“La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, un’ode all’illusione

Col prezioso aiuto di Jean-Luc Fromental, autore di libri e film per l’infanzia, e dello sceneggiatore Thomas Bidegain (Il profeta, La fidèle e il più recente I fratelli Sisters), Lorenzo Mattotti si spoglia dei tratti cupi e drammatici che da sempre contraddistinguono le sue opere e confeziona un film dedicato ai più giovani, coloratissimo, che resta perennemente in bilico tra animazione classica e digitale. La famosa invasione degli orsi in Sicilia, di fatto, assomiglia a un vero e proprio atto d’amore: una prova di intensa devozione nei confronti dello stile di Buzzati, baluardo di una fantasia sconfinata e strabordante, e una dichiarazione di fiducia nei confronti dei giovanissimi, ai quali è destinato un racconto antico e attuale che gioca, anche nell’estetica, a non essere mai forzatamente realistico.

“Shelter”, storia di un’identità

Shelter è un rifugio, un riparo un’opera chiusa come una scatola inaccessibile in cui si prova a raccontare l’identità di questa persona, senza però mai svelarla. È un’opera che muovendo dal personale aspira all’universale, dal ritratto di volto ignoto assurge a mito. È così che il film è costruito in una successione di campi vuoti che segnano un accento critico sul non-luogo urbano, e suggeriscono invece, di pari passo con alcune parole della protagonista, un salvifico ritorno alla foresta come unico luogo popolato da “persone buone”, rispetto alla cattiveria registrata nelle città occidentali dove “il vero animale è l’uomo che distrugge le montagne e uccide le persone”. È la voce della protagonista a guidarci nella narrazione del suo racconto di vita.

“La camera verde” e la tenerezza truffautiana

Dagli Archivi spuntano sempre formidabili tesori legati alla critica e alla cinefilia. Nel 2011, la figlia di Franco La Polla, Susanna, ha deciso di donare alla Cineteca di Bologna un’ampia collezione di volumi appartenuti a Franco. I volumi sono stati tutti catalogati e sono disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi. Recentemente, si è concluso anche il progetto di spoglio e digitalizzazione di tutti gli scritti che Franco ha realizzato per la Cineteca e per altri circoli del cinema: saggi, recensioni, articoli e monografie. L’inventario analitico e le digitalizzazioni, a cura di Carolina Caterina Minguzzi, sono ora disponibili e noi ne estraiamo (ed estrarremo anche in futuro) testi poco noti, spesso redatti per le schede di singole sale cinematografiche. Cominciamo con Truffaut. 

Il romanzo di Mariù – Maria Letizia Pascoli, la Shirley Temple italiana

È entrato a far parte del patrimonio della Cineteca di Bologna, un piccolo, ma prezioso archivio, testimonianza della carriera di attrice-bambina, della bolognese Maria Letizia Pascoli detta Mariù. Grazie alla donazione delle figlie Anna Carlotta, Chiara, Giovanna, Margherita e Maddalena, sono ora disponibili alla consultazione presso la Biblioteca Renzo Renzi  le sceneggiature originali,      
la corrispondenza, il materiale pubblicitario e le oltre duecento fotografie del fondo. Infine, la documentazione d’epoca è accompagnata dalle memorie scritte da Maria Letizia che lascia ai posteri uno spiritoso ritratto di sé bambina e uno scorcio inedito sul mondo del cinema italiano a cavallo tra il periodo bellico e post-bellico, costellato di gustosi aneddoti. Ne cominciamo da oggi la pubblicazione.

“Parasite” e il paradosso del nucleo famigliare

Quello che il regista Bong Joon-ho porta in scena nel suo ultimo lungometraggio è un mondo impostato su una struttura verticale. O meglio, è il nostro mondo, quello che affolliamo quotidianamente, ma riproposto attraverso una realtà diegetica compartimentata, in cui gli spazi si fanno indicatori della condizione sociale degli individui che li abitano. In questo modo, l’eloquente esordio raffigurante i membri della famiglia al centro della storia costituisce immediatamente una calzante definizione dello stato in cui versano i personaggi. A Seul, in un’angusta dimora sotterranea, fratello e sorella impugnano i loro cellulari e tendono le mani verso l’alto cercando di agganciarsi alla connessione wi-fi di un appartamento superiore. I genitori li osservano mestamente, ormai rassegnati all’essenzialità che connatura la loro condizione ed all’impossibilità di abbandonare quella residenza suburbana.

