Hynassis Port, 1963. Circa una settimana dopo l’assassinio del marito, Jacqueline Kennedy, detta Jackie, si è ritirata con i figli in una tenuta isolata nel Massachusetts. L’intervista di un reporter in visita da New York è il filo conduttore che ripercorre i giorni immediatamente successivi all’attentato di Dallas.

Al suo primo film hollywoodiano, Pablo Larraín  rinuncia ad alcuni dei suoi più fedeli collaboratori – dall’attore feticcio Alfredo Castro al direttore della fotografia Sergio Armstrong, da sempre presenti nei film del regista cileno – costruendo la sua opera più raffinata ed effimera, come il celebre tailleur rosa indossato da Jackie il giorno dell’omicidio, e, al tempo stesso, attraversata da un’aura inevitabilmente funesta, come le macchie di sangue di cui non vuole liberarsi per non recidere l’ultimo legame con il marito. Read more →

Nel cinema italiano del dopoguerra, non è raro trovare nei titoli di testa i nomi di letterati come Corrado Alvaro, Giorgio Bassani, Aldo De Benedetti, Diego Fabbri, fino ai casi particolari di Cesare Zavattini, Ennio Flaiano e Mario Soldati. Il cinema italiano ha spesso delegato loro la stesura delle sceneggiature con l’ambizione di proporre una lingua più aderente alla realtà. Oltretutto, questo lavoro garantiva una cospicua retribuzione non sempre assicurata dall’attività editoriale. Perciò Riccardo Molteni, il protagonista de Il disprezzo di Alberto Moravia, scrive per il cinema, consapevole, come l’autore, della lateralità dello sceneggiatore rispetto al regista. Accantonata la carriera teatrale, deve guadagnare per accontentare il desiderio della moglie di acquistare un appartamento.
Nel 1954, anno di uscita del romanzo, Moravia non è solo una star della letteratura europea ma anche scrittore organico al cinema: adatta con Bassani, Flaiano e Luigi Zampa il suo La romana, collabora a La donna del fiume di Soldati (già regista de La provinciale), è autore dei racconti all’origine di Peccato che sia una canaglia e Il pupo (episodio di Tempi nostri), entrambi di Alessandro Blasetti. Nonostante le affinità con Molteni, il vero calco è Vitaliano Brancati, che accettò di scrivere una sceneggiatura per esaudire il desiderio immobiliare della moglie Anna Proclemer (per la cronaca: firmato l’atto di compravendita, lei lo lasciò). Read more →

 

Stooges è sinonimo di Iggy Pop che a sua volta, nel cinema, è sinonimo di Jarmusch, mettere insieme questi elementi affini porta al montaggio di Gimme Danger, un documentario non così distante, se non nel tempo, da Year of the Horse (1997) che ripercorre la vicenda artistica di Neil Young & Crazy Horse. Anche la struttura del gruppo è simile, un leader carismatico che nonostante porti avanti progetti esterni alla band descrive il profondo legame con i suoi compagni come qualcosa di irripetibile, vera espressione della sua arte, energia simbiotica che si esprime al meglio solo quando suonano insieme, momento catartico in cui i suoni e idealmente i corpi si fondono in una persona sola.

Partendo dalle origini del nome la cui ispirazione deriva direttamente dai tre Stooges, lontani dalla slapstick comedy e più in sintonia con le visioni di Kerouac, gli Stooges sfoggiano con noncuranza cimeli nazisti e collezionano una lunga serie di indimenticabili e devastanti lanci di Iggy tra il pubblico, non sempre pronto ad accoglierlo tra le braccia. Read more →

 

In questi giorni abbiamo l’opportunità di vedere numerose autocromie realizzate dai Lumière nella mostra Lumière! L’invenzione del cinematografo (a Bologna fino al 5 marzo). I figli di Auguste Lumière, la sorella France, Louis Lumière, gli interni della villa di Monplaisir, le passeggiate tra le vigne e in spiaggia a La Ciotat, come già era accaduto per il cinematografo, sono i componenti dell’intera famiglia ad essere ritratti, soggetti prediletti, testimoni e protagonisti di questo prodigio tecnico: “la reproduction des sujets avec l’infinie variété des couleurs qu’ils présentent dans la nature”.

In uno dei manuali stampati da la Société A. Lumière & ses Fils (1910) in cui viene illustrato l’uso delle lastre Autochromes, prima di scoprire quali sono le Principe de la méthode Lumière, troviamo un dettagliato sunto delle principali invenzioni e i relativi brevetti che hanno preceduto questa scoperta fondamentale per la diffusione della fotografia a colori. Ne La photographie des couleurs et les plaques autochromes, titolo del libretto di introduzione alla tecnica, si parla del primo metodo a cui fanno riferimento i Lumière per raggiungere il loro scopo, ovvero “la reproduction photographique des couleurs mise à la portée de tous”. La fotografia tricromatica teorizzata da Charles Cros e Louis Ducos du Hauron nel 1869, senza entrare troppo nei dettagli, prevede l’utilizzo di tre lastre di vetro, tre negativi realizzati con tre diversi filtri, uno per ogni colore complementare, “le rouge, le jaune et le bleu”; la sintesi tricroma si ottiene con l’accurata sovrapposizione delle tre monocrome che vanno a comporre la fotografia a colori. Questo processo troppo laborioso e delicato non ne consente la diffusione su larga scala, lo stesso accade nel 1891 con il metodo diretto interferenziale di Gabriel Lippmann il quale semplifica la tecnica utilizzando una sola lastra e una superficie di mercurio che riflette la luce, occasione nella quale i Lumière mostrano il loro interesse verso la cromofotografia producendo delle speciali lastre. Read more →

 

Giocando un po’ su nomi e acronimi, come piacerebbe (o forse no) a Godard, oggi proponiamo una breve raccolta di autoanalisi che il regista ha fatto negli anni di Le Mépris, nostro film del mese, in sala in questi giorni in molti cinema italiani.

