e il limbo dell’assenza

“D’ora in poi scriverò tutto. Saprai tutto quando tornerai”. In un flusso di coscienza dettato dalla voce fuori campo nel corso di tutto il film, Marguerite riporta la sua intima sofferenza sulla carta, metodo curativo per lenire la disperazione. Perché è bene sapere come il dolore della donna sia estremamente vero: i diari che scrive di getto furono realmente redatti da Marguerite Duras durante il periodo di prigionia del marito. Diari dimenticati e ritrovati dalla stessa autrice, poi raccolti in un unico libro dal titolo, appunto, La douleur (1985). Non sorprende, quindi, che Emmanuel Finkiel (già regista di Voyages, vincitore del César per la migliore opera prima nel 2000) abbia scelto di trasporre l’opera della Duras dividendola in due blocchi, quasi a voler distinguere due tipologie di dolore.

La versione di Spike Lee

La cinematografia statunitense assume un ruolo rilevante nella creazione dell’immagine del nero, non solo nella produzione indipendente afroamericana ma anche e soprattutto in quello bianco hollywoodiano, dove è ancora più evidente il lento e faticoso processo di distacco dagli stereotipi attribuiti alla minoranza secoli prima, poi modificatisi seguendo l’evoluzione dei contesti socioculturali nel corso del Novecento. È negli anni Ottanta che si assiste alla riaffermazione, tra gli intellettuali afroamericani, di un “orgoglio nero” e si attesta la necessità di un urgente dialogo tra le parti in causa. In tale prospettiva si indirizzano i giovani registi del New Black Cinema, di tendenza prevalentemente indipendente, tra cui emerge Spike Lee, l’unico capace di raggiungere il grande pubblico americano ed europeo con film “neri”, dove la realtà contemporanea della sua comunità è raccontata in maniera esplicita, dignitosa ed energica, rispettosa, spesso critica.

“Gli uccelli” e l’interpretazione queer

Perché dopo 56 anni e mille diverse interpretazioni date alla trama del film, ciò che il genio di Hitchcock aveva previsto perfettamente continua a verificarsi ad ogni visione, lo spettatore resta incollato allo schermo, incredulo e intrappolato dentro allo svolgimento dell’azione, tentando di individuare un indizio che possa decifrare l’altrimenti inspiegabile e apparentemente gratuita rivolta dei volatili. Per questo si sono susseguite nel tempo le interpretazioni più variegate del film da quella cosmologica a quella ecologica, suggerita dal video promozionale girato dal regista in cui si alludeva ad una possibile vendetta degli uccelli per i mille torti subiti dagli uomini, passando per quella religiosa (la punizione divina) fino ad un’altra storico-politica (l’allusione al rischio atomico) o a quelle di matrice psicologica e psicanalitica, secondo cui gli uccelli rifletterebbero le tensioni fra i personaggi e la loro invasione rappresenterebbe l’esplosione  di desideri sessuali repressi.

Le molte facce di Bob Dylan

Quello di Todd Haynes è un cinema che ama decostruire generi preesistenti ormai consolidati nelle loro strutture canoniche, ricostruendoli in forme nuove e personali pur se rispettose della tradizione. Così è stato ad esempio per il remake di Secondo amore di Douglas Sirk (Lontano dal Paradiso, 2002) o l’adattamento nel 2011 di Mildred Pierce di James M. Cain già portato sullo schermo da Michael Curtiz nel 1945. Lo stesso metodo è applicato a Io non sono qui (2007), ispirato “alle canzoni e alle molte vite di Bob Dylan”. A cavallo tra il mockumentary e il film narrativo, il regista si scosta dal genere biografico, seguendo invece una linea decisamente più originale, suddividendo il racconto in sette periodi cruciali della carriera del cantautore americano. 

