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Questa volta ci vogliono davvero cultori raffinatissimi per conoscere questo film del 1957, che verrà presentato e proiettato a Bologna il 9 dicembre, in 35 millimetri. In molti ne hanno parlato, tantissimi avrebbero voluto vederlo o rivederlo: I fidanzati della morte dopo la sua uscita è letteralmente scomparso per 60 anni. Oggi, dopo due anni di ricerche, la Rodaggio Film lo ritrova e lo riporta sul grande schermo, per la gioia di tutti gli appassionati delle due ruote.

Si tratta di una pellicola decisamente atipica, un film per mitologie motociclistiche lontane da Hollywood, ds Brando o da Hopper. Il film racconta con ritmo serrato il mondo delle corse su moto negli anni ’50: con molte scene dall’ultima edizione dell’epica Milano-Taranto, la rivalità Guzzi-Gilera per il primato mondiale, lo spettacolo scomparso del muro della morte italiano, le gare di sidecar “per soldi” sulle piste di terra battuta tedesche, rarissime immagini della galleria del vento della Guzzi di Mandello del Lario, l’inconfondibile circuito di Monza su cui si disputano i duelli più feroci. E le fasi di messa a punto di una delle moto più innovative di tutti i tempi, la leggendaria Guzzi 8 cilindri. Con un cast che comprende, accanto a Sylva Koscina e Rik Battaglia, tutti i campioni del motociclismo di quegli anni: Duke o Liberato Liberati, Dickie Dale, Albino Milani, e ancora Bill Lomas, Ken Kavanagh e Keith Campbell, Stanley Woods, Enrico Lorenzetti, Reg Armstrong.

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Torniamo ancora a parlare del rapporto tra Dylan e il cinema. Nella primavera del 1965 Bob Dylan arriva in Gran Bretagna per un tour acustico nei teatri. Per la carriera di Dylan questo è un momento di svolta fondamentale: a 23 anni, all’apice della fama come cantante folk impegnato e di protesta, ha appena pubblicato l’album Bringing It All Back Home, in cui il rigoroso folk politico chitarra classica e armonica dei dischi precedenti lascia spazio a sonorità rock e blues, con chitarre elettriche, basso e batteria (nel lato A) e testi più intimisti e surreali.

Dont Look Back, documentario  uscito nel 1967 di D. A. Pennebaker, racconta quelle tre settimane inglesi di Dylan, seguendolo nelle conferenze stampa, dietro le quinte in teatro prima di entrare in scena, nei momenti di relax in albergo con Joan Baez (fidanzata in procinto di essere sostituita) e tutto il suo entourage, mentre viene braccato dai fans o mentre affronta ospiti indesiderati e giornalisti. E poi ovviamente c’è la musica, con spezzoni del concerto alla Royal Albert Hall (splendide le versioni per chitarra e armonica di The Times They Are a-Changin’, Gates of Eden e Love Minus Zero/No Limit ) e canzoni cantate in libertà nelle stanze d’albergo da Dylan, Baez e Donovan. Read more →

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Comincia il Bob Dylan Day a Bologna, con una serie di proiezioni cinefile e musicofile, fonte di indiscutibili piaceri. Per festeggiare, abbiamo chiesto ai collaboratori di Cinefilia Ritrovata di affrontare alcuni film della rassegna. Ora tocca a Pat Garrett e Billy the Kid.

