1919, il prezzo delle proprie certezze

Cosa fareste se vostra moglie vi tradisse per un altro? Cosa fare se ad essere accusato è tuo figlio e non più un perfetto sconosciuto? Cosa ne sarà dei saldi principi di vendetta se in fondo ti senti responsabile per aver negato aiuto a tuo figlio quando ne aveva bisogno? Tante storie, un unico anno e un filo conduttore per ragionare sui diritti e sulle conseguenze di avere una forma mentis chiusa e reticente al cambiamento. La rassegna dei film del 1919 è stata un modo per parlare ancora una volta di attualità, di far ragionare attualizzando storie del passato che tornano prepotentemente attuali sotto gli occhi dello spettatore.

Il western di Henry King e la crisi del sogno americano

Se si dovesse considerare la carriera di Henry King in termini solamente quantitativi,  sarebbe da record. Tuttavia, all’interno di questa vastissima produzione  i campi di prova dell’american director nei confronti del western sono stati relativamente pochi. Strano, verrebbe da dire, poiché la qualifica di King di regista-feticcio dello studio system e della golden age del cinema americano implicherebbe in qualche modo un più largo confronto con quello che André Bazin chiamava “il genere americano per eccellenza”. Genere attraverso il quale il cinema americano, più che in qualsiasi altro, ha definito il suo destino storico, il suo mito fondativo, delegando alle vicende del West una sorta di missione storica di definizione dell’ethos americano, che era carente di una grande tradizione letteraria quale invece quella europea o orientale. Spesso descritto come narratore del grande sogno americano, King ha saputo mettere in discussione quel mito, rappresentando eroi outsider che si misurano con le aspettative di una più o meno piccola comunità.

Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano

Malgrado l’industria cinematografica in Corea nasca e si sviluppi rapidamente a partire dagli anni Venti del Novecento, solo alla fine degli anni Sessanta, e quindi dopo le alterne vicende storiche, la cinematografia sudcoreana si esprime compiutamente attraverso un gruppo di registi diversi fra loro ed estremamente talentuosi: Kim Ki-young, Yu Hyun-mok, Shin Sang-ok e Kim Soo-yong. A questa generazione di autori, veri e propri maestri, è dedicata la sezione “Sotto i cieli di Seul: l’epoca d’oro del cinema sudcoreano”, che raccoglie e presenta alcuni capolavori di un decennio segnato da uno straordinario rinnovamento sociale, politico e artistico. Si tratta di film che esplorano le possibilità del realismo, del racconto di genere o ancora dell’adattamento letterario, che riflettono alcuni riferimenti cinematografici lontani e precisi, tra cui spiccano i nomi di Rossellini, De Sica e Antonioni, costruendo allo stesso tempo l’estetica peculiare e composita del cinema sudcoreano

“Incendio a Chicago” al Cinema Ritrovato 2019

Città e campagna, modernità e tradizione: sono questi i poli delle tensioni che più informano il cinema di Henry King, che appare oggi più che mai terreno di negoziazione tra istanze contrastanti. In Incendio a Chicago, gli scontri generazionali e di civiltà vengono integrati nella saga familiare degli O’Leary, una “strana tribù” di immigrati irlandesi che figura, metonimicamente, a rappresentante delle pulsioni della società tutta. La loro parabola si instaura sul mito fondativo della capitale del Midwest: Chicago passa da agglomerato fangoso, sperduto nella prateria, a metropoli moderna e sfavillante, corrotta dal vizio e dalla politica. La città assiste all’avvicendarsi di mondi in contrasto, dall’America puritana ai primi gangster, e si fa correlativo oggettivo di tali mutamenti.

“Velluto blu”, incubi in festa a Lumberton

Con Velluto blu, Lynch inizia a creare una mitologia visionaria che annienta il costrutto logico della storia, esasperata da ossessive ripetizioni acustiche, crepitii e ruggiti, e sovralimentata dalle canzoni di Angelo Baladamenti che ricoprono la dimensione ossessiva e ironica del sogno della patina illusoria proveniente da un tempo perduto: basti pensare a In Dreams, eseguita in playback dallo scagnozzo del villain in una sequenza felliniana di grande effetto. Cinema di dettaglio e d’atmosfera, Velluto Blu astrae e decompone la materia narrativa, saltellando dal ripetitivo e stucchevole sogno americano all’incubo di provincia, uniche coordinate per un’esplorazione nei recessi dei Mysteries of love (and death) della cittadina del legno, prima che Twin Peaks ne raccolga l’eredità oscura.

