whatshot In evidenza: Cinema Ritrovato 2018

Intervista a Marie-Claire Kuo, fondatrice del Centro di documentazione e ricerca sul cinema cinese

Mentre in Francia il movimento del Sessantotto aveva dato il via alla scoperta di nuove culture, la rivoluzione culturale in Cina stava contemporaneamente chiudendo le vie di comunicazione con l’estero. In quel periodo Marie-Claire Kuo, curatrice della sezione ‘La rinascita del cinema cinese (1941-1951)’, era ricercatrice presso il dipartimento di cinese dell’Université Paris-VII. La sua missione di approfondimento e condivisione della cultura cinese attraverso il cinema la condusse a fondare nel 1979 il Centre de documentation et de recherche sur le cinéma chinois (CDCC). I film cinesi in rassegna al Cinema Ritrovato provengono principalmente da questa collezione.

“La Gerusalemme liberata” di Enrico Guazzoni al Cinema Ritrovato 2018

Una grande opera d’arte del cinema muto italiano e uno dei film più importanti e studiati della storia del cinema è La Gerusalemme liberata di Enrico Guazzoni, già cartellonista e decoratore, dal 1907 autore in casa Cines de Il poverello di Assisi (1911), Quo Vadis? (1913) e Marcantonio e Cleopatra (1913), per citare i più noti. Una prima versione in pellicola della Liberata, da ritenersi ad oggi  perduta, fu realizzata nel 1911: tra gli interpreti vi figuravano Giovanna Terribili Gonzales, Fernanda Negri-Pouget, Emilio Ghione e Amleto Novelli. La seconda versione prodotta dalla Guazzoni-film datata 1918 ci è giunta integra ed è una copia testimone conservata al CSC – Cineteca Nazionale di Roma, che presenta le didascalie esplicative in inglese e imbibite di rosso. Si basa anch’essa, come la princeps del 1911, sull’omonimo poema di Torquato Tasso (1544-1595) ambientato durante il sesto anno della prima crociata, poco prima della conquista definitiva di Gerusalemme.

“L’appartamento” di Billy Wilder al Cinema Ritrovato 2018

Il suicidio non era un tema così amato dalla commedia hollywoodiana e su cui era facile creare gag, o meglio non era facile farlo con le intenzioni di Wilder. Ci avevano provato altri, alcuni più famosi come Frank Capra, ma anche registi meno noti come George Marshall in La mia amica Irma. Wilder però aveva come obiettivo lo sradicamento del perbenismo americano, e attaccava su tutti i fronti il sistema classico, pur restandogli fedele. Così anche se i suoi personaggi durante il corso della narrazione tolgono la maschera, ciò che nel lito fine, ironico e geniale, Wilder attua è un finto smascheramento per mostrare quanto falso sia il cinema. In quell’appartamento, dove Lemmon ha appena gettato la pistola in uno scatolone e poco dopo gioca a carte con la MacLaine, ci sarà mai un vero lieto fine?

“Enamorada” di Emilio Fernandez al Cinema Ritrovato 2018

Fernandez, che in prima persona aveva partecipato alla rivoluzione messicana (1917) ed era stato in prigionia, ambienta Enamorada in quello stesso frangente storico, producendo una pellicola che diverrà il simbolo dell’epoca d’oro del cinema messicano nel mondo. La trama melodrammatica di Enamorada è illustrata dalla fotografia di Gabriel Figueroa, che predilige immagini pittoresche di panorami con una profondità di fuoco riecheggiante quella dell’incompiuto Qué viva Mexico! di Ejzenstejn. Il film si apre con una carrellata dichiaratamente western che galoppa al ritmo della rivoluzione messicana: bombe e rivoluzionari a cavallo scorrono per introdurci nel contesto della storia. Un contesto che con il western ha in comune anche una certa visione romantica della frontiera (qui la città di Cholula) intesa come ideale di libertà e di speranza di riscatto per i più deboli e poveri.