“La belle époque” come nostalgia e rinascita

La belle époque è un film che parla dell’arte di recitare e dell’inesorabile tempo che scorre via. È un’opera che ci racconta di un continuo proiettarsi al di fuori di sé. Al di fuori del proprio tempo, nel caso di Victor e Marianne, e della propria vita, tramite la recitazione, nel caso di Margot. Tuttavia, come già aveva capito Aristotele, il teatro e in questo caso il cinema (sia da attore che da spettatore) non è altro che una forma di catarsi, in cui uscendo da sé stessi, ci si riappropria della nostra essenza. Ma principalmente La belle époque rimane un inno all’amore passato, all’amore tormentato, all’amore che si trasforma ma che, alla fine, rimane nel nostro quotidiano e dà un po’ più di senso alla nostra vita.

“The Irishman”, old men and some guns

Come Quei bravi ragazzi e Casinò, The Irishman è una storia di mafia e di uomini di mafia, come in Quei bravi ragazzi e Casinò affidata al racconto al passato del suo protagonista, rivolto apertamente alla macchina da presa. Diversamente da Quei bravi ragazzi e Casinò, e oltre quei due precedenti straordinari film -ben oltre la vibrante confessione in aula del traditore Henry Hill in Quei bravi ragazzi (“da che mi ricordi, ho sempre voluto fare il gangster”), e nelle immediate vicinanze del laconico “e questo è quanto” che concludeva la riflessione di Ace Rothstein in Casinò – la storia di mafia di The Irishman è scarna, dimessa, spogliata di qualsiasi mitologia da malavita. Come scarno e dimesso, privo di esibizionismi ed entusiasmi, è il Frank Sheeran di De Niro.

Un ricordo di Franco

L’uomo che amava il cinema. Prima ancora che studioso di levatura internazionale e professore amatissimo dagli studenti cui insegnava la cultura (e la passione) dei film, Franco La Polla era un intenditore. Sapeva trarre dalle proprie visioni quel che un sommelier riconosce nei buoni vini, e con altrettanta severità, era in grado di separare chiaramente le opere buone da quelle cattive, valutare le annate di pregio e le stagioni scadenti, riconoscere i piaceri ben invecchiati contro quelli inaciditi. Insomma: se un cinefilo si riconosce dai suoi gusti, allora La Polla era il più affidabile degli esegeti.

“Album Boris Lehman” ad Archivio Aperto 2019

Un momento imperdibile dell’edizione 2019 di Archivio Aperto è stato l’incontro con Boris Lehman: Alla presenza del regista di origini ebraiche polacche, le proiezioni, rigorosamente in pellicola, sono incominciate con il super8 del giocoso lungometraggio del 1974 Album 1, sonorizzato dal vivo dalle improvvisazioni musicali di Cecilia Stacchiotti e accompagnato da un reading a più voci, compresa quella dello stesso Lehman. Si tratta di un film giovanile, di dichiarata influenza mekasiana, in cui però già si evidenzia una dei temi più ricorrenti della poetica lehmaniana: la famiglia allargata, intesa come comunità di amici e conoscenti, che compaiono e ricompaiono, a distanza di tempo, nei film del regista. Qui, nelle prime immagini, si può riconoscere Chantal Akerman, di cui Lehman è stato anche fotografo di scena sul set di Jeanne Dielman.

“Sister Aimee” a Gender Bender 2019

Sister Aimee, al secolo Aimee Elizabeth Semple McPherson, è esistita davvero. Non solo, ma negli anni ’20 del secolo scorso solo il Papa la superava in fama come figura religiosa negli U.S.A. Ovvia la fascinazione delle sceneggiatrici e registe Samantha Buck e Marie Schlingmann verso una figura femminile così carismatica, una predicatrice evangelica in grado di incantare le folle ed essere ritenuta una guaritrice miracolosa da orde di adepti. Irresistibile dunque il dettaglio biografico di una sua sparizione, che riempì le pagine dei giornali nel 1926, cui seguì un suo ritorno alcune settimane dopo con la storia di un rapimento ritenuto alquanto improbabile dalle forze dell’ordine dell’epoca.

“Tehran, City of Love” a Gender Bender 2019

Hessam, un ex campione di body-building che lavora come personal trainer con clienti per la maggior parte anziani e per cui sembra arrivata l’opportunità di girare un film con Louis Garrel; Mina, una donna single sovrappeso con la passione per il gelato che stalkerizza gli uomini più belli del centro estetico dove lavora come receptionist e Vahid, un cantante per funerali religiosi che, per uscire dalla depressione, si inventa una carriera come cantante di matrimoni: sono questi i tre protagonisti di Tehran, city of love di Ali Jaberansari. Sotto la superficie delle convenzioni della commedia degli equivoci, il regista ci mostra la struggente ricerca dell’amore dei tre protagonisti scontrarsi ed estinguersi contro le soffocanti regole della società iraniana.

