Chi ha “Paura” di Richard Wright?

Paura (1940, in originale Native Son) di Richard Wright fu il primo romanzo di un autore afro-americano ad essere selezionato, seppur dopo pesanti tagli, dal prestigioso Book-of-the-Month Club, diventando l’archetipo per il genere del romanzo di protesta sociale che tanti autori afro-americani seguiranno e da cui altrettanti prenderanno le distanze. In meno di un secolo di vita, il romanzo di Wright ha interessato registi come Welles, Rossellini e Carné e ispirato ben tre riduzioni filmiche, prova dello sguardo particolarmente cinematografico del suo autore e dell’attrazione, mista a repulsione, che il romanzo esercita sulla cultura afro-americana e americana. L’uccisione del cittadino afro-americano George Floyd da parte della polizia e la conseguente eruzione di disordini razziali ci dimostra quanto l’indagine di Richard Wright della società americana sia ancora rilevante.

“Doppio sospetto” e lo specchio del perturbante

Il lavoro di Olivier Masset-Depasse pullula di immagini del doppio: dapprima insiste sul tema dello specchio, e poi ne mostra implacabilmente le crepe. Richiama manifestamente un immaginario noto: è Douglas Sirk – il suo Technicolor fiammeggiante, le sue eroine borghesi sconquassate dalle passioni – il riferimento a cui rifarsi, lo stile da emulare e poi, post-modernamente, trasformare in maniera. Come nei melodrammi del maestro austriaco, tanto più la tragedia si fa lacerante quanto più si allarga un abisso raccapricciante tra la materia narrativa e la forma, che non rinuncia alla magniloquenza sfavillante, al barocchismo irriguardoso. E si allunga anche l’ombra di Hitchcock.

“In viaggio verso un sogno” e l’America della pietas

In viaggio verso un sogno rischia di passare fra le maglie cinefile come un feel-good movie qualunque. Eppure è un film che sceglie di avere un cuore d’oro ma non vuole essere buonista, e tratta il tema dell’handicap più attraverso l’attenzione all’individualità che ai riguardi irreggimentati del politically correct. E che mette in scena la sua storia con tale semplicità e delicatezza, verso i sentimenti dei personaggi e degli spettatori stessi, da divenire qualcosa di cui ogni tanto si sente proprio il bisogno: cinema classico in purezza, fatto della materia di cui sono fatti i sogni. In questo viaggio fra le sideways del vecchio Sud degli U.S.A., i registi e sceneggiatori Tyler Nilson e Michael Schwartz inseriscono accenni che risuonano a fondo nella cultura statunitense.

L’enigma laico di “Bar Giuseppe”

In Bar Giuseppe, si impone uno stile di regia assolutamente innovativo, che affianca ad una fotografia hopperiana (il bar nell’area di servizio, le luci gialle dei lampioni nella notte, gli avventori seduti come spalmati sui muri del locale, le inquadrature suddivise geometricamente dalle architetture), movimenti di macchina continui (carrelli in avanti, indietro, in senso opposto rispetto alla marcia dell’oggetto seguito, in chiave di allontanamento), panoramiche e carrellate circolari ad esprimere il senso di spaesamento del protagonista. Questa impostazione ossimorica del film induce a mantenere una distanza che impedisce di non percepire un certo scollamento tra le immagini e la storia. 

Fight the Power! “Queen & Slim” e la conseguenza delle azioni

Alla luce del brutale omicidio dell’afroamericano George Floyd per mano di un poliziotto bianco in Minnesota, Queen & Slim – primo lungometraggio di Melina Matsoukas, uscito in Italia a ridosso del lockdown e ora disponibile in Blu-ray – assume ulteriore valore e aggiunge un altro importante tassello nel processo di emancipazione iconografica del nuovo cinema nero statunitense. Se con Moonlight (2016) e Se la strada potesse parlare (2018) Barry Jenkins ha avviato la decostruzione di ingombranti cliché legati alla rappresentazione del ghetto nero e dei suoi abitanti, Matsoukas ne segue l’esempio applicandolo a un’altra immagine cinematografica legata all’afroamericano, ovvero la vittima inerme della violenza della polizia. 

“Georgetown”: chi è la vittima?

