Dichiarazione d’amore al cinema. “Effetto notte” rivisto oggi

Effetto notte è un’opera di estrema vitalità, e probabilmente Truffaut realizzerebbe questo film anche oggi, in un cinema pervaso dalle tecnologie digitali e immerso in un mercato globalizzato. Questo perché il film è una dichiarazione d’amore per la settima arte oltre ogni ostacolo e narra di una passione che non si arresta mai, neanche mentre si dorme. Sarebbe una magia vedere lo stesso trasporto e sincerità con cui il regista ci ha immerso nel cinema del suo tempo in un film che parli dell’industria di oggi.

Corpo contundente, anima infiammabile. Un ricordo di Mariangela Melato

Mariangela Melato è stata un’interprete spiazzante e spericolata: dea d’una vulnerabilità ancestrale e al contempo maschera della modernità, corpo contestatario e spirito che affonda le radici nella tragedia greca, affabulatrice indefessa e trasformista. Milanese di ringhiera con tutto ciò che ne consegue nel modulare un pratico disincanto all’altezza dell’incanto surreale, danzatrice per studio e poi passione riemergente con tutto ciò che ne consegue nell’attitudine a dare tridimensionalità coreografica ai personaggi, teatrante di scuola ronconiana con tutto ciò che ne consegue nella reinvenzione di un vocabolario che si incarna nella voce e nell’atto che si fa parola, Melato ha rivoluzionato il cinema italiano dando vita a un tipo di donna che, sic et simpliciter, prima di lei non esisteva.

“Mondocane” alla portata del genere contemporaneo

Un film molto serio con il genere, che mantiene un livello molto alto di coerenza rispetto a quello cui il post-apocalittico americano ci ha abituati perlomeno sul piano visuale: dai palazzoni abitati ormai soltanto dalle rampicanti alle ciminiere dell’acciaieria, dalla polvere delle strade che zufola nell’aria al sole stanco che stagna lungo la costa, dalle motociclette ai corpi sudati e sporchi dei personaggi. In un testo così giustamente saturo di visivo, così serio con la rappresentazione del degrado post-atomico e così preciso nei riferimenti narrativi, Celli riesce anche a scommettere sul non detto, su quelle intuizioni puramente estetiche che non hanno epilogo o sviluppi ma che si portano appresso un intero mondo di sottintesi.

Narrazioni ibride. “Sedimentos” e la rappresentazione della transessualità

Sedimentos, il film del regista spagnolo Adrián Silvestre, merita, per riprendere lo stesso titolo, di essere lasciato a sedimentare in noi, stimolando domande sulle rappresentazioni cinematografiche della transessualità e riflessioni sulla tendenza ad omogenizzare gruppi percepiti come marginali a discapito delle singole individualità. Il film di Silvestre, il secondo dopo il pluripremiato Gli oggetti dell’amore (2016), è una riflessione sulla possibilità di narrazioni ibride e stratificate, come i paesaggi attraversati dalle protagoniste, in cui finzione e realtà si mescolano e le identità dei personaggi sono complesse e diversificate.

“Potato Dreams of America” e la nuova cinefilia queer

Basato in parte sull’infanzia dello stesso regista, Wes Hurley, Potato Dreams of America adotta, fin dalla prima scena in cui Potato bambino “inquadra” i suoi genitori con un obiettivo costruito dalle sue dita, uno stile trasognato e costantemente meta-cinematografico, in cui tutto è rappresentazione e citazione. Le vicende del film sono continuamente filtrate attraverso riferimenti alla cultura pop e queer: dalla citazione di apertura di Quentin Crisp (che si dichiara americano fin da quando sua madre l’ha portato al cinema) al catalogo di maschi americani disponibili al matrimonio che entra in scena come i Village People fino a Freddy Mercury che gareggia iconicamente con Lenin.