Il cinema della Trizona e la forma della commedia

La sezione dedicata al cinema della Trizona ( appunto, la parte occidentale del paese che tra il 1945 e il 1949 era sotto il controllo statunitense, francese e inglese, e che sarebbe poi nel 1949 diventata la Repubblica Federale Tedesca ) dà in qualche modo l’idea che anche il cinema proponesse strade inedite, che fosse in qualche modo anche lui alla ricerca di un nuovo modo di essere, sperimentando forme e approcci e risultando quindi variegato, vitale e moderno. Guardando certi film selezionati, sorge anche l’idea che questo cinema – tenendo ovviamente conto della varietà che racconteremo in questi giorni – non accogliesse e fotografasse passivamente la realtà cupa del paese e del limbo che stava attraversando, preferendo “aggredirla” e rielaborarla.

“Marito e moglie” e la nascosta grandezza

È un film nato quasi per caso, Marito e moglie. Movie-movie sul modello di L’amore di Roberto Rossellini, cioè due mediometraggi messi insieme in virtù di un largo tema comune, recupera un episodio, pensato da Eduardo per il collettivo italo-francese I sette peccati capitali e poi sostituito da un altro, e lo accompagna all’adattamento di un atto unico scritto dallo stesso commediografo circa vent’anni prima. Per l’occasione, la proiezione di Marito e moglie è stata anticipata proprio da Avarizia ed ira, lo sketch scritto e diretto da Eduardo per l’antologia sui vizi, quasi a voler costituire un ideale trittico sulla vita coniugale. Ma è Marito e moglie a sconcertare per nascosta grandezza.

“Il cameraman” di Buster Keaton al Cinema Ritrovato 2019

È un movimento fluido, ma al contempo, per quello che il nostro occhio percepisce, è anche estremamente vivace tale è la costruzione dello spazio all’interno dell’inquadratura e la dinamicità fisica dell’attore. Vista sul grande schermo di Piazza Maggiore anche la sequenza dello spogliatoio è diversa, più libera e meno angusta per lo spettatore, ma esattamente il contrario per Keaton che, mentre tenta di cambiarsi, viene schiacciato contro le pareti della cabina, e dello schermo, fino a quando vediamo emergere un’esile mano che vuole chiedere aiuto. Keaton ha infatti raggiunto, per il suo personaggio, l’apice dell’estraneità dal mondo di cui si fa beffe sia a livello cinematografico – quando il suo personaggio mostra alcuni filmati, girati in maniera sbagliata, creati attraverso sovrimpressioni questo effetto subito porta la memoria all’avanguardia sovietica e al loro sperimentalismo – sia a livello di racconto.

“Cielo infernale” di Youssef Chahine al Cinema Ritrovato 2019

Con Cielo infernale (1954) Youssef Chahine affronta direttamente le conseguenze sociali e politiche della rivoluzione del 1952, quella dei Liberi ufficiali, e della prima riforma rurale, rappresentando nitidamente il tentativo di emancipazione dei lavoratori: quei “braccianti” tradizionalmente schiacciati dal sistema feudale a servizio del Pascià. Assecondando ancora una volta la predilezione per il racconto corale, la contaminazione fra i generi e la sovrapposizione fra la Storia e le storie, Chahine si concentra quasi pittoricamente sulla rappresentazione dello scarto profondo e apparentemente insanabile che divide la famiglia del Pascià dalla massa di contadini. Costruito ricorrendo a vere e proprie coppie oppositive che descrivono ricchezze e povertà dei personaggi,

Lo splendore di “Gigi” di Minnelli

Sin dalla prima sequenza vengono messi in evidenza tutti gli elementi fondamentali dell’opera, sia per quanto riguarda i temi sviluppati dalla trama (il passaggio dall’infanzia all’età adulta, l’amore, il matrimonio) sia per ciò che attiene alla forma specifica del film: lo sguardo in macchina e il coinvolgimento degli spettatori richiamano l’attenzione sull’ars affabulatoria propria del cinema; il canto ci rende consapevoli di essere entrati nel genere musical; la macchina da presa sempre in movimento (specialmente in carrellate laterali) ci invita a seguire i personaggi nelle loro vicende. A colpire è soprattutto l’aspetto tecnico-formale a colpire, sebbene anche la sceneggiatura (tratta da un racconto di Colette del 1944 e vincitrice di un Oscar) offra momenti brillanti e divertenti.

Le artiste del 16mm tra poesia, fisicità e surrealismo satirico

Considerato elemento fondamentale per lo sviluppo della cinematografia indipendente, il formato ridotto ha trovato in figure come quella di Margaret Tait, Martha Colburn e Maria Lassnig, uno sviluppo parallelo e complementare ad altre pratiche e linguaggi quali quello della poesia, della musica e della pittura, dimostrando nuove possibilità e sensibilità del mezzo. Appartenenti a generazioni diverse, le tre sono accomunate dall’utilizzo della pellicola di piccolo formato come ulteriore linguaggio dedito all’esplorazione di temi ed estetiche affrontate attraverso altri mezzi. Il lavoro cinematografico di queste tre artiste non può essere considerato dimostrazione certa di un legame tra utilizzo del 16mm e donne, ma mette sicuramente in luce la capacità di un utilizzo di una qualità non tecnologica per la creazione di un livello personale e intimo con il quale indagare la realtà e la creatività.

