Torniamo con un secondo approfondimento sul capolavoro di Martin Scorsese, preso da un altro punto di vista. 

“Vivendo nella Little Italy di Manhattan potevi scegliere fra diventare gangster o prete. Io scelsi la via religiosa, ma finii per diventare un regista”. Il neoadolescente Martin Scorsese, bloccato tra le mura di casa per via dell’asma, guarda dalla sua finestra il formicaio umano di Little Italy e i goodfellas che ne popolano le strade, carismatici e irraggiungibili, e sublima il suo isolamento dalla vita del quartiere con i grandi classici del cinema americano trasmessi in televisione. Quindici anni dopo esce nelle sale Mean Streets, film antesignano della poetica scorsesiana in bilico tra autobiografia e operetta popolare. Read more →

 

Capita che quando si pensa a New York non venga subito in mente il nome di Sidney Lumet, il cui Uomo del banco dei pegni è oggi sotto la nostra lente. Malgrado gli omaggi postumi e le tante occasioni per rivalutare e ripensare la sua opera, questo regista continua ad essere pigramente un po’ snobbato da chi è troppo impegnato a dispensare patenti di autorialità. Eppure basterebbe la sua vasta produzione, ancorché talvolta discontinua nella qualità, a comprovare – qualora ce ne fosse bisogno – il talento disinvolto e circostanziato di un regista educato, come Robert Altman, alla scuola della “live television” degli anni Cinquanta.

Infallibile direttore d’attori (ovviamente Quinto potere, ma come si fa a non pensare alla memorabile opera prima, La parola ai giurati, o all’esattezza di Assassinio sull’Orient Express e Il verdetto?), a Lumet interessa moltissimo il rapporto di forza che la città instaura con gli uomini che la abitano. Per eterogeneità e rilevanza, allora, è abbastanza impressionante la sua serie di film newyorkesi. Read more →

 

Nell’autobiografia poetica del figlio prediletto di Little Italy c’è il rock ‘n’ roll che accelera la scena narrativizzandola, il soul che la ammorbidisce con la sua linea melodica intimista e profonda, la tradizione lirica italiana che drammatizza il tessuto narrativo “sdrammatizzandone” i toni da melodramma noir. E poi c’è il montaggio di Sid Levin che cuce insieme i pezzi della realistica e dionisiaca “machine Scorsese” in un nostalgico affresco umano tra sacro e profano. Domenica in chiesa, lunedì all’inferno, mai titolo italiano è stato più azzeccato per definire le storie semiserie dei delinquentelli della piccola e notturna Italy, pronti ad essere iniziati ai violenti rituali della criminalità organizzata tra una tangente riscossa e un cero acceso alla Vergine.

Attingendo alla materia autobiografica della propria vita nel ghetto italiano, Scorsese trasforma l’inquieto disincanto delle backstreets in anti-inferno in cui l’azione, sottolineata dai contrappunti musicali, è conflitto fisico e mentale. La dolce Be My Baby di Phil Spector intonata dalle Ronettes apre Mean Streets sottolineando il contrasto acceso tra la vita irrequieta di Charlie (Harvey Keitel) e dei “ragazzi” – vero status symbol in ogni film di Scorsese – e le loro velleità misticheggianti da cattolici fai da te.

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New York City, 1979. Cyrus, leader afroamericano dei Riffs, raduna nel Bronx tutte le street gangs della città (più di 100.000 uomini in totale) per unirle in unico grande esercito e porre fine alle sanguinose lotte per il controllo dei quartieri. Nel bel mezzo del raduno Cyrus viene ucciso da Luther, anarchico leader dei Rogues, e la colpa dell’omicidio viene attribuita ai Warriors, carismatica gang di Coney Island. Per gli otto guerrieri è l’inizio di una frenetica fuga lunga 100 miglia per tornare a casa e sfuggire alle grinfie di tutte le bande della città, intenzionate ad eliminarli.

Al suo terzo lungometraggio per il cinema, Walter Hill rivela la sua ossessione per il potenziale mitologico al cuore della narrazione cinematografica e, prendendo a piene mani dall’Anabasi di Senofonte, crea un action western metropolitano che mostra il sottobosco underground giovanile dell’epoca senza alcuna pretesa di critica sociale ma che ha soprattutto il merito di dare una nuova identità iconografica alla Grande Mela. Read more →

 

Ombre (1959) è il primo film di John Cassavetes, a venir coinvolti nelle riprese sono gli attori del laboratorio di recitazione fondato assieme all’amico Burt Lane (padre di Diane Lane), creato in contrapposizione all’Actors Studio, il risultato finale è il frutto degli insegnamenti di questa scuola sperimentale che crede nell’improvvisazione sulla quale fonda il suo metodo, a conferma di tutto questo la frase chiarificatrice che chiude la pellicola: “The film you have just seen was an improvisation”.

Celebre la diatriba che vede contrapporsi Jonas Mekas e il regista. Mekas acclama la prima versione di Ombre in 16 mm, per poi stroncare i successivi ampliamenti accusandolo di aver reso la pellicola commerciale, modificandone quasi i tre quarti e ingrandendola a 35 mm; Cassavetes si difende sostenendo di aver solo migliorato il film eliminandone i difetti provocati dall’innamoramento per la cinepresa tipico dell’opera prima. Read more →

 

Un grande restauro per festeggiare i 50 anni del Grand Prix (così si chiamava allora la Palma d’Oro) vinta da Blow-up al Festival di Cannes nel 1967: la versione restaurata del film di Michelangelo Antonioni sarà presentata al 70° Festival di Cannes il 24 maggio dalla Cineteca di Bologna, Istituto Luce – Cinecittà e Criterion, in collaborazione con Warner Bros. e Park Circus. Il restauro è stato realizzato nei laboratori di Criterion a New York e L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna, con la supervisione del direttore della fotografia Luca Bigazzi. Noi proponiamo un viaggio tra i materiali di allora, grazie al Fondo Alessandro Blasetti.