Struggente e innovativa ode alla vita. “Il cieco che non voleva vedere Titanic” di Nikki Teemu

Il cieco che non voleva vedere Titanic è una struggente storia d’amore a distanza – che culmina poi in un sentito e sincero abbraccio con la ragazza – fra due ammalati, due emarginati. Quello di Jaakko è un viaggio (im)possibile, che riesce a superare le barriere per amore, un’impresa che viene descritta nelle sue varie fasi (sempre restringendo le inquadrature al suo volto sofferente e al mondo esterno sfuocato), con una pluralità di linguaggi che ad un certo punto sfocia anche nel thriller. Ma, come suggerisce il titolo, il film di Teemu è anche un meticoloso omaggio cinefilo.

“La ragazza di Stillwater” fra azione e dramma maschile

Esce in sordina La ragazza di Stillwater dopo il suo passaggio al Festival di Cannes 2021. Il film vive di più anime e risente dell’indecisione del McCarthy sceneggiatore nell’eleggerne una su tutte. Sembrano rilanci del racconto i successivi snodi che fanno cinema di banlieu, romanzo sentimentale, dramma filiale, giallo da sbrogliare, confronto culturale e molto altro ancora, ma alla lunga appaiono come tracce che appesantiscono, in trama e durata, un film messo in scena con sapienza e ritmo, dall’ottima direzione degli attori. 

“Dune” come mappa contemporanea del cinema di fantascienza

Il nuovo Dune non costituisce affatto un mero ripiegamento della fantascienza mainstream su logiche televisive, ma è al contrario un film che può e vuole rimettere sulla mappa contemporanea – quella mappa dai confini sfumati dove grande e piccolo schermo si avvicendano su terreno via via più comune – un’idea di messa in scena cinematografica radicale, ponderosa e dal grande impatto audiovisivo, capace contemporaneamente di mettere il dito su questioni sociopolitiche di scottante attualità e di farsi come in passato veicolo di grandi narrazioni. Mai come ora il successo non è assicurato. Mai come ora è necessario, giusto, auspicabile. 

Il Leone d’oro del corpo politico. “L’événement” e la materialità dell’umano

Le inquadrature strette, sul corpo, sui corpi, all’inizio del film, mentre le ragazze fantasticano di seduzione e sesso; la piana rilassatezza delle riprese del pranzo in famiglia; la quieta dolcezza di quell’abbraccio alla madre; le riprese nervose, in movimento, alla ricerca di una “giusta distanza” dalla protagonista durante i tentativi di aborto; le soggettive appannate, cariche di inquietudine e di speranza, del ricovero in ospedale: Diwan segue ed esprime gli stati d’animo della sua eroina, quasi a darle metaforicamente un sostegno morale.

“Una relazione” come le altre ma diversa da tutte

La loro ingenuità è velata di un certo candore e sincerità, dovuti alla scrittura di Stefano Sardo (al suo esordio alla regia), in coppia con Valentina Gaia. I dialoghi e le interruzioni, quei momenti di sospensione e di divagazione sono talmente verosimili e coinvolgenti che non si può non rimanere seduti fino alla conclusione dei titoli di coda. L’ambizione dei due protagonisti, interpretati da Guido Caprino e Elena Radonicich, ci spinge a sognare. Prima o poi però bisogna scontrarsi con la realtà, sono cresciuti in quei quindici anni e quel qualcosa che li porta alla separazione non può essere senza sofferenza.

“Qui rido io” per non piangere. Martone rilegge Scarpetta

Qui rido io — nel suo ritmo canonico, lento e preciso — finisce per tratteggiare senza sbavature una serie di domande mai scontate sulla paternità, sia essa biologica o autoriale, il cui accordo risiede in un compromesso doloroso. Lo suggerisce Benedetto Croce, nel delineare limiti e punti di forza della maschera di Felice Sciosciammocca, e lo sussurra il piccolo Eduardo (De Filippo) all’insofferente fratello Peppino: la risoluzione dello scontro respira unicamente sulle tavole del palcoscenico, spazio di austero gelo teatrale, che è poi espressione di agognatissima libertà.