“Lil’ Buck: Real Swan” a Gender Bender 2019

Esistono storie di felice contaminazione reciproca. Lil’ Buck, classe 1988, cresce in un quartiere povero di Memphis, Tennessee, andandosene in giro con gli amici e ballando per strada una variante del Gangsta Walking chiamata Jookin’, sul modello dell’idolo Michael Jackson. Il suo talento è però fuori dal comune, con una leggerezza e una liquidità nei movimenti che lo rendono un miracolo allo sguardo. Anche la sua determinazione non è da meno, e gli fa portare la sua identità inscalfita da ragazzo di strada dentro una scuola locale di balletto classico, dapprima, e a Los Angeles, poi, dove un video improvvisato nientemeno che da Spike Jonze gli dà un’istantanea fama da milioni di visualizzazioni sui social media. 

“Before You Know It” a Gender Bender 2019

Before You Know It, secondo film diretto dall’attrice-regista Hannah Pearl Utt presentato quest’anno al Sundace Film Festival, è una commedia che gioca sulla diversità e sui cambiamenti. Ci sono, infatti, principalmente due contrapposizioni rilevanti che sorgono in superficie durante il dispiegarsi del racconto: una “caratteriale” e una scenografica. Il contrasto “caratteriale” è quello non narrativo, messo in scena da Rachel e dalla sorella Jackie. La diversità tra le due è sia comportamentale che estetica: mentre una è pacata e disciplinata, l’altra è estroversa e disordinata, una è lesbica e single, l’altra è etero e madre, una ha capelli lisci e colori spenti, l’altra ha capelli ricci e colori accesi. Sono una la spalla dell’altra, la miccia della comicità del film e del conseguente discorso sull’anti-convenzionalità dei rapporti. 

“Little Miss Westie” a Gender Bender 2019

Documentario atipico su una storia atipica, Little Miss Westie si distingue nel panorama documentaristico sulle questioni di gender sia per la vicenda narrata sia, soprattutto, per il tono con cui la racconta. Il film di Joy Reed e Dan Hunt tratta infatti della normalità di una famiglia di West Haven, nel Connecticut, in cui entrambi i figli stanno attraversando il percorso di ri-attribuzione del genere: Luca, 14 anni, è nato femmina ed è in terapia per sviluppare le caratteristiche maschili; Ren, 9 anni, inizia il processo di transizione per diventare donna. Tutto questo alla vigilia del concorso di bellezza che dà il titolo al film e che è per Ren, come ben chiariscono le parole della madre, l’occasione di esplorare chi diventerà più che chi era o chi è.

“Lingua Franca” a Gender Bender 2019

Nell’America di Trump che costruisce muri e organizza rimpatri per tenere separate le diversità, la macchina da presa della regista Isabel Sandoval segue, tra le strade e i treni sopraelevati di New York, le paure di Olivia, interpretata dalla stessa regista che ne condivide la posizione di transessuale e immigrata. L’amore romantico dei due protagonisti si infrange contro la mascolinità minacciata di Alex. Lingua Franca ha un andamento dilatato, sottolineato dalle prolungate inquadrature fisse del paesaggio urbano in cui Olivia e Alex si muovono rimanendone prigionieri, e una struttura circolare che impedisce ogni progresso e ogni transizione verso quella mobilità sociale che costituisce l’essenza della promessa americana per ogni immigrato.

“Enigma” a Gender Bender 2019

Enigma è composto da quadri fissi, statici che restituiscono allo spettatore la lunga e atroce sofferenza di una famiglia che per otto anni è stata costretta a vedere impunito l’omicidio della figlia e ad abbassare la testa, accettando la situazione come se fosse normale, forse perché considerato un crimine di seconda categoria. Spesso la macchina da presa di Juricic osserva pudicamente i personaggi da lontano nella loro quotidianità, altre volte si avvicina molto sovraffollando i quadri di volti femminili e altre ancora spacca letteralmente in due l’inquadratura allontanando i personaggi nelle loro divergenze, il tutto senza l’utilizzo della musica e dando spazio minimo all’uomo, che è sempre ripreso lateralmente, di schiena o non perfettamente a fuoco, portando avanti una evidente critica alla società patriarcale.

