whatshot In evidenza: Bergman 100 Il settimo sigillo

Ingmar Bergman parla del “Settimo sigillo”

Le parole di un autore sul proprio film rappresentano sempre un territorio affascinante da esplorare. Ci sono registi decisamente laconici e poco propensi a spiegare le loro opere, e altri che aprono liberamente lo scrigno delle idee e delle influenze. Bergman è uno dei cineasti che più ha costruito una autobiografia della propria arte, e anche sul Settimo sigillo ha svelato importanti processi creativi e poetici. A volte anche in modo inatteso: “Non si tratta, infatti, di un’opera priva di pecche. Viene fatta funzionare grazie ad alcune pazzie, e si intravede che è stata realizzata in fretta. Non credo però che sia un film nevrotico; è vitale ed energico. Inoltre, elabora il suo tema con desiderio e passione”.

“In guerra” dal simple man all’eroe tragico

Non c’è un protagonista assoluto in In guerra: è un racconto corale che trascina lo spettatore nel dinamismo delle scene, nelle urla e nei dialoghi serrati degli operai, in strada a protestare, negli uffici dirigenziali a trattare e ritrattare per i propri diritti. Ad accrescere la sensazione di conflitto concorre la sensazionale colonna sonora elettronica di Bertrand Blessing. Lo stile registico, a tratti volutamente amatoriale, e il montaggio caotico contribuiscono a creare un’illusione di realtà, dai tratti documentaristici, degna del primo Ken Loach. In La legge del mercato, la regia è volutamente distaccata, la fotografia asettica; qui, di contro, la cinepresa è parte integrante dell’azione, partecipativa. E non sembra essere una scelta casuale.

Oggetto (inquieto) del desiderio

Rigore dell’enunciazione, eleganza dello stile, musica significante: il senso di Colazione da Tiffany è già contenuto, in tutta la sua unicità, nella scena iniziale, che fonde elementi narrativi e forme della rappresentazione in un discorso più ampio sull’universo delle relazioni e comportamenti umani. Il personaggio bizzarro di Holly Golightly si declina nel corso della storia come paradigma di ambiguità e fascino. Nell’essenza della sua inafferrabilità, Holly è resa in Colazione da Tiffany, allo stesso tempo, come oggetto del desiderio (quasi) irraggiungibile e come essere tormentato da una profonda inquietudine interiore. Se, da un lato, le mise firmate e ricercate, le acconciature perfette e il portamento soave e raffinato della Hepburn conferiscono al personaggio un’aura di riverente attrazione, dall’altro la sua condizione di solitudine, intrisa di vulnerabilità e desiderio di ribellione, è marcata dall’impiego di Moon River.

“Il settimo sigillo” e la critica

L’antologia critica su Il settimo sigillo di Ingmar Bergman non può che partire dallo spettatore più acuto e influente del regista, ovvero Woody Allen: “Il settimo sigillo è sempre stato il mio film preferito. Se io dovessi descriverne la storia e tentare di persuadere un amico a vederlo con me, direi: si svolge nella Svezia medievale flagellata dalla peste, ed esplora i limiti della fede e della ragione, ispirandosi a concetti della filosofia danese e tedesca. Ora, questa non è precisamente l’idea che ci si fa del divertimento, eppure il tutto è trattato con tale immaginazione, stile e senso della suspense che davanti a questo film ci si sente come un bambino di fronte ad una favola straziante e avvincente al tempo stesso”.

Tornare a Bergman e al silenzio di Dio

Uscito nel 1963, Il silenzio è l’ultimo film della trilogia di Ingmar Bergman sul “silenzio di Dio”, dopo Come in uno specchio e Luci d’inverno. Unico dei tre a non fare alcun esplicito riferimento né alla divinità né alla spiritualità (a dispetto dell’apocrifo doppiaggio italiano, che mette in bocca a Johan la parola “anima” per mitigare la crudezza del finale), si muove, com’è tipico del cinema di Bergman, ben oltre il piano del letterale. Il conflitto fra Ester e Anna, alla base della pellicola, è sviluppato su una serie di opposizioni manichee: razionalità e passione, controllo e impeto, parola e corpo, ricerca ostinata di senso e abbandono alla vita, superbia e smarrimento di sé. Il gioco delle antinomie è talmente smaccato che è facile vedere in loro non due individui, ma due parti della stessa persona. Oppure, in termini psicoanalitici, Super-Io e Es. O anche, in termini religiosi, fariseo e peccatore