“Čapaev” dei fratelli Vasil’ev al Cinema Ritrovato 2018

Sergej e Georgij Vasil’ev, conosciuti semplicemente come “fratelli Vasil’ev” (ma fra i due non c’erano legami parentali), sintetizzano e rispecchiano a partire dalla loro stessa formazione la storia del cinema sovietico: dopo l’entusiasmante periodo del muto e la sperimentazione delle avanguardie, l’elemento propagandistico diviene preponderante e la crisi profonda degli anni Trenta rappresenta uno stallo nella produzione e distribuzione di film originali. Parallelamente, dagli studi presso l’Istituto di Arte di Leningrado e di Mosca, dalle esperienze come montatori al Goskino, senza dimenticare la lezione di Sergej Michajlovič Ejzenštejn, i fratelli Vasil’ev realizzano con Čapaev un esemplare e paradigmatico equilibrio fra istanza autoriale, approfondimento psicologico di situazioni e personaggi e intenzioni propagandistiche.

“La vendetta del mostro 3D” di Jack Arnold al Cinema Ritrovato 2018

Stando alla teoria secondo cui gli horror devono il loro successo alla capacità di incarnare angosce serpeggianti per il tessuto sociale, il Gill Man di Arnold si candida come vero e proprio embodiment della sessualità istintuale: creatura selvaggia e aggressiva, capace di comunicare solo mediante versi e grugniti, si invaghisce puntualmente di giovani donne che finisce per rapire. Se nel primo capitolo gli occhi del mostro erano tutti per la bruna Julie Adams, La vendetta del mostro sembra invece innvervato di una vera e propria ossessione per le bionde, che ricorrono dalle prime battute sino dell’entrata in scena di Lori Nelson, ittologa platinata con una somiglianza incredibile a Sandra Dee. Questa volta toccherà ad un uomo di scienza, il Clete Ferguson interpretato da John Agar, difendere la donna dalle avance della creatura e, indirettamente, da quelle dei suoi simili: doppio complementare del mostro è infatti Joe Hayes, l’uomo ha catturato il Gill Man e lo tiene in custodia.

Il tributo all’amore di “Enamorada”

Anche quest’anno al Cinema Ritrovato diamo spazio ai giovani critici in una sezione apposita. Sotto le stelle di Piazza Maggiore non assistiamo solo al cinema ma anche ad uno spettacolo di musica messicana che si conclude con Malaguena Salerosa, per la prima volta suonata nel film Enamorada e poi ripresa da Tarantino in Kill Bill Vol.2. Grazie alla sezione “Ritrovati e Restaurati” del Festival del Cinema Ritrovato, la curiosità degli spettatori viene stimolata e messa in gioco attraverso uno dei film cult del cinema messicano. Enamorada ritorna alla luce grazie al restauro della UCLA Film & Television Archive e al World Cinema Project, con il contributo di Martin Scorsese e Olivia Harrison, presenti alla serata. La figura di Emilio Fernandez, il regista, si erge come quella della statuetta degli Oscar (pare che egli abbia posato come modello per la sua progettazione): un militante della rivoluzione messicana che evase dal carcere e si rifugiò in America, dove scoprì il cinema. 

“Vittime del peccato”: musica e moralità

All’estero, ogni cinematografia si è confrontata con queste tematiche in forme più o meno riuscite e accattivanti, in particolare quella sudamericana, dove la medesima matrice cattolica poneva la questione morale allo stesso piano dei corrispettivi italiani. Ne sono esempi i film cubani presentati al Cinema Ritrovato 2016 e ancor di più quelli messicani di questa edizione, tra cui spicca Vittime del peccato di Emilio Fernández, regista, sceneggiatore e attore tra i più prolifici nell’età d’oro del cinema nazionale. Le vicende dell’avvenente Violeta, ballerina di night-club che si accolla la cura di Juanito, figlio ripudiato di una collega, finendo per prostituirsi e trovando un apparente riscatto nella magnanimità del ricco Santiago, sono la base per una riflessione un po’ ingenua ma d’immediata presa sul pubblico in merito al conflitto tra i due insiemi di princìpi che in quegli anni si affacciavano al nuovo contesto socioculturale del Paese. Nella medesima direzione vanno anche le musiche, espressione di due universi in conflittuale contrapposizione.