Blow-up approda al Festival più glamour del mondo. Sulle pagine de l’Espresso Mario Soldati si diverte a renderne l’atmosfera: ‘Cannes. Il piroscafo Oriana, bianco, e dall’alta poppa operata e traforata, come una moderna versione di galeone, è al centro della rada e degli azzurri, dei verdi, dei grigi, degli argenti, degli acciai traslucidi e trascorrenti l’uno nell’altro, al continuo va e vieni del vento e del sole… Esplosione di una instabile primavera: era proprio questo che abbiamo sognato tutto l’inverno’. Read more →

 

Mario e Silla sono i soprannomi dati da Ranuccio Bianchi Bandinelli a Mussolini e Hitler nel taccuino in cui annota le impressioni suscitategli dai due durante la storica visita italiana del Fűhrer nella primavera del 1938, alla quale giocoforza prende parte perché ritenuto il più idoneo a ricoprire il ruolo di cicerone.  

Il documentario di Enrico Caria, L’uomo che non cambiò la storia, presentato lo scorso anno al Festival di Venezia, racconta le principali tappe di questo incontro attraverso l’uso del materiale d’archivio dell’Istituto Luce liberamente rimaneggiato da Caria che trae spunto Dal Diario di un borghese di Bianchi Bandinelli pubblicato nel 1948. Sono le pagine riproposte nel 1995 per le edizioni e/o (collana diretta da Goffredo Fofi) con il titolo Hitler e Mussolini 1938. Il viaggio del Führer in Italia ad aver suscitato maggiore interesse, evidentemente scatenato dall’anomalia del tema, dalle acute osservazioni di Ranuccio sui due leader, ben poco carismatici, e preannunciate da fantasiose elucubrazioni su un eventuale delitto perfetto: la loro tragica morte, qui solo immaginata ma pianificata nei minimi dettagli con conseguente sacrificio dell’insospettabile assassino e cicerone, anch’egli rimasto ucciso nella violenta esplosione. Read more →

 

“A notte le strade di New York riflettono la crocifissione e la morte di Cristo. Quando per terra c’è la neve e il silenzio è assoluto, esce dalle orrende case di New York una musica di così cupa disperazione e bancarotta da far accapponare la pelle.”

È il 1939 e la paranoia esistenziale catturata dalle parole sanguigne di Henry Miller in Tropico del Capricorno è ancora lontana da quel sentimento di shock e paura in cui inizia a trovarsi l’individuo medio americano a partire dalla seconda metà degli anni ’60, eppure è in grado di descrivere, almeno in parte, il sentimento di soffocamento provato nell’ambiente metropolitano. Lo stesso percepito da Jon Voight, cowboy naïf che abbandona la provincia texana e un futuro da lavapiatti, per rincorrere fantomatici sogni di ricchezza come gigolò, in Un uomo da marciapiede nel suo vagare per le strade newyorkesi. Un vagabondare amplificato da un’inseparabile radio portatile che incessantemente parla con la voce di irrilevanti popular songs e slogan pubblicitari. Read more →

 

Rosemary Woodhouse (Mia Farrow) è una mogliettina inibita e sospirosa, subalterna alle mire carrieriste del marito Guy (John Cassavetes), attore teatrale di scarso successo. L’arrivo dei due nel nuovo appartamento newyorchese, il cui interno ricorda vagamente quello di Repulsion, somiglia all’ingenuo idillio di una telenovela. La casa sembra perfetta per la coppia di innamorati, in procinto di concepire il primo figlio, almeno fino all’incontro con gli invadenti vicini di casa, gli anziani coniugi Minni e Roman Castevet (Ruth Gordon e Sydney Blackmer). Membri di una secolare confraternita di satanisti, i Castevet stringono un patto con Guy per portare la sua carriera alle stelle.

Da qui in poi la storia si dipana in un film horror, ma senza horror, come se lo stesso Polanski, alla sua prima opera hollywoodiana, non avesse veramente fede nel terrore che crea. Se in Per favore… non mordermi sul collo la paura era infantile e parodistica, in Rosemary’s Baby, spinto dal suo profondo ateismo, Polanski rifiuta di mettere in scena qualsiasi dimensione mistica o sovrannaturale, basando l’intera narrazione sul tema dell’ambiguità. Read more →

 

Siamo a quattro partite dalla finale del campionato di baseball. I Metz hanno avuto un’inaspettata rimonta sui Dodgers e, di partita in partita, il Cattivo Tenente, poliziotto corrotto e dedito a ogni tipo di droga, vede raddoppiare il suo debito con un pericoloso allibratore. Nel frattempo una suora viene stuprata da due balordi in una chiesa cattolica. Sulla testa dei colpevoli viene messa una taglia di 50.000 dollari che potrebbero aiutare il protagonista a saldare i suoi debiti di gioco.

Come un pirata cinefilo Abel Ferrara saccheggia dallo Scorsese di Mean Streets e da Michael Cimino, passando per il Copkiller di Roberto Faenza, in cui la bassezza morale del tenente Fred O’Connor (sempre interpretato da Harvey Keitel) sembra aver ispirato in parte quello del regista italo-americano. Read more →