Raffaele Pisu o dello spettacolo italiano

Quasi sempre caratterista, Pisu si ritrova protagonista curiosamente nell’unico dramma interpretato prima delle prove più recenti: è il disperato stagnaro romano che tenta di tornare a casa dalla Campagna di Russia in Italiani brava gente (1964), titanica e sfortunata coproduzione italo-sovietica di Giuseppe De Santis. Quello che avrebbe dovuto rappresentare un ambizioso punto di svolta per Pisu si è, invece, rivelata un’occasione mancata. Lo sfaccendato rampollo di un medico nella fondamentale commedia borghese Padri e figli (Mario Monicelli, 1956), il marinaio innamorato ne I pappagalli (Bruno Paolinelli, 1955), l’infido spione in Susanna tutta panna (Steno, 1957) sono gustosi guizzi, ma mai niente di davvero indimenticabile. Si ha l’impressione che al cinema nessuno abbia mai voluto davvero puntare su questo comico dall’animo sornione e il fisico signorile, che ha dovuto aspettare trentacinque anni per un’imprevedibile rentrée cinematografica.

Animazione Cineguf ad Archivio Aperto 2018

Il cinema sperimentale sotto il Fascismo acquisisce così una sua autonomia alimentata dall’idea di dover riscrivere il cinema italiano, creando dal basso le nuove generazioni di registi. I più meritevoli ricevono delle borse di studio per poter frequentare il Centro sperimentale di cinematografia che nasce proprio nel 1935. Nel cinema sperimentale dei Cineguf rientrano tutti i generi, dal documentario alla finzione e ovviamente anche il cinema d’animazione; per sperimentale non si intende lo stile ma l’esperienza della pratica cinematografica attraverso una conoscenza totale delle competenze tecniche. Mettere in primo piano l’acquisizione di una competenza legittima la libertà dei cinegufini nella scelta dei contenuti che non vengono censurati durante le competizioni cinematografiche dei Littoriali.

“Zombie contro zombie” e il metacinema ludico

In un momento storico in cui la zombie fever che aveva contagiato i media all’inizio del nuovo millennio sembra essersi finalmente attenuata, l’unico modo di tornare sul genere è una riflessione capace di andare alle radici della finzione, e partire da esse per costruire una pellicola capace di affermare qualcosa di nuovo in un panorama saturo di copie carbone. Il successo di Zombie contro zombie sta proprio nel superare l’etichetta dell’horror stereotipato per sconfessarsi come metafilm godibile ed efficace, forte di una dimensione ludica che chiama in causa lo spettatore strappandolo al torpore della propria poltroncina: la struttura tripartita introduce l’audience ad un guessing game, spingendola a rileggere il primo segmento di girato con le informazioni ottenute nel secondo, per poi cercare conferme nella parte finale.

Omaggio a Shirley Clarke. La musica sullo schermo

Ornette: Made in America (1985), ultima opera della regista, è certamente quella più fuori dagli schemi e inclassificabile nelle canoniche categorie di genere. Clarke ripercorre la vita e la carriera di Ornette Coleman in una forma che riprende lo stile musicale del polistrumentista americano fondatore del free jazz. Alternando esibizioni dal vivo a interviste, video sperimentali e una ricostruzione finzionale della vita del musicista, il film è un omaggio alla sua arte giocato su assonanze e associazioni senza particolare ordine cronologico, un’opera apparentemente discontinua ma in realtà densa e stratificata. La sintesi perfetta del cinema di Shirley Clarke che si dimostra, ieri come oggi, uno dei vertici della sperimentazione underground del secondo Novecento, figura da indagare e riscoprire quale pioniera di un nuovo linguaggio della settima arte.

“Museo” e il saccheggio virtuoso

Tutto, nel polisemico Museo, va letto tenendo presente la chiusura del film: “perché rovinare una bella storia con la verità?”. Ma anche parafrasando il mantra dell’avventurosa archeologia delle origini: saccheggiare (la realtà) per conservare (il suo valore). La maschera maya che, dopo la scomparsa, riappare sotto la teca del museo è il simbolo della teoria del film: è la sua replica, la cui falsità la si può rilevare forse solo usando un senso assurdo come il gusto (il trafficante che assaggia l’opera) e non quello più ovvio della vista. Cosa vedono, infatti, quei giovanissimi visitatori che mirano oggetti che non ci sono sotto le teche vuote, se non la difficoltà di riconoscersi in un passato comune?