Il disprezzo è basato su cose essenziali: il mare, la terra, il cielo. I miei personaggi non sono più in accordo con la natura come lo erano gli Antichi, ma ho trattato il paesaggio come un personaggio, dandogli altrettanto spazio che agli attori. Il mio scopo principale è stato questo ritorno al classicismo, alla serenità. Il disprezzo è stato filmato in inquadrature molto lunghe (in tutto sono appena 150) e i totali, in cui gli attori sono come ‘persi’ nel décor, hanno una parte importante nel montaggio. Ho utilizzato solo i colori fondamentali, il rosso, il blu, il bianco, il verde… E sempre in toni molto puri. Non bisogna credere che si riuscirà in un’imitazione della pittura semplicemente pasticciando coi colori, sarebbe insensato. Bisogna filmare le cose con semplicità. […] Fritz Lang è il coro antico. È molto importante per me che nel film il regista Fritz Lang si chiami Fritz Lang, ma d’altronde non facevo del cinéma-vérité. Lang rappresenta tutto il cinema. Dovevo ritrovare tutto il cinema classico, da Chaplin a Griffith, fino ai cliché nel caso. Il disprezzo è un film sul cinema.

(Jean-Luc Godard, intervista in “Les Lettres Françaises”, 25 dicembre 1963) Read more →

 

Come si fa a diventare grandi se si è omosessuali nel ghetto nero di Miami, con una madre tossicodipendente e un gangster dal cuore d’oro come padre putativo? È questa il racconto di formazione portato sullo schermo da Moonlight, opera seconda dell’afro-americano Barry Jenkins che con Barriere e Il diritto di contare rappresenterà il black cinema agli Oscar 2017 – una pronta risposta dell’Academy alle proteste dell’anno scorso confluite nell’hashtag #OscarSoWhite. Read more →

 

Tra i registi più sorprendenti e innovativi di questi anni, Pablo Larraín merita un omaggio cinematografico e un approfondimento critico. Ci concentriamo infatti sulla cosiddetta “Trilogia del Cile”, per indagarne contenuti, metafore, riflessioni e analisi.

Un uomo sui cinquant’anni entra in studio televisivo per partecipare a un concorso di sosia del suo idolo più grande: Tony Manero. Ha lo sguardo cupo e non parla con nessuno. Il suo mestiere è proprio quello, dice, “lo spettacolo”. Raùl (Alfredo Castro) è un ballerino che si esibisce in una bettola con la sua modesta compagnia. Entra spesso in contrasto con il giovane idealista Goyo (Hécror Morales), che preferisce le danze folkloristiche cilene alle influenze imperialiste del Nord America. Read more →

 

In occasione dell’omaggio al noir americano degli anni Ottanta – declinazione di genere e di periodo che rischia di essere rubricata come mero passaggio di consegne nell’immaginario contemporaneo – offriamo un approfondimento su uno dei corpi indimenticabili del periodo: Kathleen Turner. Il suo Brivido caldo apre la rassegna.

Dopo averla rivista nei panni della principessa Leia, alcuni spettatori de Il risveglio della Forza infierirono sul presunto declino fisico della quasi sessantenne Carrie Fisher. La compianta attrice, cosciente del proprio posto nell’iconografia pop, silenziò gli idioti con poche parole: “il mio corpo non sarà invecchiato tanto bene quanto me» ma «bellezza e giovinezza sono qualità provvisorie”. Scontava, va detto, l’incessante somministrazione di psicofarmaci per combattere il disturbo bipolare. Un destino simile a quello di Kathleen Turner, magnifico giovane corpo oggi segnato dalle conseguenze di una malattia (in questo caso l’artrite reumatoide) e dall’alcolismo. Eppure quando Edward Albee le affidò, nel 2004, il ruolo di Martha nella ripresa del suo long seller Chi ha paura di Virginia Woolf? non lo fece solo per servirsi delle già morbide curve idonee allo sfiorito personaggio. Read more →

 

Mentre Il disprezzo continua la sua riscoperta nelle sale italiane, grazie al restauro distribuito da Cineteca di Bologna, noi dedichiamo a Brigitte Bardot un approfondimento sull’icona, e su ciò che è stato scritto e pensato su di lei nel corso degli anni, a partire dalle riflessioni di Simone de Beauvoir.

Brigitte Bardot, B.B, Bri. Bri., o che dir si voglia, ninfetta o sciupauomini, incarna “una versione decisamente moderna dell’eterno femminino”, così la definisce Simone de Beauvoir nel suo articolo Brigitte Bardot e la sindrome di Lolita, pubblicato in pieno boom Bardot, una testimonianza autorevole per analizzare questo audace fenomeno di costume. Read more →

 

Pur nell’entusiasmo della redazione per La La Land, qualche voce discorde si è levata. Lungi da noi ogni discriminazione e censura! Ed ecco dunque abbiamo chiesto a Francesca Divella una sorta di libera riflessione sul perché il film di Chazelle non ha incontrato il suo entusiasmo. E per fortuna: il sale della critica (come della democrazia) è la divergenza di opinioni. 

La La Land è un film a cui va sicuramente riconosciuto il merito di aver riacceso un focoso dibattito e dunque l’interesse sul musical, genere cinematografico tanto adorabile quanto bistrattato dal suo stesso ambiente. Un film che risulta quasi impossibile non commentare, una volta visto. Read more →