Il mondo del lavoro secondo Brizé. “Un autre monde” e il sodalizio con Vincent Lindon

La regia di Brizé esprime uno sguardo lucido e coerente con la sua visione del mondo che si manifesta in ogni inquadratura. Se i lunghi primi piani di Lindon durante i colloqui con i dirigenti o nell’incontro con gli avvocati per il divorzio rendono visivamente il senso di claustrofobia e di isolamento provato dall’uomo (spesso ripreso anche in campo medio, da solo, mentre lavora seduto alla scrivania), le riprese con macchina a spalla che lo seguono da vicino fino a fargli perdere la centralità dell’inquadratura e a collocarlo ai margini dell’immagine riproducono la sua perdita di centro interiore nei momenti più intimi.

“Rhino” e il romanzo criminale ucraino secondo Oleh Sentsov

Il romanzo criminale costruito da Oleh Sentsov non è pomposo e magniloquente come Il padrino o Scarface, ma più “umano” – se così si può definire – improntato cioè alla messa in scena nuda e cruda dei personaggi, diretto e narrato in modo asciutto, quasi documentaristico, con uno stile frenetico che concede poche pause (brevi ma significative, come i dialoghi con l’uomo in auto, su cui bisognerà tornare). E la regia non vuole mettere in scena un grande impero del crimine, bensì una micro-criminalità che in parte è già insita nella persona ma che in parte è descritta come risposta a una vita difficile, fatta di indigenza, problemi familiari e una società dove il singolo rischia di perdersi.

“The Last Duel” spietato affresco di indistinzione morale

The Last Duel utilizza la violenza per dipingere uno spietato affresco di indistinzione morale, meschinità e bruto egoismo. In questo sempre più simile a Kubrick, la cui carriera a tratti sembra aver scientemente ricalcato (I duellanti/Barry Lyndon, Alien/2001). Scott tocca qui un vertice assoluto del suo nichilismo misantropico: uomini senza alcun eroismo giostrano come i satelliti in moto inerziale di un Potere gelido e vacuo, così assurdo da rasentare il comico (la grande, saggia prova di Affleck) in nome di un Dio che non c’è, o se c’è è un dio infantile, “più umano dell’umano” e sadico, il Commodo di Il gladiatore, il dio bambino di Exodus. Il miglior Scott dai tempi di American Gangster?

“Illusions perdues” e il cinema sinuoso di Giannoli

Xavier Giannoli mostra con grande abilità come il protagonista si trovi a dovere convivere con un sistema che si regge sulla corruzione, e come Lucien da inossidabile romantico, idealista, uno scrittore di poesie, diventi un giornalista che si vende al miglior offerente, al servizio della pubblicità, della visibilità, delle ostilità da copertina che ottemperano diversi scopi, la notorietà e la pubblicazione. Il processo di disillusione che attraversa Lucien  è sempre più vivido e presente, un processo che approda in un’opera monumentale, la Comédie humaine, e una trasposizione precisa sia esteticamente che concettualmente.

“Scene da un matrimonio” da Bergman alla quality television

Sulle variazioni mimiche e prossemiche di Chastain e Isaac si gioca l’intera drammaturgia di una serie che nelle potentissime performance attoriali trova il suo elemento di massimo splendore. Cinque episodi, quasi totalmente racchiusi tra gli spazi angusti delle mura domestiche, vengono coperti da una manciata di lunghissime scene in cui la continuità spaziotemporale piega la modalità del racconto verso un’inclinazione teatrale, ma la prossimità dello sguardo registico ai corpi dei personaggi permette di instaurare un intimo rapporto che resta un valore aggiunto che solo l’audiovisivo può consentire.