“Il grande gaucho” al Cinema Ritrovato 2019

Come in molte altre produzioni americane, la storia d’amore simboleggia qualcosa di più ampio. Sposare Teresa significa abbracciare i fondamenti della civiltà: la famiglia, la patria (il maggiore incaricato di dargli la caccia afferma che a modo suo anche Martin è un patriota) e soprattutto Dio. Il cristianesimo è infatti il più importante punto di contatto fra i cittadini e i gaucho, e la figura di padre Fernández è il principale artefice della presa di coscienza del protagonista. Non è d’altronde insolito ritrovare i precetti biblici nel western (In nome di Dio di Ford) e nella produzione, soprattutto colossal storici, degli anni cinquanta (Ben Hur di Wyler, I dieci comandamenti di DeMille), nel primo caso come elemento fondante della nazione e nel secondo come valore anticomunista.

“Anders als die Andern” al Cinema Ritrovato 2019

Anders als die Andern è un attacco crudo, una critica diretta nei confronti del “paragrafo della vergogna” (il numero 175 viene incastonato nella grafica del primo cartello del titolo): la produzione del film fu di così grande impatto che la censura cinematografica venne ripristinata un anno dopo al fine di scongiurare la distribuzione di questa e di altre pellicole giudicate “immorali” e “scabrose”. Ci riuscì, dimezzandone il metraggio originale dopo lunghi dibattiti e accese polemiche, per evitare di “compromettere l’ordine o la sicurezza del pubblico, offendere le sensibilità religiose, sortire un effetto di degenerazione morale, danneggiare la reputazione della Germania o le relazioni tra la Germania e gli stati esteri”. Tagliato, perduto, rimontato, censurato e smembrato, ora ritrovato, Anders als die Andern è tanto attuale perfino cento anni dopo. La testimonianza di un amore travagliato e destinato alla tragedia su cui tutt’oggi si è invitati a riflettere, nella speranza di porre definitivamente una croce indelebile sulle pagine nere di tutte le persecuzioni omofobe.

Intervista a John Bailey

John Bailey, presidente dell’Academy of the motion pictures arts and science, è di quelle figure che hanno vissuto di cinema e al cinema hanno dato tutto. Con oltre 40 anni di esperienza nel cinema, lavorando sia come assistente cameraman che direttore della fotografia, Bailey è tra le figure di maggior spicco nell’ambito del restauro cinematografico. Il suo amore per il cinema lo ha portato a Bologna, ospite del festival Il Cinema Ritrovato, dove ha messo a disposizione del pubblico le versioni restaurate di molti film, tra cui Il peccato di Lady Considine e La maschera della morte rossa. “As a camera assistant every day I physically worked with the film and I have realized how delicate and vulnerable the film is, how easy it deteriors and scratches. I was actually photographing movies and the film is vulnerable all the way through, in all the phases of filming”.

“Peggy va alla guerra” al Cinema Ritrovato 2019

Nel 1939, dieci anni dopo la prima distribuzione, il film fu rimaneggiato e riciclato al servizio della propaganda antimilitarista e anti interventista. Quella che vediamo oggi è proprio questa versione apocrifa, che patisce l’espunzione delle didascalie e di molte sequenze necessarie alla comprensione del racconto. Unica aggiunta, un’introduzione mirata a dissuadere gli spettatori statunitensi da un’ulteriore coinvolgimento nei sanguinosi affari europei. Ciò che rimane di quest’opera singolare, dopo tanti stravolgimenti, è un assemblaggio frammentario di primi piani commossi, roboanti sequenze belliche e persino qualche gag tra le trincee. Più che un sonoro compiuto, un film muto con suoni – numeri musicali, tanti rumori e qualche riga di dialogo che risuona flebile –, in cui si percepisce forte l’ebbrezza di poter solleticare l’udito degli spettatori, sperimentando in tante direzioni diverse.

“Filumena Marturano” al Cinema Ritrovato 2019

Raccontò Eduardo: “L’idea di Filumena Marturano mi nacque alla lettura di una notizia; una donna a Napoli, che conviveva con un uomo senza esserne la moglie, era riuscita a farsi sposare soltanto fingendosi moribonda. Questo era il fatterello piccante, ma minuscolo; da esso trassi la vicenda ben più vasta e patetica di Filumena, la più cara delle mie creature”. Filumena Marturano è la prima opera di Eduardo che ha per protagonista assoluta una donna e fu scritta per sua sorella Titina. Così Titina ebbe modo di creare una delle sue interpretazioni più riuscite, con una recitazione scarna ed essenziale, determinata e forte come il personaggio, dando vita ad una Filumena immortale, che combatte caparbiamente per ottenere un riconoscimento come donna, madre e moglie (e forse novella capofamiglia?) nella società patriarcale del 1916.

