whatshot In evidenza: Jean Vigo

“Tre manifesti a Ebbing”, spiazzante e sibillino

Non possiamo che tornare su Tre manifesti a Ebbing, Missouri: una tragicommedia con finale on the road, un revenge movie al femminile, un western atipico popolato da un bestiario grottesco di nani dal cuore d’oro, pet therapist svampite, sbirri razzisti ancora più svampiti e una madre coraggio ruvida e scorretta, decisa a far luce sulla tragica fine della figlia, raped while dying, a qualsiasi costo. Ma è soprattutto un film indubbiamente riuscito, ben scritto-ben recitato-ben girato, concepito ad hoc per accontentare tutti i pubblici.

Epico, lirico, ironico, cinico: “Tre manifesti a Ebbing, Missouri”

Il regista ci fa notare come i tre grandi manifesti del titolo vengano affissi su una strada secondaria del paese percorsa – dice il pubblicitario che vende gli spazi – solo da chi si è perso o si è ubriacato e i cui supporti non vengono usati da anni. “Se non ci si può fidare di avvocati e pubblicitari – risponde Mildred – cosa rimane dell’America?”. Infatti la giusta causa e la narrazione funzionano, quei tre manifesti alla fine vengono visti da tutti. Parlano a tutto il paesino e anche a noi spettatori.

Proteggere il più debole, “Zero in condotta” di Jean Vigo

Il nostro mese-Vigo continua con un’antologia di estratti critici riguardanti Zero in condotta, che rivisto oggi non fa che aumentare – invece che sedimentare – la carica di anarchia che possiede. A tutti i livelli. Con un pizzico di nostalgia, di quella profonda pena e tenerezza che ci fanno i bambini protagonisti. Vigo scriveva, in procinto di rivederlo ma destinato a morte prematura: “Ed allora, mi sento stretto dall’angoscia. State per vedere Zero in condotta, io sto per rivederlo con voi. L’ho visto crescere. Come mi sembrava gracile! Neppure convalescente, come un mio stesso figlio, non è più la mia infanzia. È invano che spalanco gli occhi. Il mio ricordo si ritrova male in lui. È dunque già così lontano?”.

Galleria senza fine, la Bologna fotografata (ancora)

La mostra Bologna Fotografata è stata prorogata fino al 5 febbraio, un’ultima occasione, per chi non avesse ancora visitato le sale del sottopasso di Piazza Re Enzo, in cui poter scoprire, o riscoprire, la storia di questa città. Quel che resta della Bologna che fu, ciò che è sopravvissuto ai tre secoli di sguardi divenendo un simbolo tangibile della città, ancor più delle Due Torri (quasi due superstiti), sono i portici, quel “salotto lungo la strada”, che Renzo Renzi celebra indagandone le origini e l’evoluzione nel suo Guida per camminare all’ombra (1954), una “pesante galleria senza fine” che sfocia nelle piazze ritrovando “il necessario respiro verso il cielo, la rivolta aperta all’eccesso di intimità”.

A occhi chiusi in una notte di vento: “L’Atalante” di Jean Vigo

Cominciamo a occuparci del grande mese-Vigo proposto dalla Cineteca di Bologna in tutta Italia con alcuni approfondimenti critici e documentali. Le parole di Truffaut, Ghezzi, Gomes e Grande illuminano da par loro il capolavoro L’Atalante anche se a precederle ci piace mettere il fulminante commento di John Grierson:“È uno stile palpitante. Alla base c’è un senso del realismo documentario che rende la chiatta una vera chiatta, così precisa nella sua topografia, che vi ci potremmo orientare a occhi chiusi in una notte di vento. E questo è importante sia per una chiatta fluviale sia per un battello, ed è quanto i film sul mare non hanno mai capito” (autunno 1934).

Il bambino e l’ipocondriaco, il Woody Allen di “La ruota delle meraviglie”

Vocabolario di Woody Allen: il jazz e il vaudeville, la pura meraviglia del cinema, i primi amori, le locandine ingiallite, la madreperla dei lungomare. Il bambino che fu prende di prepotenza il sopravvento sul New Yorker ipocondriaco e sogna nella sala buia. Film fra i suoi più magici e sentiti, sfociano puntualmente nei risvegli più dolorosi. È così per pietre miliari come Radio Days e La rosa purpurea del Cairo. È così (nei due secondi di un occhiolino allo spettatore) per il sottovalutato La Maledizione dello scorpione di giada. È così anche per La ruota delle meraviglie.

Quel che siamo e quel che saremo nel 2018

Apriamo il nuovo anno senza troppi bilanci. Non li amiamo, e pensiamo di aver comunicato a sufficienza le novità della nostra testata nel 2017, prima fra tutte la nuova grafica – e il nuovo sistema di archiviazione. Nel 2018 rafforzeremo i nostri punti di forza, quello cioè di essere un giornale online che è sostenuto da una Fondazione (la Cineteca di Bologna) a statuto privato ma a vocazione pubblica. E quello di avere un editore, però, che non ci ha chiesto di fare pubblicità alle sue iniziative ma di sviluppare a largo raggio un discorso critico e cinefilo, oltre che di scoprire e valorizzare nuove firme e nuovi collaboratori.

