Fellini e la fantascienza tra Flash Gordon e “8½”

Fellini non ha mai nascosto la sua passione per Flash Gordon, space opera a fumetti di cui voleva dirigere un adattamento per il grande schermo. La pellicola fantascientifica di Guido non si farà, come il Flash Gordon felliniano, ma l’enorme rampa di lancio resta, ormai costruita, a testimoniare la sua débâcle. Promessa mai realizzata, il non-film all’interno di descrive efficacemente il ruolo che acquisiranno le produzioni degli anni Sessanta nella storia della fantascienza italiana. Il sci-fi tricolore non ha mai avuto vita facile: un mix di fattori culturali ed economici hanno impedito al nostro paese di elaborare una lettura alternativa del genere, invadendo le proprie sale con xerox di pellicole americane, film-metafora colti e sporadiche imprese.

La fisiognomica dal cinema agli emoji

Le mostre complementari #FacceEmozioni. 1500-2020: dalla fisiognomica agli emoji e I 1000 volti di Lombroso hanno indagato in modo interdisciplinare i rapporti tra cinefilia e archivi di volti del passato e del futuro. Archivi che, talvolta, diventano impossibili da controllare nelle loro deformazioni e mutazioni, diventando così folle di volti e, nelle loro infinite modificazioni digitali, quasi perdono quel realismo ontologico baziniano che rappresenta storicamente un punto di partenza per lo studio del cinema: difficile immaginare un terreno comune tra fisiognomica, pseudoscienza che collega tratti somatici e caratteristiche morali, e arti espressive, tra calchi mortuari di criminali e emoji digitali.

Chaplin incontra Fellini. Dialogo sopra due massimi sistemi

Se come scrive Jean Starobinski, l’altezza vertiginosa è al contempo la dimensione del clown acrobata e l’allegoria dell’atto poetico e creativo, allora, si può immaginare Fellini come un funambolo che, per attraversare l’abisso che lo separa dal suo film, mette in scena i propri incubi, fobie e desideri, compiendo metaforicamente un numero acrobatico che non ha bisogno di nessuna giustificazione al di fuori sé. Ciò che libera Fellini/Guido, ciò che lo redime è un atto d’amore nei confronti del mondo dell’arte, un atto di fiducia totale nelle infinite possibilità di combinazione della sua fantasia. Similmente Chaplin/Charlot si libera delle proprie angosce rappresentandole in forma di pura poesia visiva.

L’eroico infantile – Speciale “Richard Jewell” IV

Pur nella delusione di vedere Richard Jewell fuori dai giochi, prevedibile in luce del clima politico hollywoodiano e del fiasco al box office Usa, il fatto che solo Kathy Bates sia stata candidata all’Oscar per la sua interpretazione della madre del protagonista ha perlomeno l’utilità di evidenziare come centrale un aspetto del film, l’essere genitori, il cui ruolo nel racconto di questa straziante vicenda reale ha radici profonde nella contorta anti-mitologia dell’eroe eastwoodiano. C’è indubbiamente una linea pedagogica nei film di Eastwood, rintracciabile in rapporti genitore-figlio dove la trasmissione dei migliori valori americani va a braccetto con un’eredità diversa, fatta di quella violenza e solitudine che quasi fatalmente sembrano appartenere al popolo statunitense.

Clint Eastwood e il cinema come impegno morale – Speciale “Richard Jewell” III

Come accadeva anche alla consegna delle medaglie nel finale di Ore 15:17 – Attacco al treno, nella quale realtà e finzione si mescolavano in un cortocircuito fortissimo e spiazzante (su cui ancora non si è ragionato abbastanza) là dove i protagonisti del film, essendo stati anche i veri protagonisti della vicenda, erano al contempo sia persone che personaggi, con le attrici che interpretavano le madri a fianco delle vere madri dei protagonisti, anche qui ci troviamo di fronte ad una scena che, analogamente, porta con sé una simile sovrapposizione concettuale: la madre di Jewell, l’attrice Kathy Bates, nel salotto della sua casa, guarda una intervista del figlio. Quello che sta guardando in televisione però è il vero Richard Jewell in un telegiornale dell’epoca.