Il canto del cigno di un’epoca è affidato alla voce consumata dello storyteller di Duluth, Bob Dylan. Tra evocazioni sonore tex-mex e minimali tocchi di chitarra che si intensificano, in un finale barocco, mischiandosi a tre vocalist, flauti, violoncelli e contrabbassi, il menestrello americano si fa voce e corpo di un Ovest al suo tramonto nello struggente Pat Garrett e Billy the Kid di Sam Peckinpah. Quella furia cieca che “il mucchio selvaggio” non riusciva a tenere a bada nel cinico affresco del 1969, lascia il posto, nell’ultimo western del cineasta, a suoni, colori lividi, ritmo narrativo dilatato e ribalderia beffarda e a tratti cialtronesca. Read more →

Cheech Marin as Prospero, Bob Dylan as Jack Fate; Photo by Lorey Sebastian

 

Comincia il Bob Dylan Day a Bologna, con una serie di proiezioni cinefile e musicofile, fonte di indiscutibili piaceri. Per festeggiare, abbiamo chiesto ai collaboratori di Cinefilia Ritrovata di affrontare alcuni film della rassegna. Cominciamo da Masked and Anonymous.

In un’imprecisata nazione (gli Stati Uniti di un futuro distopico?) in piena guerra civile, tra violenza nelle strade e senzatetto, Jack Fate (Bob Dylan), cantante dal passato glorioso nonché figlio del dittatore morente, viene fatto uscire di prigione per partecipare ad un concerto benefico. In una giostra di avidi impresari (John Goodman e Jessica Lange), funzionari televisivi armati e minacciosi, politici inquietanti (Mickey Rourke) e cinici giornalisti a caccia di scoop (Jeff Bridges), immobile al centro rimane Fate, indifferente e serafico, a cantare le sue canzoni. Read more →

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In apertura una tragedia: un aereo che perde il controllo e si schianta sui grattacieli di New York. In chiusura un miracolo: l’ammaraggio dello stesso aereo, con un’intera città che si stringe intorno allo scampato pericolo. Fra i poli opposti ma complementari di ciò che poteva accadere e di ciò che è realmente successo, si dipana Sully, recente film di Clint Eastwood in programmazione in questi giorni al cinema Lumiere.

Una serie di flashback ricostruiscono la vicenda di quello che è passato alla storia come il “Miracolo sull’Hudson”: il 15 gennaio 2009 il pilota Chesley Sullenberger, detto Sully, è alla guida del volo Us Airways 1549 partito da “La guardia” di New York, quando l’aereo è vittima di un bird strike, un impatto con uno stormo di oche canadesi che mettono fuori uso entrambi i motori. In pochi secondi Sully capisce che il tentativo di ritornare in aeroporto si traduce in un sicuro schianto fra gli edifici e che l’unica via di salvezza è quello che potrebbe sembrare una morte certa: un ammaraggio sul fiume Hudson. I fatti danno ragione a Sully: la manovra d’emergenza riesce perfettamente, tutti vengono tratti in salvo. La Ntsb, l’agenzia statunitense che indaga sugli incidenti nei trasporti, invece lo mette sotto inchiesta per appurare la correttezza di una scelta pericolosa. Read more →

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Sono passati trent’anni dall’uscita di Velluto blu e il ricordo del film non si appanna di certo. Proposto nella retrospettiva sugli anni ’80 della Cineteca di Bologna, il capolavoro di Lynch è stato omaggiato di recente anche dal Nightmare Film Festival di Ravenna. Per l’occasione, Roy Menarini ha scritto questo saggio, che qui riproponiamo integralmente.

Rivedere oggi Velluto blu significa anche domandarsi che cittadinanza avrebbe un film così nel cinema contemporaneo. Non ci facciamo la domanda, peregrina, solamente da un punto di vista produttivo (peraltro, pensare che questo fosse un film MGM-De Laurentiis ribalta molti luoghi comuni sugli anni Ottanta), ma anche da un punto di vista dell’immaginario. Per quanto rizomatico, atomizzato e poco riassumibile sia il cinema degli anni Duemila – dove si passa dal mainstream più globale alla nicchia dell’extreme arthouse cinema – una “botta” come Velluto blu oggi sono in pochi (o forse nessuno) a poterla assestare, a qualsiasi livello si operi. Read more →

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“È una storia incredibile un evento storico che getta una luce oscura sui militari sovietici, una verità che le autorità si rifiutano di divulgare e che, purtroppo, non è così lontana dall’attualità. Atti brutali come questo sono ancora praticati, le donne continuano a essere oggetto di trattamenti disumani in numerosi Paesi in guerra”. Anne Fontaine