“Montaggio Bazin” di Dautrey e Joubert-Laurencin al Cinema Ritrovato 2018

Montaggio Bazin è un ossimoro e una provocazione. È anche il titolo – provvisorio, la versione definitiva si chiamerà Bazin Roman – del documentario che Marianne Dautrey e Hervé Joubert-Laurencin dedicano con un amore e un’ammirazione sconfinata al fondatore dei “Cahiers du Cinéma”, padre spirituale dei Jeunes Turcs e, soprattutto, teorico di rara finezza e ineguagliata lucidità. Una figura quasi impensabile da trattare sul grande schermo: parlare di Bazin impone una tale consapevolezza di sé e del mezzo da impedire qualsiasi agiografia standard (la vita, la morte, le opere), e d’altronde la densità concettuale del suo pensiero rende vana qualsiasi forma di tassonomia semplificatoria, così come ogni tentativo di ritradurre i concetti in immagini (sia chiaro: fare teoria del cinema attraverso il cinema non è impossibile: al momento, però, chi scrive riesce a pensare solo a Ejzenštejn, Delluc e pochi altri).

“I rapinatori” di Joseph Kane al Cinema Ritrovato 2018

I rapinatori è uno dei trentasei film prodotti o distribuiti dalla bulimica Republic Pictures nel 1948. È chiaramente un b-movie, ma è curioso osservare che la sua uscita fu incastonata tra l’avventuroso Il sortilegio delle Amazzoni e il Macbeth di Orson Welles (cosa che può sembrare incredibile solo a chi non conosce le singolari relazioni tra l’artista e i suoi occasionali finanziatori). Questa terna stravagante ci interessa perché mette in luce l’ambizione di una casa di produzione che, dopo una marea di western spesso uguali a se stessi, giunse al blockbuster Iwo Jima, deserto di fuoco e, più tardi, ai capolavori Un uomo tranquillo e Johnny Guitar.

“Parigi è sempre Parigi” di Luciano Emmer al Cinema Ritrovato 2018

Un gruppo vacanza, imprescindibilmente mal assortito e quindi eterogeneo, da Roma va a Parigi per passare una sola giornata di svago e vacanza. Siamo nel dopoguerra ed i sintomi tragici si mostrano, velati da un’aria di leggerezza, attraverso quelle battute giocose, ma inclementi, che grandi attori del cinema italiano si scambiano fra loro. Come quando Andrea De Angelis, interpretato da un meraviglioso Aldo Fabrizi, pensa e sostiene, nella sua genuina ignoranza, che a Notre-Dame manchi una torre a causa dei bombardamenti.

“I due timidi” di René Clair al Cinema Ritrovato 2018

I due timidi (1928) è una piccola perla diretta da René Clair. Si tratta di una godibilissima commedia alla francese che racconta le gesta di Jules, giovane e introverso avvocato alle prese con le difficoltà che questa eccessiva timidezza gli creano. Alla sua prima udienza, il giovane entra nel pallone e fa dare al suo assistito Garadoux, accusato di violenza domestica ai danni della moglie, il massimo della pena.  Uscito di prigione e diventato vedovo, l’uomo si taglia la barba e cambia città iniziando a fare una sgradita corte alla giovane Cécile, complice anche la difficoltà del padre di lei a imporsi e dire di no a causa, anche qui, di una grande timidezza. Come nelle migliori delle tradizioni anche Jules si innamora della giovane e così Garadoux si ritrova a dover fronteggiare una presenza due volte sgradita: prima di tutto perché teme che Cécile si innamori di lui, secondo perché teme di essere riconosciuto facendo così tornare a galla il suo passato.