“Muna Moto” al Cinema Ritrovato 2019

Il racconto si rifà a stilemi tipici di tanta drammaturgia teatrale (il regista e gli attori, infatti, vengono tutti dal teatro). Romeo e Giulietta ne è il riferimento archetipico: un amore che, per sopravvivere, deve lottare contro la famiglia e la società intera. Una storia contro le tradizioni, ma anche radicata con affetto in un’Africa fatta di fiumi, foreste, spiagge e villaggi: uno schiaffo e una carezza alla società. L’opera è anche una riflessione sul potere: l’occhio politico non manca e rende il film una denuncia, seppur velata, sulla condizione dell’Africa nera, schiacciata dal passato coloniale; è un affresco sulla condizione umana, sul ruolo della famiglia e dei figli. “Il figlio dell’altro” è la traduzione letterale del titolo, sul quale il racconto costruisce l’ambiguità centrale che si espande al linguaggio visivo e alle immagini. 

“Faubourg Montmartre” al Cinema Ritrovato 2019

È una piccola, perfetta cartolina del cinema popolare francese del suo tempo, questo Faubourg Montmartre del 1931. Il sonoro era appena arrivato, ma le limitazioni tecniche nel filmare e i grattacapi che ciò stava causando a molti autori non sembravano impensierire troppo Raymond Bernard. Regista prolifico e disinvolto negli anni del muto, Bernard sembra sapere perfettamente cosa dare al pubblico: abbandona senza ripensamenti la grandiosità delle scene storiche che aveva mostrato di saper gestire così bene, e sceglie di adattare un romanzo di Henri Duvernois, sposando perfettamente un tema intrigante e sempiterno come la prostituzione con l’attualità della crisi economica che la Francia stava vivendo sull’onda del crollo di Wall Street del ’29.

Musidora, il torero e lo spettacolo della proiezione

Vedere oggi La Tierra de los Toros di Musidora (1924) non rende certamente l’idea di quello che doveva essere il concetto originale dell’opera. La vamp francese aveva, infatti, in mente un progetto itinerante durante il quale alla proiezione si alternavano momenti con lei stessa sulla scena che intratteneva il pubblico. Oggi questo progetto è soprattutto il manifesto di una dolce storia d’amore. Il film è ricco di giochi di sguardi, sorrisi e segnali di grande intesa tra Musidora e il torero Antonio Cañero, che erano all’epoca all’apice della loro relazione sentimentale. La Tierra de los Toros ricostruisce il loro amore in forma romanzata, con i due protagonisti che interpretano loro stessi prendendosi molto poco sul serio e giocando sui loro punti di forza e i loro difetti.

“Oblako-Raj” al Cinema Ritrovato 2019

L’atmosfera surreale del racconto è amplificata dalla messa in scena, dalle leggere deformazioni dei volti ottenute con lenti grandangolari. In più di un’occasione il tono della vicenda è grottesco e i personaggi assurdamente euforici per il viaggio di Kolja, come nella scena in cui il suo migliore amico fa ruotare ossessivamente un mappamondo ed elenca tutti i nomi dei luoghi che trova, ridendo istericamente. Quando Nikolaj Dostal’ dirige questo film (1990) l’URSS sta già cominciando a disgregarsi ed è interessante notare come il racconto dell’euforia di massa causata dalla novità abbia riscosso un notevole successo in un periodo di preoccupazione per il futuro. Forse è proprio qui che risiede la forza dell’opera, nella capacità di sorridere dell’incertezza. Con questo film innalza la commedia grottesca a manifesto di una società in mutamento, a beneficio degli spettatori del suo e del nostro presente.

“Alessandria perché?” di Youssef Chahine al Cinema Ritrovato 2019

La Storia e i suoi avvenimenti si legano indissolubilmente alla vita e alla memoria dei tanti protagonisti, in un racconto corale in cui, ancora una volta, predomina la rappresentazione visiva, plasticamente sontuosa, che si sviluppa in quadri complessi, animati da riferimenti pittorici e cinematografi in cui convivono felicemente l’avanguardia e il cinema di genere, il found footage e l’auto-fiction, il realismo e il musical. Il prologo di Alessandria perché? sovrappone immagini di archivio, in bianco e nero, che svolgono il racconto degli anni bui dell’Europa e del vicino oriente, dall’ascesa di Hitler e Mussolini all’intervento delle forze alleate, a sequenze comuni e quotidiane, a colori e quasi “domestiche”, domeniche al mare e passeggiate per la città nei giorni di festa.