Quando gli autori di un film ci dicono troppe volte che le vicende narrate non si riferiscono a fatti realmente accaduti o che i personaggi non sono da confondere con persone veramente esistite, diventiamo subito sospettosi e abbiamo voglia di indagare. Nel caso di Georgetown il disclaimer è addirittura doppio, all’inizio e alla fine del film, rispettivamente prima e dopo una scena di onori militari che ci sembra subito improbabile, quasi una citazione cinematografica da Lawrence d’Arabia. Realtà e narrazione cinematografica si confondono volutamente. Esordio alla regia di Christoph Waltz, che, interpretando anche il protagonista maschile Ulrich Mott, aggiunge un’ulteriore caratterizzazione alla sua galleria di inquietanti seduttori, il film ricrea fedelmente la vicenda, prima sentimentale e poi processuale, di Albrecht Muth e Viola Herms Drath.

“Cuphead” e l’animazione classica

Nel 2017 il mondo del gaming si vide sorpreso dall’arrivo di un nuovo videogioco, anticipato da numerosi trailer aventi protagonisti due curiosi omini con la testa a forma di tazza: Cuphead, un game run ’n’ gun in 2-D, creato e sviluppato dai fratelli Chad e Jared Moldenhauer per lo studio indipendente MDHR. L’innovazione che Cuphead ha portato sul mercato dei videogiochi è la sua contestualizzazione in un’epoca del passato, per cui il giocatore si trova immerso in pratiche e modalità di visione puramente “vecchio stile”. Ispirati dalle opere di Ub Iwerks e Walt Disney, Cuphead e Mugman ricalcano nello specifico la fisionomia del primo Mickey Mouse e di Oswald the Lucky Rabbit

Lo stillicidio emotivo di “Honey Boy”

Ci si potrebbe affannare sulle valenze compensatorie del film per LaBeouf, visto che la sceneggiatura è stata concepita mentre l’attore si trovava in riabilitazione, come parte della sua terapia psicologica, e vista la decisione di interpretare – peraltro ottimamente – il proprio padre. Eppure, nonostante un autobiografismo disarmante, una creazione così ombelicale non ha per fortuna portato all’autocompiacimento: Honey Boy intelligentemente sfugge la tentazione di tracciare un arco narrativo di dannazione o redenzione del protagonista rispetto al proprio passato, e mette in scena il dolore nel minimalismo di una resa dei conti quotidiana e inesausta, sia da bambini che una volta diventati adulti.

“Magari” e le buone intenzioni tra infanzia e formazione

L’Italia è un Paese in cui, se fa un film la nipote di Gianni Agnelli, finisce per fare più notizia la disamina genealogica dell’autrice che la sostanza del film. Per questo cercheremo di non soffermarci troppo sul lignaggio della regista di Magari, che di cognome fa Elkann (Ginevra Elkann), ed è la terza dei tre figli di Margherita Agnelli, sorella di John e Lapo. Magari è dunque il debutto alla regia di una over forty, che a diciannove anni era assistente alla regia di Bernardo Bertolucci per L’assedio (1998) e un anno dopo era al fianco di Anthony Minghella sul set de Il talento di Mr. Ripley (1999). Per poi fondare nel 2012 la casa di distribuzione cinematografica Good Films, insieme a Francesco Melzi d’Eril, Luigi Musini e Lorenzo Mieli. Ora è in esclusiva su RaiPlay. 

Monsieur Cinéma

Icone, star, divi e dive . . . sono diverse le espressioni che usiamo per descrivere gli attori e le attrici a noi più cari: nel caso di Michel Piccoli, la sua carriera è qualcosa di più ancora: un viaggio attraverso 170 film nelle diverse terre della cinefilia che lo rende interprete del cinema stesso e delle sue evoluzioni dagli anni 50 ai giorni nostri. Dai film di genere a quelli d’autore, dai toni meta-cinematografici della Nouvelle Vague al surrealismo di Buñuel e al grottesco di Ferreri, Michel Piccoli è Monsieur Cinéma, sinonimo della finzione cinematografica e della settima arte, che l’attore ha incarnato nel film di Agnès Varda Cento e una notte (1995), omaggio al centenario della nascita del cinema.