Il martirio dell’innocente – Speciale “Richard Jewell” II

Gli eroi degli ultimi anni di Eastwood sono persone comuni poste in situazioni estreme, figure estrapolate dalla cronaca ed elevate ad esempio di umanità da un grande creatore di miti americani. Jewell non fa eccezione, un uomo talmente fiducioso nella giustizia da sembrare talvolta ingenuo, il cui eroismo diventa motivo d’inquisizione in un sistema corrotto e malizioso, scandalistico prima che investigativo. La visione di Eastwood trapela limpida e viene perfino esibita con una frase scritta alle spalle di Sam Rockwell sul muro del suo ufficio casalingo: “I fear government more than i fear terrorism”. Richard Jewell è pieno di questi piccoli indizi visivi che le donano risonanza tematica e la regia ci invita ad esplorare lo spazio per scovarli, come l’accostamento di Jewell ad attori del passato mostrati in televisione, che incarnano e contemporaneamente trasferiscono le loro virtù al protagonista.

La solitudine dell’uomo buono – Speciale “Richard Jewell” I

Cosa ne sarebbe stato di Forrest Gump nel mondo reale? Perché Richard Jewell, realmente esistito, colui che sventò il disastro durante l’attentato alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 per poi ritrovarsi sospettato di esserne l’autore, nelle mani di Clint Eastwood diventa essenzialmente questo: un uomo buono, senza immaginazione né abilità sociali, incapace di leggere al di là di quello che viene detto, spinto a fare sempre del suo meglio dagli insegnamenti della mamma. Ed è considerato davvero un eroe, Richard Jewell, che concentrato solo sul suo dovere di addetto alla security adocchia la bomba e dà l’allarme, a dispetto della noncuranza e degli sfottò dei capannelli di poliziotti intenti a chiacchierare.

“La dolce vita” e la sua straordinaria storia produttiva

In occasione del centenario felliniano che tra le molte iniziative prevede anche l’uscita in sala della versione restaurata dalla Cineteca di La dolce vita (che a sua volta compie 60 anni dall’uscita), proponiamo in anteprima un assaggio della ricerca condotta da Barbara Corsi che, a partire dai documenti originali del fondo Giuseppe Amato, produttore del film insieme ad Angelo Rizzoli, ha ricostruito l’avventurosa storia della realizzazione del film. Ricordiamo del resto che la produzione di La dolce vita si chiuse con uno sforamento di budget clamoroso – 877 milioni di lire spesi invece di 666 – ma gli alti costi vennero recuperati grazie allo straordinario successo di pubblico che consentì al film di battere ogni record d’incasso.

 

“1917” e il virtuosismo tracotante

Nel tronfio trionfo di un virtuosismo utile a scaldare i cuori dei critici americani, Mendes salta dall’iperrealismo en plein air della prima parte al finale in trincea passando attraverso un fiume travolgente e soprattutto l’esplorazione notturna della fiammeggiante città in rovina. Qui l’impressione iniziale è che si occhieggi a uno straniamento di matrice teatrale, sostenuta proprio dall’origine artistica del regista. Poi, in un attimo, ci si sente calati dentro una versione estetizzante e più tracotante di Call of Duty o Battlefield 1 che con retorica magniloquenza maschera l’ipocrisia del manicheismo patriottardo. Alla fine i bravi soldati inglesi si stringono la mano e non piangono perché, insomma, sono uomini duri, ma come faccia un foglio di carta scritto con l’inchiostro di un secolo fa a resistere in acqua resta un mistero.

Cent’anni e un attimo. Fellini 100

Cent’anni e un attimo: Fellini ieri come oggi e così anche domani sarà faro, guida, maestro di generazioni infinite. Uno che ha dato il nome a cose che prima cercavano solo una definizione. È l’8 ½ di un autore, è l’Amarcord della nostra vita, è la Dolce vita del nostro tempo. Più si scandaglia l’opera dell’uomo che ha dato un nome alle cose, più ci si convince di quanto sia irrinunciabile. Per celebrarlo nell’appuntamento del centenario, proviamo a risondare le cose meno esposte di una carriera illuminata di grazia. E quindi, al di là delle pietre miliari, riprendiamo Roma, rapporto confidenziale e capolavoro nero, riprendiamo lo sbalestrato e inafferrabile Toby Dammit, riprendiamo Prova d’orchestra per filtrare nella parentesi allegorica il decennio più cupo…

Pierfrancesco Favino, anatomia di un (anti)divo

In 20 anni di carriera, lo abbiamo visto apparire in opere televisive e cinematografiche di vario genere. Ma guardando un po’ più attentamente, si nota un fil rouge in molte delle sue interpretazioni: l’uomo figlio del ’68. E quindi, un uomo in preda a un senso di spaesamento. Un uomo che non trova più un ruolo definito da ricoprire all’interno della società moderna. Dopo i moti del ’68, infatti, la nostra società ha subito profondi mutamenti e il ruolo del maschio si è trasformato senza avere più un contorno ben definito come in passato. Nasce così il suo divismo (e anti-divismo) made in Italy, nonché la sua capacità di metamorfosi. La sua recitazione ha saputo donare bellezza a film diversi e figure complesse da rappresentare. 