Polonia, dicembre 1945. A pochi mesi dalla fine della seconda Grande Guerra, il comunismo sovietico domina sulla Repubblica Popolare di Polonia, dopo che l’avanzata dell’Armata Rossa spinse fuori dal Paese le forze occupanti naziste. Furono anni funestati da numerosi disordini sociali e dalla depressione economica postbellica. A questi si aggiunsero le consuete brutalità che da sempre si accompagnano alle guerre. Secondo il diario di Madeleine Pauliac, giovane dottoressa francese della Croce Rossa, da cui è tratto Agnus Dei (grazie ad un’idea originale di suo nipote Philippe Maynial) furono 25 le religiose vittime dell’indicibile orrore di stupri ripetuti ad opera di soldati sovietici e tedeschi. Alcune furono stuprate fino a 40 volte, 20 morirono e 5 (7 nel film) si scoprirono incinta. Read more →

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Ovvero, come uscire dal letargo dei sensi grazie alla realtà virtuale. Oppure, come la realtà virtuale può offrire nuovi orizzonti al cinema. O ancora, come la VR può riuscire là dove il 3D ha fallito. La cosa più buffa, col senno di poi, è che potrebbe essere tutto merito dei videogiochi.

La storia ha inizio negli anni Novanta, quando il concetto di realtà virtuale prende piede e diventa di moda. Il primo film a essere puntualmente citato è Il tagliaerbe. Siamo nel 1992. Per i videogiocatori, in particolare, il virtuale sembra pura fantascienza, un miraggio lontano, un sogno. I giocatori, per definizione, amano abitare mondi altri. Lo fanno di continuo: vestono panni differenti, si muovono in contesti digitali, li esplorano e osservano dal di dentro. Il monitor, tuttavia, continua a essere una soglia, uno spartiacque concreto tra reale e finzionale. Read more →

playmisty2Volendo forse arrogarsi il merito di aver fatto conoscere Clint Eastwood al grande pubblico grazie agli spaghetti western di Leone, la distribuzione italiana etichettò l’esordio alla regia dell’attore dotato di due espressioni – con e senza cappello – con un titolo, Brivido nella notte, che ricorda più un horror di Mario Bava. Intuizione non del tutto sbagliata, peccato che in questo modo l’enfasi ricada completamente sull’aspetto thriller del film, tralasciandone un secondo che tuttavia funge da coadiuvante imprescindibile, quello musicale. Read more →

THE INDIAN RUNNER, Sean Penn (front), Dennis Hopper, 1991, © MGM

La musica, come è noto, è una componente imprescindibile del film, che si traduce talvolta nell’accompagnare il dispiegarsi del discorso narrativo, talvolta divenendo parte significante dello stesso, catalizzatore di messaggi che il regista intende inviare allo spettatore; così il pubblico, divenendo partecipe delle emozioni – di ansia, gioia o paura che siano – dei protagonisti, ne subisce in definitiva la suggestione. In tali circostanze, certo meno frequenti, è addirittura una canzone a determinare e a giustificare il prodotto cinematografico, da cui esso stesso scaturisce.

Nel caso di Lupo solitario si potrebbe effettivamente parlare di una vera e propria trasposizione per immagini della canzone di Bruce Springsteen Highway Patrolman (non certo una delle più note), a cui Sean Penn guarda al suo esordio alla regia. Siamo nel 1991, ben lontani da quella che sarebbe stata l’evoluzione di Penn dietro la macchina da presa e che lo porterà nel 2007 a firmare Into the Wild, ma appare evidente come sin dal suo primo esperimento registico, Penn abbia voluto tenersi lontano da una logica mainstream, sviscerando tematiche scomode e facendo ricorso a immagini forti, come la scena di un parto in cui ben poco rimane all’immaginazione. Read more →