Il puro abbandono sentimentale di “La La Land”

Per concludere l’anno, torniamo a parlare di La La Land, uno dei film più amati dalla redazione, uno di quelli che hanno sublimato la storia del musical (di cui ci siamo tanto occupati, per varie ragioni, nel 2017), una delle opere che più mette in gioco la cinefilia e il cinema come sogno desiderante. Soltanto sospendendo per un attimo la realtà si comprende tutto il potere evocativo di La La Land, dove anche grazie alla colonna sonora di Justin Hurwitz si respira un’aria di assoluto abbandono sentimentale tra il rimpianto di ciò che è stato e non sarà più.

Rock Around the Cross: “Jesus Christ Superstar”

Nella rilettura su grande schermo di Jesus Christ Superstar, monumentale rock-opera scritta da Andrew Webber e Tim Rice, si scorge in superficie la potenza evocativa e il movimento dionisiaco, a tratti urlato e parossistico, della “musica del diavolo”. Sono trascorsi ormai cento anni dal celebre patto sancito dal “fingerpicking man” con Satana in persona, ma le folte schiere di bluesman e rocker che seguirono l’esempio di Robert Johnson non fecero che alimentare la mitologia pagana dell’accordo siglato col maligno.

Il sole che gravita intorno a “Wonder”

Ode alla gentilezza, Wonder è il suo protagonista. Un bambino che, per il suo volto, non può conoscere i vantaggi di fare tappezzeria, come recitava il titolo originale della precedente regia di Stephen Chobsky. Come in quel film (da noi si chiamava Noi siamo infinito), il racconto di formazione si misura con il trauma del non essere considerati, in una particolare sintesi di distacco, adesione, umorismo e sofferenza. A dispetto della struttura che scandisce la narrazione secondo quattro punti di vista (Auggie, la sorella Via, l’amichetto Jack Will, l’amica Miranda), tutto è in funzione del protagonista, un sole attorno a cui gli altri gravitano come pianeti consapevoli della sua meraviglia.

“La febbre del sabato sera” e l’immaginario italiano

Impreparata ai contraccolpi del fenomeno, l’estrema sinistra interpretò il rito edonista del ballo come “un fenomeno regressivo” che determinava il “ritorno al privato” (nello stesso anno sarebbe uscito Porci con le ali…). Ma se La febbre riuscì ad installarsi nell’immaginario italiano fu anche per la capacità di raccontare comportamenti di massa tipici dei periodi di crisi. Ma, nel bene e nel male, in piena notte della repubblica, la prospettiva italiana delegò ad un proletario italoamericano il desiderio di chiudere con gli anni di piombo, eleggendo il ballerino a pioniere dell’evasione e profeta del riflusso, sulle note di un’indimenticabile colonna sonora.

John Belushi, ritratto di corpo ingombrante

Tocca a un altro Saturday Night (Live) ad attirare l’attenzione, divenendo il collegamento ideale tra il corpo atletico e danzante di John Travolta e la parodia che ne fa John Belushi, samurai ballerino, altrettanto agile e scattante, che brandendo la catana si esibisce in una memorabile performance, un’ironica e travolgente Samurai Night Fever. La figura di John Belushi è riassunta perfettamente in questo sketch televisivo preannunciando la forza della comicità demenziale dei personaggi che solo in un secondo momento porterà sul grande schermo, ruoli che trovano le proprie origini in un percorso che alterna spettacoli teatrali, programmi radiofonici e televisivi. 

La favola esopica del Gruffalo

La storia di base contiene una critica feroce della recondita paura del diverso. E la morale di cui si fa portavoce ci insegna che non sempre ciò che appare come più “mostruoso”, lo sia poi realmente (basta soffermarsi sulla dolcezza con cui il Gruffalò si relaziona alla sua piccolina nel secondo episodio dei due). Ed è valido anche il viceversa, ossia l’apparentemente indifeso e piccolo topolino risulta infine non solo il più furbo, ma in qualche modo anche il più “spietato” della storia, approfittando della paura altrui per mettersi al sicuro. Così Il Gruffalò è un racconto che funziona, e allo stesso modo funziona la sua trasposizione cinematografica, sia grazie alla bellezza dei disegni che devono molto alle illustrazioni originarie di Axel Scheffler.

Re Artù e gli zombie: l’infinita querelle tra cinema e videogioco

Non ci troviamo dinnanzi a meri riferimenti che passano da un medium all’altro, bensì abbiamo a che fare con processi di contaminazione che allineano in prospettiva il cinema e il videogioco, interdefinendone le immagini quanto i racconti, interdefinendone le esperienze. Le specificità di queste contaminazioni sono evidenti: da una parte il cinema non può che far vivere un immaginario videoludico dal punto di vista iconografico, spaziale o narrativo (la frammentazione post-moderna, al di là dell’eco estetica); dall’altra il videogioco non può che riferirsi all’immaginalità cinematografica per fare il suo ingresso in un tessuto riconoscibile e familiare.