Coming of age notturno. “Ma nuit” a Venezia 2021

Nella sezione Orizzonti di Venezia78 approda Ma nuit (2021), l’opera prima della regista francese Antoinette Boulat, qua per la prima volta dietro la macchina da presa. Il risultato è un dramma psicologico e sentimentale di stampo intimista, sempre in bilico fra disperazione e speranza, magari un po’ acerbo sotto certi aspetti ma comunque riuscito e personale, un film di forte impatto emotivo che trasmette le sensazioni con un tocco e una sensibilità marcatamente francesi. Antoinette Boulat fa centro, riuscendo ad elevare la storia di Marion e Alex quale metafora di una generazione di giovani inquieti che fanno fatica a trovare il loro equilibrio nel mondo.

“America Latina” tra depistaggio concettuale e crisi dell’adulto contemporaneo

Con questo film i D’Innocenzo sembrano dimostrare di essere ancora interessati alle sfumature che scattano nel mettere in scena il rapporto adulto-bambino in epoca contemporanea; dove quest’ultimo oggi è spesso feticizzato, ossessivamente salvaguardato e protetto, i due registi instaurano cortocircuiti e provocazioni mettendone in crisi le narrazioni attuali. Se in Favolacce i bambini sono praticamente il controcampo dimenticato e abbandonato dal gruppo di genitori, ma allo stesso tempo protagonisti e artefici di tutto il film, in America Latina sono un pretesto, uno strumento attraverso il quale raccontare la messa in crisi dell’adulto contemporaneo. Una rottura che provoca un crollo.

(Anti)mitologia della Frontiera. “Old Henry” e il western psicologico

Old Henry è un western dalla forte componente drammaturgica, improntato alla messa in scena della psicologia dei personaggi. Si inserisce così nella tradizione del western che si siede sul lettino dello psicanalista, in voga fin dagli anni Cinquanta, e soprattutto demitizza la Frontiera, dipingendo un West nerissimo e violento in cui la mitologia degli eroi va a braccetto con la sua decostruzione (non a caso, è ambientato nel 1906, quando l’epopea della Frontiera si avviava verso la sua conclusione): un percorso intrapreso dal cinema western fin dagli anni Sessanta, e che trova forse l’espressione definitiva nel capolavoro Gli spietati (1992) di Clint Eastwood, un film con cui il nostro sembra avere una certa parentela.

Spropositata fame di grandezza. “Freaks Out” e il futuro del cinema di genere

L’autorialità di Mainetti si conferma nel saper concentrare toni provenienti da disparate tipologie di cinema mainstream e condensarle in un prodigio dalla spropositata fame di grandezza, riuscendo però a trarne il meglio senza lasciarsi travolgere da essa. Questi i meriti artistici di un lungometraggio il cui valore non si risolve però entro i limiti testuali; perché al di là di essi Freaks Out si conferma in ottica industriale quel miracolo da tempo auspicato, assurgendo a ruolo di irrinunciabile punto di rifermento per chiunque d’ora in poi vorrà produrre, scrivere e dirigere film d’intrattenimento in questo paese. 

“Captain Volkonogov Escaped” a Venezia 2021

Dopo il piccolo dramma transgender The Man Who Surprised Everyone (2018), presentato qualche anno fa alla 75a edizione della Mostra del Cinema dove vinse il Premio Orizzonti per la migliore attrice, Natasha Merkulova e Aleksej Cupov tornano al Lido di Venezia sorretti da ben altri mezzi e ambizioni ma in perfetta coerenza con le tematiche sviscerate da quel film. Rivestito nei colori di una messinscena sontuosa da grande racconto storico, venato di action e di una sottile patina tragicomica, il conflitto fra un militare sedizioso e la Patria che non vuole più servire conferma i due registi-sceneggiatori (coniugi nella vita) come esploratori di dinamiche di dissenso in contesti oppressivi, intenti a illuminare e discutere il conservatorismo dei valori tradizionali del paese.