“Piccole donne” – Perché sì

La Gerwig propone una versione moderna del romanzo servendosi di una narrazione alternata tra passato e presente; questo espediente conferisce una rinnovata dinamicità alla storia, identificabile principalmente nella prima parte della pellicola. La messa in scena di eventi passati è caratterizzata da una contagiosa vitalità e il potere comunicativo delle protagoniste è tale da fuoriuscire dai limiti imposti dallo schermo. A questo si oppone un presente dai toni più sommessi e pacati. A rafforzare questa dualità contribuisce anche l’uso dei colori, accesi e brillanti nei flashback e più cupi quando le sorelle March si separano. Il contrasto sembra voler simboleggiare il rapporto antitetico tra adolescenza ed età adulta: se a caratterizzare la gioventù è un certo idealismo, crescere comporta un abbandono delle illusioni a cui segue una presa di coscienza della realtà.

“Piccole donne” – Perché no

In Piccole donne tutto “quadra” e tutto è minutamente cesellato e rifinito ad esempio nell’impianto formale, dalla stratificazione spazio-temporale alla fotografia, la colonna sonora di Desplat onnipresente ed enfatica. Un film di figure fin troppo definite che vive delle implicazioni culturali che lo sostengono e delle splendide prove attoriali ma che manca, se non per qualche parentesi (la morte di Beth, il ritorno del padre delle sorelle), di vitalismo e sentimento nella riproposizione della storia di Louisa May Alcott, come se Gerwig si fosse preoccupata di realizzare unicamente il solo e perfetto lavoro di adattamento, per quanto alla fine risulti inappuntabile.

Porte aperte ad “Hammamet”

Il film appassiona non poco nel mostrare l’apertura e l’acume dell’uomo e del leader, la sua visione ampia e priva di pregiudizi, la lucidità affettiva nel rapporto con i figli e i nipoti e quella politica nel confronto con colleghi e avversari. In una parola: il suo carisma. Il problema del film di Amelio non è la mancanza delle risposte, ma che queste domande non risuonino con la solennità e la severità necessarie. Se terremoto doveva essere, non sentiamo la terra muoversi sotto i nostri piedi. Se una finestra doveva essere rotta, non ci sentiamo in pericolo per i vetri a terra.

Dreyfus al cinema. Riscoprire “Emilio Zola” di William Dieterle

L’arrivo sugli schermi dell’ultima opera di Roman Polanski ha riacceso l’interesse sul caso giudiziario e politico di Alfred Dreyfus, riconosciuto colpevole di spionaggio, degradato e condannato alla detenzione da scontarsi nell’Isola del Diavolo. Tra le fonti di ispirazione citate da Polanski un posto di rilievo è occupato da Emilio Zola (The Life of Emile Zola) di William Dieterle. Distribuito nel 1937, impressionò il futuro regista con la scena della degradazione di Dreyfus, evento con cui si apre L’ufficiale e la spia. La pellicola su Zola fa parte delle biografie prodotte dalla Warner Bros. negli anni Trenta, dirette da William Dieterle ed interpretate da Paul Muni. Nello specifico fu la prima produzione targata Warner ad aggiudicarsi l’Oscar per il miglior film. Qui ricostruiamo la storia del film e tutto il contesto produttivo hollywoodiano di quegli anni. 

“The Lighthouse” e il fascino dell’ignoto

Ancora non distribuito, The Lighthouse evidenzia un linguaggio allusivo ma al contempo mostrativo, spingendo lo sguardo dello spettatore a perdersi nelle trame di allucinazioni lovecraftiane, nella riesumazione di un immaginario tentacolare che si espande senza sosta nonostante il costrittivo formato in 4:3; tale impostazione linguistica fa sì che si possa andare oltre il suggestivo quadretto in bianco e nero ed esplorare un ignoto arcano e proteiforme. Robert Eggers guida lo spettatore tra un “liquido” sentire (le lacrime, l’acqua, i liquami tossici della cisterna, gli scaldabudella dei marinai) e un vedere “nebuloso” (l’oscurità, le presenze ammalianti oltre il buio, le misteriose creature marine), conferendo al film un’aura maledetta da dramma claustrale.