“Madame” a Gender Bender 2019

Madame è Caroline Della Beffa una vera e propria iron lady che nei primi anni del secolo scorso a Ginevra ha (forse inconsapevolmente) contribuito a spezzare numerosi tabù di genere nella sua personale lotta per affermarsi come una tra le prime donne d’affari (produttrice di corsetteria in seta, poi antiquaria e ristoratrice), single (separata dal marito in tempi in cui era impensabile per una donna sopravvivere ad un divorzio) e capofamiglia nella Svizzera francese degli anni ‘50.  A delineare il suo amorevole ritratto in questo documentario, costruito cucendo con la dovizia di un sarto frammenti di home movies, in uno stile patchwork riuscitissimo ed estremamente armonioso, è il nipote Stéphane Riethauser, regista, attivista gay e giornalista. È così che Madame diventa un doppio autoritratto, o meglio un ritratto di donna che contiene al suo interno, nascosto come in una epigenesi, l’autoritratto del nipote.

“El Principe” a Gender Bender 2019

Opera prima del 46enne scenografo Sebastian Muñoz, El Principe arriva a Gender Bender dopo aver vinto il Queer Lion 2019 alla Settimana della Critica, durante la 76esima Mostra del Cinema di Venezia e dopo essere stato presentato nella sezione Horizontes Latinos al festival di San Sebastian. Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Mario Cruz, narra la vicenda di Jaime (Juan Carlos Maldonado), giovane tormentato dall’impossibilità di esplicitare le proprie pulsioni sessuali verso il migliore amico, per il quale ha una vera e propria ossessione. Durante una serata piuttosto alcolica la situazione gli sfuggirà di mano e lo ucciderà ferendolo alla gola con i cocci di una bottiglia di birra. E proprio qui comincia il film, con l’ingresso in carcere del ragazzo che sancirà definitivamente la sua formazione umana e sessuale, grazie soprattutto a un decano chiamato El Potro (letteralmente il puledro, ma in italiano tradotto lo stallone) interpretato dal solito, impeccabile, Alfredo Castro.

“For They Don’t Know What They Do” a Gender Bender 2019

“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” prega Gesù dalla Croce nel Vangelo di Luca, perdonando e, al tempo stesso, quasi comprendendo e giustificando i suoi assassini. L’uso dei versetti del Vangelo di Luca nel documentario For They Not Know What They Do di Daniel Karslake è tuttavia più ambiguo tanto da sovvertire, nel contesto narrativo a cui dà il titolo, il messaggio di perdono originario. Partendo, infatti, dall’approvazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti nel 2015, il documentario segue la spietata offensiva della destra americana e del fondamentalismo evangelico contro i diritti LGBTQ. Il film costruisce una serrata dialettica tra condanna e riconciliazione, emancipazione e senso di colpa, politica e intimismo svelando la precisa strategia discriminatoria della destra americana mascherata come tutela della Costituzione e delle libertà religiose.

“Cartoline dall’America” di Massimo Bacigalupo ad Archivio Aperto 2019

Che il cinema sperimentale di Bacigalupo abbia punti di contatto con quello di Mekas (e subisca, inoltre, l’influenza di Stan Brakhage, Gregory Markopoulos, Maya Deren, al punto di rappresentare l’esempio più puro di “underground” italiano) è piuttosto evidente. Ma in Cartoline dall’America,  che abbiamo potuto ammirare nella versione ancora “in progress” il 28 ottobre e che è stata ri-sincronizzata da Home Movies, le tecniche di saturazione dell’immagine e di sovrimpressione tipiche dell’underground lasciano il posto al grado zero del cinema, a un’estetica minimalista e zen, secondo le parole dell’autore, fatta di luce solare e colori naturali, con cui Bacigalupo sembra voler superare un momento di indecisione professionale, di tormento esistenziale.

“Apocalypse Now” e i suoi ospiti invisibili

Dentro la casa poetica di Apocalypse Now molti ospiti visibili e invisibili sono entrati ed usciti. Il primo e ingombrante ospite, che tutti conosciamo, è sicuramente quel Cuore di tenebra di Joseph Conrad che il regista durante le riprese si portava dentro la tasca dei pantaloni e che a volte si sostituiva direttamente al copione di John Milius. L’ultimo ospite, in ordine di tempo, è probabilmente Tieni ferma la tua corona, di Yannick Hanael, pubblicato in Italia a fine 2018 da Neri Pozza. Curioso come, più o meno negli stessi mesi, mentre Coppola metteva mano alla terza versione di Apocalypse Now, Hanael stesse dando alle stampe un romanzo che è un omaggio alle ossessioni letterarie e cinematografiche e che contiene infiniti riferimenti proprio a questo film in particolare.