Milano ha perso la testa per “La dolce vita”

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. Non poteva mancare un pezzo su La dolce vita (1960). Scelta difficile perché molti intellettuali hanno scritto pro o contro su questa pietra miliare del cinema mondiale all’epoca della sua tanto discussa uscita; Pasolini, Fortini, Montanelli, Moravia, Mosca, Russo, Spriano, solo per citarne alcuni in ambito nazionale. Ma sul cinema di Fellini, mancano le voci femminili del Bel Paese. E quella di Camilla Cederna è così originale, fuori dal coro, che era ingiusto citare il suo articolo nella precedente puntata a lei dedicata, senza riportarne almeno un estratto.

“I Miserabili”, training days nell’Île de France

Ladj Ly, nato in Mali 42 anni fa, esordisce nel lungometraggio di finzione con I Miserabili, estensione paterna dell’omonimo corto da lui diretto nel 2017, aggiudicandosi il Premio della Giuria a Cannes 2019. Sceglie musiche ipnotiche che ricordano le partiture di Cliff Martinez per Soderbergh, un montaggio veloce che concede rare soste di quiete e una macchina da presa enfatica e volitiva. Guarda a Victor Hugo per il suo Issa-Gavroche e a Spike Lee per sé, per stile filmico e dignità nera (impossibile non pensare agli abusi dei poliziotti bianchi sulle giovani di colore di BlackKklansman quando Chris, reattivo collega di Stéphane, ferma pretestuosamente tre ragazzine nere alla fermata del bus).

“The New World” e la critica all’etnocentrismo

Malick si ferma agli albori di quello che sappiamo sarà un genocidio, e dopo l’operazione mastodontica di The Tree of Life il suo linguaggio si atomizza in racconti minimi e intimisti, quasi accettando l’impossibilità di concepire un discorso storiografico in uno scenario come quello contemporaneo. Ma The New World non è solo un racconto di perdita e sconfitta, e tramite il personaggio di Pocahontas, che come altri personaggi malickiani ci mostra  una tenace e incrollabile fedeltà alle proprie istanze interiori, il regista texano prosegue il suo percorso da inesausto idealista, continuando a mostrarci il potenziale umano.

“Il fantasma dell’opera” e la Hammer. Il pianto del mostro e l’orrore del bello

Nella lunga storia di successo della Hammer Film Productions, Il fantasma dell’opera rappresenta forse il primo vero passo falso, almeno in termini commerciali. Distribuito in America dalla Universal, forte di un budget più cospicuo rispetto alla media dello studio inglese ed abbastanza “sulle mappe” da far pensare per qualche tempo a una possibile partecipazione come protagonista di Cary Grant, Il fantasma fece fiasco al botteghino, e ancora oggi è ricordato soprattutto “per singole sequenze da cui emerge il talento registico di Fisher” (Mereghetti). Al di là del disaccordo per la freddezza con cui è stato storicamente trattato, questo film riuscito a metà, piatto nella scrittura ma spesso folgorante nella messa in scena, appare oggi come un prezioso summa del percorso della Hammer fino a quel momento, fra le chiavi migliori per dischiudere i segreti del suo affascinante mondo.

I menestrelli di Walt Disney

Disney scelse come suo marchio, da amante del Medioevo e della musica sinfonica, il castello di Neuschwanstein, che fece costruire anche all’interno del suo parco di divertimenti a Orlando. Tutti i castelli dei suoi film sono una riproposizione di Neuschwanstein, dalla versione più cupa e spaventosa a quella più brillante e aperta. Principesse, principi, streghe cattive, maghi e fate buone sono i personaggi probabilmente rimasti più impressi dell’immaginario neo-medievale Disney. Tuttavia c’è un soggetto che, nonostante sia difficile da inquadrare, ritorna spesso e attraverso le sue rare e brevi apparizioni all’interno di questi sogni si rende indimenticabile: il menestrello.

Tre passi nel delirio con Camilla Cederna

In occasione delle celebrazioni felliniane, proseguiamo con la pubblicazione di alcuni estratti di articoli che scrittori, poeti e intellettuali hanno dedicato al Maestro e al suo cinema, contenuti nel fondo Calendoli. È la volta di Camilla Cederna (Milano 1911-1997), una delle prime donne in Italia a conseguire la laurea. Di estrazione alto-borghese, la sua carriera di giornalista e scrittrice di costume e di politica (dal 1945 al 55 è redattrice del settimanale L’Europeo e successivamente,...