Le buone intenzioni di Doc Under 30

Si è conclusa da poco l’undicesima edizione dei Doc Under 30, festival per autori emergenti nel panorama del documentario. Nonostante fosse un’edizione colma di prodotti eterogenei tra loro, oltre che per le tematiche anche per le diverse durate e produzioni, tre delle cinque giurie sono state decise nell’assegnare i loro rispettivi premi a The Good Intentions di Beatrice Segolini e Maximillian Schlehuber. Film che ha così ottenuto il premio di Kinodromo, quello di Doc/it – Associazione Documentaristi Italiani e il premio della giuria DocUnder30. Un documentario in cui la regista, nel ruolo di simil infiltrata, ha messo a nudo la propria complessa situazione familiare, per riuscire a dimostrare che ha il diritto di chiedere spiegazioni riguardo le violenze subite da parte del padre.

“La febbre del sabato sera” come generatore di miti

Probabilmente La febbre del sabato sera è uno di quei film su cui è stato scritto tutto e il contrario di tutto, dunque è davvero difficile affermare qualcosa di nuovo. Per questo abbiamo deciso di focalizzarci sulla sua fortissima valenza di generatore di miti. Dato che le icone immortali create dal film nel 1977 furono almeno tre: Tony Manero/John Travolta, i nuovi Bee Gees (svecchiata la loro musica dalla cifra più pop e rinnovata grazie all’uso della disco dance) e il saturday night di una classe operaia, (non più operaia), italo americana in cerca di riscatto.

Le apocalissi interiori di “Happy End”

Impietoso, distaccato e raggelante: da sempre lo sguardo di Michael Haneke si dispiega tra questi poli semanticamente interscambiabili, in una limpidezza e asciuttezza formali che depredano l’immagine di ogni sua componente fittizia: per cui il cinema non è più mimesi artificiosa, ma è esso stesso realtà. Disarmante realtà. Se in Amour quegli ultimi, strazianti e poi soffocati aneliti di vita sono stati il violentissimo epilogo di un dramma scandito dal ritmo flemmatico dei dialoghi o dall’uso così eloquente del campo-controcampo, l’operazione di Happy End risulta leggermente diversa.

In the Name of Soul: “Blues Brothers”

Pare una sfida titanica scrivere oggi di The Blues Brothers, ultimo grande musical contemporaneo, espressione di quella libertà tardo-adolescenziale del cinema americano tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, che recuperava la valenza ludica del linguaggio classico in una forma di grande gioco per adulti, primo sentore delle nascenti tendenze postmoderne. La scenografia urbana di Chicago, città natia del blues elettrico, si fece culla della contaminazioni culturali del Paese che, andando oltre le questioni politiche e sociali interne, diventano manifestazione viva del melting pot americano.

Intervista a Susanna Nicchiarelli

In vista di un primo bilancio di questo 2017 davvero sorprendente per il cinema d’autore italiano, abbiamo incontrato Susanna Nicchiarelli per un incontro più a freddo, dopo il grande successo veneziano di Nico, 1988 e la successiva distribuzione in sala. Sono molti i temi raccontati dall’autrice, dalle scelte narrative a quelle musicali, fino alla fascinazione per l’iconografia socialista.

“Les Parapluies de Cherbourg”, felice ma straziante

Les parapluies de Cherbourg segna l’affermazione dell’eterea Deneuve, non frigida come in Repulsion né tanto ambigua o equivocamente sensuale nel caso di Buñuel: Demy crea un ritratto muliebre in apparenza ingenuo, ma dai toni fortemente cupi e drammatici, soffermandosi sulle disarmanti casualità esistenziali, sul tempo e quanto ogni forma d’affetto o amore umani ne dipendano. Da un punto di vista formale, si nota l’uso dei colori pastello accesi e dicotomici, nella scenografia e fotografia a cui anche Chazelle ha guardato moltissimo, considerando gli abiti di Mia e Genevieve o le tonalità delle mura domestiche.

Il crepuscolo del musical. Ritorno a Gene Kelly

Non lasciamoci illudere dal pur splendido exploit di La La Land: il musical hollywoodiano, come l’abbiamo amato noi spettatori consapevoli del grande avvenire alle nostre spalle, non esiste più. Una tesi che proprio questo film tende a confermare: basterebbe rilevare la presenza di attori che reinterpretano il canto e il ballo senza essere cantanti e ballerini a dirci quanto sia una vera trenodia al genere. Se accantoniamo per un attimo Fred Astaire, che trovò in Spettacolo di varietà (Vincente Minnelli, 1953) uno struggente autoritratto, ci accorgiamo che Gene Kelly è forse colui che meglio ha saputo incarnare il senso di una fine. Non c’è solo Brigadoon (Minnelli, 1954) ad offrirci l’orizzonte di una visione dove l’altrove ha i contorni onirici di un incubo accogliente.