“Gli Uccelli” e le fotografie di Philippe Halsman tra arte e promozione

Una parte consistente della campagna pubblicitaria del film è costituita dalle foto di Philippe Halsman, collaboratore abituale del surrealista Salvador Dalì e che avrebbe anche documentato gli incontri tra Truffaut e Hitchcock per il volume del critico e regista francese Il cinema secondo Hitchcock (1966). Inoltre, Hitchcock lavorò attivamente sulla prima stesura della sceneggiatura di Evan Hunter chiedendo esplicitamente sostanziali modifiche al finale della prima versione in modo da renderlo più aperto, arrivando a cancellare la convenzionale scritta “THE END”, senza offrire un’effettiva risoluzione dei rapporti tra i personaggi o una plausibile spiegazione del comportamento degli uccelli. Queste erano caratteristiche riconducibili al cinema d’autore europeo che potevano costituire un’attrattiva per un nuovo tipo di pubblico ma che spiazzarono decisamente i fan abituali del regista.

Nicolas Roeg e il buio dell’inconscio

Per ricordare a dovere Nicolas Roeg, da poco scomparso, proponiamo un’analisi di A Venezia… un dicembre rosso shocking. Oggetto alieno e sfuggente nel panorama horror degli anni Settanta, il film è il manifesto visionario di Nicolas Roeg e sintetizza un percorso sperimentale che il regista aveva iniziato già nel 1970 con Sadismo, dopo aver svelato i segreti del montaggio disgregante e aver incrociato, in qualità di primo operatore di macchina, il gotico di Roger Corman in La Maschera della morte rossa. Tratto dal racconto di Daphne du Maurier Non voltarti e sceneggiato da Allan Scott e Chris Bryant, A Venezia… un dicembre rosso shocking rompe le convenzioni sull’occulto tipici dei film di quegli anni, indagando le pieghe dell’inconscio dei due protagonisti in una Venezia rarefatta e spettrale, le cui calli sono buie arterie dell’anima e i cui anfratti oscuri pullulano di visioni ottenebranti “Beyond the fragile geometry of space”.

“Vice”, l’esca ce la siamo divorata tutti

Vice fa così: ti prende a schiaffi con il sorriso, lasciandoti un fastidio alle gote impossibile da ignorare. Il film non inizia e non finisce davvero, perché in quella realtà ci siamo ancora dentro. Ecco allora che tutto diventa un patchwork pop, patinato e roboante, mentre fuori c’è la morte. McKay sintetizza la formula per il biopic perfetto, per il suo biopic, tornando addirittura a Lucrezio: mescolando l’utile al dolce, sia per lo spettatore abituato a Michael Moore che riconosce Condoleezza Rice o Colin Powell, sia per chi a Fahrenheit preferisce il Fernet. Non ci viene lasciato scampo, giustamente. Vice apre l’ennesimo squarcio nella politica americana, tirandoci attraverso la tela per inorridire di fronte al ghigno che si nasconde in piena vista. Perché a Christian Bale basta solo quello per consegnarci il suo Dick Cheney: un sorriso che si taglia come una crepa nel granito. 

“Gli uccelli” e la critica. Spunti e analisi

Come sempre accade, i più grandi film della storia del cinema generano molteplici letture. Ecco un’antologia di analisi illustri dai grandi della critica e della ricerca internazionale. Come dice Jean Douchet, del resto, “se si hanno occhi per vedere, orecchie per ascoltare e un cuore per sentire, Gli uccelli è un film magnifico. Di una bellezza ammaliante, che ci trascina lentamente, dolcemente, ma irresistibilmente, dalla dimensione del quotidiano verso i territori lontani del fantastico. È un film musicale. Inizia con un andante piacevole, grazioso, seducente, che con una minima modulazione diventa poco a poco grave, strano, angosciante. Poi improvvisamente esplode un allegro vivace, vorace, rapace, che a sua volta si appesantisce, assumendo risonanze terrificanti. Infine, si conclude con una corona tra le più minacciose che si possano immaginare”.