“Favolacce”. La crisi e il masochismo

Gli alberi, un temporale estivo, la periferia romana, la disoccupazione e il decadente contemporaneo. Favolacce inizia pienamente assestato sui binari del cinema del reale italiano. E come tale sembra sposare la dedizione verso un racconto degli ultimi, verso uno sguardo sul marginale (dedizione già sviscerata nel precedente La terra dell’abbastanza). Ma, lo si può intuire subito, il secondo film dei fratelli D’Innocenzo (Orso d’argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale 2020) percorre tutta un’altra strada. L’ultima collaborazione dei registi al soggetto di Dogman, per esempio, ne era un fatto sintomatico. I due realizzano un cinema del ritorno agli sfarzi del grottesco, narrativo e poco votato al manierismo, impegnato a raccontare l’oggi.

“Buio” e le piccole donne che resistono

Opera prima di Emanuela Rossi, Buio è un film suddiviso in capitoli scanditi dalle illustrazioni di Nicoletta Ceccoli. Infatti, come afferma la stessa regista, è stata proprio un’opera di questa artista ad averla ispirata per la trama del suo film. Girato per lo più all’interno della casa in cui abitano le piccole donne, sono loro le vere protagoniste del film. Tutt’e tre vestite convestaglie “alla Wendy”, come le definisce Rossi stessa, le vediamo impegnarsi i giorni nello studio e nel fare ginnastica. In particolare, spicca tra tutte Denise Tantucci, precedentemente vista in varie fiction. Perfettamente centrata nel ruolo di sorella maggiore, dà il meglio di sé nei primi piani grazie alla forza della sua espressione facciale. Non è da meno l’attore protagonista, Valerio Binasco che, di certo non alle prime armi, sa ben incarnare il padre affettuoso e sadico allo stesso tempo.

Antonio Pietrangeli e il femminile

È piuttosto noto il fatto che Antonio Pietrangeli non sia stato un regista particolarmente apprezzato dalla critica nell’arco della sua carriera, e che sia stato rivalutato solo dopo la sua morte. Naturalmente è troppo facile ergersi a “critici dei critici” e disapprovarli a posteriori, eppure ad oggi risulta difficile comprendere il motivo di tale scarsa valorizzazione del lavoro del regista romano, la cui filmografia (in parte recuperabile su Amazon Prime Video e RaiPlay) stupisce per l’incredibile modernità e per l’ampia gamma di sfumature nella raffigurazione dei personaggi femminili, che pur essendo ognuno a proprio modo rappresentativi dei cambiamenti di un’epoca e dei suoi costumi, mantengono la loro unicità e forte caratterizzazione. 

“Buttiamo giù l’uomo” e il rovesciamento delle attese

Diretto da due registe, Bridget Savage Cole e Danielle Krudy, Buttiamo giù l’uomo (attualmente su Amazon Prime Video) suggerisce sin dal titolo un’intenzione femminista così apologetica da esserne evidentemente anche l’immediata presa in giro. E da subito capiamo che non tutto sarà come ci si aspetta, da una scena d’apertura memorabile in stile musical, dove disposti in armoniosa simmetria gli attori cantano e fanno anche l’occhiolino alla cinepresa; solo che non vengono accarezzati dalle studiate luci glamour dell’epoca d’oro di Hollywood, ma di tratta di ispidi pescatori del Maine, inguainati in pesanti paramenti impermeabili, impegnati a trafiggere pesci in un’atmosfera gelida.

“Salò” e il riso dell’abiezione

In occasione dell’uscita in Blu-ray di Salò o le 120 giornate di Sodoma, edito da CG Entertainment e contenente la versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, ci soffermiamo sull’“astenia” rivoluzionaria e sulla bulimia linguistica del potere teorizzate dal regista, affrontando in particolare il tema del riso. Nel regno dell’abiezione immaginato da Pasolini in Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’espressione linguistica diventa comportamento svuotato di senso, il motto si trasforma in sciatta propaganda e il linguaggio del potere si manifesta in una geometrica coazione a ripetere. Ecco allora il perché della struttura – l’Antinferno e i tre gironi – del “teorema” delle perversioni fisiche, di quell’abisso epistemologico che segna un solco tra la Storia svanita e le storie soppresse.