“Tolo Tolo” tra satira e delusione

Non smette di interpretare il qualunquista, Zalone, che fugge dai debiti accumulati a Spinazzola verso l’Africa, vittima e carnefice del sogno di rivalsa piccolo-borghese e carico della consueta insolenza. Una guerra civile lo trasforma in “migrante per caso” o, piuttosto, in un turista costantemente fuori luogo che mette le proprie piccole-grandi necessità al centro di tutto. Tra esplosioni e pallottole volanti, crema anti-occhiaie e mocassini Prada, il paradossale viaggio della speranza verso la madrepatria è un pretesto per scontrarsi con storie e umanità a lui decisamente aliene. Il noto e chiassoso ritratto pugliese dal cuore tenero si fonde con temi oggi scomodi e ingombranti, nell’intento di confezionare un film acido e grottesco, ma al netto di tutto davvero fuori fuoco.

Il cinema del 2020

Scriviamo queste righe mentre le sale vengono scosse dall’atteso arrivo messianico di Checco Zalone, con incassi spaziali. Ma tutto il cinema italiano si sta comportando molto bene, grazie a Garrone (che ha saputo parlare al pubblico dei bambini con un film totalmente “garroniano”), a Ficarra e Picone e anche a Ferzan Ozpetek (destinato al suo migliore incasso da tempo). In generale, è stata un’ottima annata anche per il cinema d’autore e per il cinema di qualità, grazie ai buoni risultati di Polanski, Allen, Bong, Bellocchio, Schnabel, Almodóvar e molti altri. Si consideri poi che si è assottigliata la divergenza distributiva tra cinema spettacolare e cinema “di qualità”, se si pensa a come Tarantino o Joker in molte città siano stati offerti sia nei multiplex sia nei circuiti d’essai.

Venerati maestri del cinema contemporaneo

A chiusura del 2019, approfondiamo il tema dei “venerati autori”. I grandi cineasti della vecchiaia. In fondo è stato comunque l’anno dei maestri, aperto dalla lectio magistralis più anarchica: quella di Clint Eastwood (quasi novant’anni, ma chi ci crede?), il corriere che continua a dirci che non esiste un mondo perfetto. Ciclicamente promette che non tornerà di nuovo in gioco: e quando pensi che sia l’ultima volta, sfoderi la retorica del testamento, ti consoli nel ritrovarlo dietro la macchina da presa… ecco che ritorna. E poi Allen, Avati, Bellocchio, Leigh, Polanski, Scorsese, e altri. 

“Mad Max: Fury Road” – Lettera d’amore al film del decennio

Tornare a parlare di Mad Max: Fury Road di George Miller non è solo un piacere ma è doveroso dopo che il sondaggio condotto all’interno della nostra redazione lo ha incoronato film migliore del decennio 2010-2019, facendo alzare qualche sopracciglio. Correva l’anno 2015, un’annata clamorosa per il cinema mainstream: Inside Out, Star Wars: Il risveglio della Forza, Jurassic World, Avengers: Age of Ultron e Hunger Games: Il canto della rivolta – Parte 2 sono tutti usciti quell’anno. In mezzo a tutto ciò Mad Max: Fury Road arrivò da noi il 14 maggio e non somigliava a niente.

I migliori film del 2019 secondo i redattori

Dopo aver pubblicato la classifica generale dei migliori film del 2019, oggi ripartiamo dalla top 3 dei singoli redattori e collaboratori di Cinefilia Ritrovata. Se la graduatoria complessiva era infatti una sorta di super-media ottenuta dalle indicazioni dei nostri critici, in questo caso possiamo saggiare le preferenze singole, e scoprirci più o meno in sintonia con ciascuno. Pare confermato che in questo magnifico anno di cinema – che non ha finito di stupire nemmeno a Natale – si sono potuti vedere grandi film, forse più che nelle altre stagioni di questo decennio. Ma se alcuni titoli tendono a tornare di terzetto, altri invece stupiranno senz’altro i lettori.