“Il gioco delle coppie”, la cinefilia ci salverà

“La finzione – ha dichiarato il regista – nasce sempre dall’esperienza, si inventa pochissimo, si trasportano piuttosto in termini artistici cose vissute o immaginate: c’è una connessione molto forte fra la nostra intimità e il modo in cui creiamo”. E questa considerazione ci porta direttamente alla riflessione sul rapporto della parola, della narrazione con i social network e con la rete, a partire dal racconto che facciamo di noi stessi e della realtà che ci circonda fino ad arrivare al concetto di post verità. Eppure il film è dedicato ai lettori e a chi ama il cinema, ed è puntellato di citazioni cinefile, da Luci d’inverno di Bergman, all’immancabile Gattopardo di Visconti fino al Nastro bianco di Haneke. Insomma la cinefilia (ritrovata) forse ci salverà.

 

“Ovunque proteggimi” e il cinema popolare d’autore

Ovunque proteggimi è un film sui perdenti, sui rinnegati, sugli inetti a vivere secondo regole prestabilite da altri, che per un attimo, apre uno squarcio di luce fra le tenebre dei volti dei suoi protagonisti con un piccolo grande gesto di ribellione. Un gesto umano ed amorevole, che, chissà perchè, ci fa tornare in mente le parole del sindaco Lucano davanti al suo caso di “ingiustizia”. Del resto così come Mimmo Lucano aveva fabbricato da sè la sua soluzione al problema immigrazione, anche il film di Angius è un film che sa tanto di autore, per il fatto di esser un film “nato in casa”, con attori che fanno parte della sua stessa famiglia (la compagna, il migliore amico, il figlio) e che non a caso recitano con il loro nome di battesimo, come a testimoniare lo stretto rapporto di simbiosi fra maschera e personaggio, una interpretazione così autentica da far sembrare quasi del tutto assente la (ottima) sceneggiatura.

“Suspiria” – perché sì

Laddove Argento riusciva ad animare le proprie efferate scene di furia omicida investendole di una carica quasi sessuale, Guadagnino punta all’evocazione di una violenta aura funerea partendo dall’armonia coreografica di macabre sequenze danzate. Ma il principale tributo risiede, tuttavia, nella volontà di aggredire lo spettatore, giocando con le sue aspettative e stravolgendole con virate narrative inattese, attraverso un epilogo squilibrato e dirompente. Una cifra canonica del cinema di Arganto, il quale, nonostante l’inopportuno paragone con Hitchcock conferitogli all’epoca degli esordi, si è spesso distaccato dai convenzionali metodi di costruzione delle suspense in virtù di percorsi più tortuosi, imprevedibili e drastici. Con la medesima baldanza, Guadagnino mira alla preparazione del proprio gioco di prestigio confondendo e depistando gli sguardi al fine di garantire un’eco più roboante al lacerante affondo finale.

“Suspiria” – perché no

Il rosso vivido che schizza sulle pareti, i corpi nudi che si contorcono e la magia rimangono congelati come in una Polaroid. La ferocia di Quentin Tarantino non si addice a Guadagnino perché non ne mostra la visceralità intrinseca, bensì si limita ad esporre le viscere. Gli effetti speciali e la colonna sonora di Thom Yorke non aiutano a sorreggere il film. Così come né l’androgina bellezza dell’attrice feticcio Tilda Swinton (madre e amatrice solinga), né le bellezze di un cast che attinge, anche nello stile, da Fassbinder, non sono riusciti a liberare Guadagnino dalle catene della sua mente. Il regista quindi non riesce a far sua Suspiria, si attornia di madri-padrone costruendo un’immensa tela, apparentemente bellissima, senza poi riuscire a districarsene, forse anche a causa della sceneggiatura di David Kajganich.