Un incubo a colori: la musica di “Incontriamoci a St. Louis”

Riunendo musical e melodramma, due forme espressive a lui care (basti pensare alle atmosfere del successivo Qualcuno verrà), Minnelli, qui al suo terzo film, palesa l’intenzione di rappresentare un vero e proprio incubo made in Hollywood con uno stile sovversivo e atipico. Un’operazione che può essere sintetizzata anche dalle parole di Franco La Polla: “In fondo non credo che Hollywood sia stata la fabbrica dei sogni che tutti dicono. Si trattava piuttosto di incubi, solo che tra un incubo reale e uno fantasmatico era sempre preferibile il secondo”. Infatti, nonostante l’happy ending, Incontriamoci a Saint Louis non riesce ad esorcizzare l’angoscia post-traumatica del proprio incubo.

 

“Daïnah la métisse” di Jean Grémillon al Cinema Ritrovato 2018

Daïnah è un film sulla doppiezza di una realtà apparentemente inequivocabile che trova la sua referenza oggettiva nelle facce dei personaggi. Sfidando convenzioni e costumi dell’epoca, Grémillon – che si basa sulla sceneggiatura del non ancora famosissimo Charles Spaak, tratta da un romanzo di Pierre Daye – colloca su un transatlantico figure desiderose, nel bene e nel male, di negare l’incasellamento a cui la società li obbliga. Daïnah è la sola a danzare senza maschera perché dichiara guerra al mondo sessualmente turbato dalla carica dinamitarda del suo erotismo, non solo attraverso i conturbanti movimenti del giovane corpo ma anche la pelle meticcia, segno plateale di un esotismo assai in voga nei desideri inconfessabili dell’epoca.

I primi film d’animazione dal BFI National Archive

Cinque film di breve ma intensa durata contraddistinguono la rassegna Ritrovati e Restaurati – Primi film d’animazione dal BFI National Archive, britannici, muti, sì, ma decisamente parlanti grazie all’ausilio di baloons presi in prestito dal mondo del fumetto in sostituzione delle comuni didascalie, tra cui Ever Been Had? (Dudley Buxton, 1917), Booster Bonzo: or, Bonzo in Gay Parade (1925) e Shadows! (Joe Noble, 1928). Sono in realtà molto più elaborate le tecniche di animazione di questi tesori rimasterizzati dal laboratorio inglese Dragon Digital a partire dalle copie conservate al British Film Institute: i classici fondi montati e dipinti a mano, sovraimpressioni e dissolvenze, l’uso della tecnica mista nella rocambolesca scena dell’animatore inseguito da un’ombra in due dimensioni in Shadows!, tratti e linee semplici, ma efficaci per Bonzo, il cane vanesio.

“Tieshan gongzhu” and the chinese animation at Cinema Ritrovato 2018

Tieshan gongzhu is known to be the first Chinese animated feature film and is treasured as such by the CDCC in Paris. It was realized in Shangai during WWII, during the Japanese occupation. The conflict had been going on for decades and also had led to the Rape of Nanjing in 1936. Wan Guchan and Wan Laiming, the directors, wanted to make the movie to be a contribution to the resistance. “Seeing an apolitical story used for a political issue is an artistic approach that has been used and is used in China to this day” says Tony Rayns during the presentation. The rotogravure technique is largely used and gives to the female characters a naturalistic elegance. When we first see Princess Iron Fan, she’s waking up and it’s there, in the way she stretches, that we can see the recall of Disney’s Snow White the most. After all, it was also because of its success that the Wan brothers were inspired to produce a story which featured a princess.

“La moglie di Claudio” con Pina Menichelli al Cinema Ritrovato 2018

Non poteva mancare al Cinema Ritrovato una sezione dedicata alle grandi dive del Cinema muto italiano. Apre le danze l’appassionante La moglie di Claudio (1918) con Pina Menichelli nel ruolo della protagonista. La storia si ispira a un’opera teatrale di Alexandre Dumas figlio: Claudio Ruper è un uomo retto e intelligente, capace di inventare un potente cannone capace di porre fine a tutte le guerre. Sua moglie Cesarina è tutto l’opposto: corrotta e senza scrupoli, con un passato torbido che cerca di sedurre gli uomini che ha intorno per manipolarli. I due rompono: Claudio inizia a frequentare Rebecca, ragazza ebrea proba e generosa; Cesarina prima si allontana, poi si affilia ad una banda di malfattori allo scopo di rubare al marito i piani segreti dell’arma. L’unica altra persona a conoscerli è il giovane Antonino, rimasto orfano e cresciuto come un figlio da Claudio, ma che si è innamorato follemente di Cesarina. In una girandola di intrecci ed emozioni si arriva al tragico finale con la Menichelli che si mette in mostra nella sua notoria gestualità esasperata, il “menichellismo”.

L’officina di Arrigo Frusta al Cinema Ritrovato 2018

Il Cinema Ritrovato 2018 presenta per la prima volta una retrospettiva su uno sceneggiatore italiano del periodo muto. Arrigo Frusta, però, non era un semplice scenarista, ma era in grado di scrivere pensando già alla messa in scena, dando a volte indicazioni sulle riprese o presentando progetti per i costumi che i personaggi avrebbero dovuto indossare. Nella prima giornata del festival sono state proiettate alcune sue produzioni tratte dalla collezione di Tomijiro Komiya (1897-1975), affamato collezionista giapponese la cui raccolta è fortunatamente giunta, seppur gravemente danneggiata, al National Film Center di Tokyo. Grazie al lavoro di Hiroshi Komatsu, molti di questi film sono stati identificati e poi restaurati. Tra questi troviamo anche alcuni film sceneggiati da Arrigo Frusta, tre dei quali sono stati proiettati oggi.

I mostri della Universal: il diverso nell’horror

Il binomio “mostro = diverso” si ripercuote anche sulla tarda filmografia orrorifica della Universal, toccando quello che è considerato il suo ultimo grande mostro, Gill-man (“Uomo branchia”). L’uomo pesce – definito dall’esperto di fantascienza Bill Warren “uno dei mostri più famosi mai creati” – è il protagonista di due pellicole in stereoscopia del veterano Jack Arnold (Il mostro della laguna nera del 1954 e La vendetta del mostro dell’anno seguente) e di una terza (Il terrore sul mondo, 1956) per la regia meno efficace di John Sherwood. La tematica del diverso, che qui reagisce perché vede invaso il suo habitat o viene strappato ad esso, è stata esplicitamente citata da Arnold: “La crudeltà dell’uomo si rivolge contro qualsiasi cosa, soprattutto se diversa da sé […] ebrei contro arabi, bianchi contro neri. Prima impareremo la lezione meglio staremo. […] Ecco cosa cercavo di dire con i miei film in un modo accettabile per il pubblico”.

La colonna sonora di “Alien”

È il 1979 quando Ridley Scott (Blade Runner, Thelma & Louise, Il gladiatore) porta sul grande schermo il volto della paura. Un essere mostruoso, creato nelle sue sembianze dal maestro Carlo Rambaldi, che sussurra alle ombre e vive di oscurità, spinto da una forza primordiale che è puro istinto di sopravvivenza e riproduzione. Un’immagine-simbolo, entrata di diritto nell’immaginario collettivo, delle angosce legate all’incapacità umana di comprendere l’ignoto.

“I gioielli di Madame de…” di Max Ophüls al Cinema Ritrovato 2018

Tra il 1950 e il ’55, Ophüls vola altissimo, un crescendo irresistibile che suscita tuttora una clamorosa, incontrollabile, irripetibile vertigine. Prendiamo I gioielli di Madame de… e chiediamoci: come diavolo è riuscito a raccontare con tanta spregiudicata e spietata modernità un universo così ingabbiato nei suoi riti da essere quasi inaccessibile ai posteri? D’accordo che il titolo è lo stesso del romanzo di Louise de Vilmourin, ma ammiriamo in quanti modi diversi viene messa in scena la reticenza sul cognome della coppia: lo starnuto provvidenziale, il vuoto di memoria, l’autocensura, l’allusione maliziosa. Accettando questa elusione tipica di una certa letteratura disponibile a parlar di tutto purché l’onore del ceto raccontato fosse salvaguardato da una velatura sotto forma di asterischi, Ophüls si cala nella visione del mondo di una società “superficiale in superficie” ben rappresentata dal terzetto di protagonisti.