Il cinema spurio di “Vice”

McKay compone un collage eterogeneo, sfrutta un montaggio spiazzante e jazzistico che lavora su analogie e parodie, accosta i pixel alla grana della pellicola, procede per anacoluti narrativi e false partenze (la voice over svelata a singhiozzo, i titoli di coda a metà film, le didascalie celebrative in funzione anti-spettacolare). Guarda, tra i tanti, a Michael Moore, Errol Morris e House of Cards: del primo conserva la foga anti-establishment, del secondo la lucidità della riflessione su immagine e politica, del terzo i monologhi in macchina e il gusto per un intreccio sotterraneo complesso e appetitoso. Piega a suo favore il trasformismo fisico e vocale di Christian Bale, Steve Carell e Amy Adams, e condisce il tutto di un’umorismo demenziale eppure sofisticatissimo, basato sullo scollamento tra registri linguistici e visivi. Il risultato è un cinema spurio, ibrido, che procede con andatura sincopata in un patchwork

“Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità” ovvero come dipingere la luce del sole

L’interpretazione di Dafoe è magistrale in ogni scena del film ed è grazie al suo talento che viene candidato al Golden Globe come migliore attore in un film drammatico. Dafoe è un attore caratterizzato da un viso spigoloso e duro, ma riesce a esprimere innocenza e stupore con il solo sguardo, regalandoci un’immagine di Van Gogh fragile ed estremamente sensibile. Un’immagine di un artista alla ricerca della luce del sole e dell’eternità, con lo scopo di “trasmettere alle persone la sensazione di sentirsi vive”. Sensazione che tutt’oggi possiamo provare guardando le pennellate decise e cariche di pittura dei suoi quadri. E semplicemente contemplando Notte stellata o I Girasoli riusciamo a comprendere come Van Gogh, grazie alla sua arte, abbia varcato la soglia dell’eternità.

“Capri-Revolution” tra realismo e idealismo

Capri-Revolution è un film coinvolgente che, con delicatezza, porta a chiedersi dove sia la linea di confine tra realismo e idealismo. Se la realtà sia ciò che si vede, o ciò che si sente. E se siamo ancora in grado di ascoltarci. “Gli uomini non sono al mondo con la vocazione di migliorarsi. Ma di diventare sé stessi”. Questa è la concezione di amore che traspare dal film: l’essere in grado di accogliere l’altro e sé stessi in tutto il proprio essere. Una libertà che da sempre è il desiderio più profondo della protagonista. Una donna che è uno spirito libero. Che non si ferma, ma volge sempre lo sguardo all’orizzonte. Una figura di forza e indipendenza in cui noi tutti, forse, vorremmo rispecchiarci. E se Capri- Revolution è riuscito a raccontarci l’essenza vera della libertà, riuscire a raggiungerla resta un’arte che solo noi siamo in grado di creare. D’altronde, basta trovare la giusta ispirazione.

“Gli uccelli” e la nuova immagine di Hitchcock

Alfred Hitchcock disse presentando il suo film: “Gli Uccelli potrebbe essere il film più terrificante che abbia mai realizzato”. La campagna pubblicitaria coincise quindi con la promozione di una nuova immagine del regista che voleva conquistare spettatori e critici più colti e sofisticati, fino ad allora relativamente indifferenti ai suoi film. Per questo cambiamento di reputazione culturale, Hitchcock cercò attivamente e con successo il sostegno di importanti istituzioni e critici culturali del tempo. L’uscita del film fu accompagnata da un’importante retrospettiva del MOMA dedicata al regista, Gli Uccelli aprì fuori concorso il Festival di Cannes del 1963 e il capitolo dedicato al film de Il cinema secondo Hitchcock (1967) di Truffaut fu pubblicato anticipatamente sui Cahiers du cinéma per l’uscita francese. 

 

 

Ode e requiem alla madre. La musica in “Suspiria”

Lavoro strabordante e stratificato, il Suspiria di Guadagnino guarda quello argentiano in superficie, ne coglie le coordinate narrative e ne stravolge lo spirito in un denso impasto in chiave femminile e femminista. Se il “maschile” appariva negato nel capolavoro del 1977, nel (non) remake è attraversato dalla crudele pietas della donna per un mondo morente e per un universo maschile ostracizzato nell’anima, piuttosto che respinto dalla scena. Mai come in questo caso si è lontani dall’anarchica rappresentazione del sabba, le streghe si collocano al di là del bene e del male, in una dimensione che unisce l’orgoglio e la vanità, la potenza ferina e la caparbia volontà di intrecciare il sodalizio in un corpo unico, come quello rappresentato nella danza Volk.