“Un peuple et son Roi”, la Rivoluzione Francese e la rieducazione alla cittadinanza a France Odéon 2018

Il film non racconta i primi tre anni della Rivoluzione Francese, ma prende il via dalla caduta della Bastiglia e segue Françoise, la lavandaia interpretata dalla Haenel e Basile, il vagabondo senza cognome a cui Gaspard Ulliel ha dato un’immensa voce con lo sguardo e poche parole. I due scoprono insieme per le strade di Parigi, l’euforia della rivoluzione e dell’emancipazione del popolo, che comincia ad auto-istruirsi e a creare nell’Assemblea Nazionale appena costituitasi, un nuovo sistema politico. Le loro discussioni e le rivolte per le strade decidono il loro destino e quello di colui che un tempo era il loro “sacro re” che più volte chiede: “Où est mon peuple?” cercando un popolo, laddove non vi sono più sudditi. La libertà ha quindi una storia: è lo stesso Pierre Schoeller che ricorda il ruolo pedagogico che la Rivoluzione ha avuto per il popolo francese di allora, e che ha, per quello attuale

“A Kid Like Jake” a Gender Bender 2018

l titolo A Kid Like Jake, ovvero “un bambino come Jake”, è un’affermazione che Alex e Greg si sentono ripetere spesso da amici e famigliari. Questa frase, apparentemente innocua, è per i genitori di Jake più tagliente di una lama affilata.  Se tendenzialmente il punto di ritrovo della famiglia è sempre in cucina o a tavola, qui l’ambiente neutrale per tutti, al centro di alcuni punti cardine del film, è il salotto. Mentre la tavola, o il cucinare, sono attimi in cui le crepe famigliari ed emotive si mostrano. La macchina da presa di Silas Howard, anche in questo caso, asseconda il retroscena teatrale dell’opera, che così acquista molta intensità all’interno della sua semplice linearità. Ciò che è sottolineato più volte, nell’arco narrativo, è il fatto che gli adulti debbano etichettare Jake in un qualche modo, valutandolo e “smistandolo” come se fosse un pacco postale. Così Howard sottopone l’intero gruppo di personaggi ad una continua analisi, messa in atto dal suo occhio inquisitorio.

“Comme des garçons” e Vanessa Guide a France Odéon 2018

Emmanuelle Bruno è una giovane segretaria di direzione nella redazione di Le Champenois, quotidiano sportivo della Città di Reims, figlia di un tenerissimo Papa Italien Luca Zingaretti – vecchia gloria calcistica pugliese – ma soprattutto, la pioniera che darà il calcio d’inizio alla fondazione della prima Nazionale di Francia di calcio femminile, che nascerà poi nel 1971. Questa è la storia, autentica, de Les Filles de Reims, pioniere del calcio femminile francese, raccontato nel primo lungometraggio di Julien Hallard in Comme des Garçons, presentato al Festival del Cinema France di Firenze. Anche quest’anno, infatti, torna France Odéon, nella sua X Edizione, rassegna cinematografica toscana, realizzata in collaborazione con l’Istituto di Cultura Francese di Firenze, l’Ambasciata di Francia e L’Italian Film Commission.

“L’animale” a Gender Bender 2018

Sullo sfondo di una vita di provincia fatta di riti (la scuola, il lavoro), piccole frustrazioni quotidiane (la famiglia come gabbia asfissiante che impedisce l’espressione delle proprie aspirazioni individuali), e sogni infranti (la casa in costruzione che non si completa, la figlia che si rifiuta di seguire le orme professionali della madre), Mati, giovane centauro donna, cerca la sua identità, più per negazione che per affermazione del suo sé. Non si sente a suo agio nei panni femminili scelti dalla madre per il giorno del diploma, si rifiuta di portare i capelli sciolti sulle spalle, non condivide il sogno materno di diventare una veterinaria, non vuole un fidanzato. L’animale che c’è in lei non la fa vivere felice mai.

“Somos Tr3s” a Gender Bender 2018

In uno scenario sociale e mediatico in cui continua ad ampliarsi l’orizzonte con discorsi su tipologie di sessualità fino a pochi anni fa inesplorate o sulle mille direzioni che gli orientamenti sessuali possono assumere (anche grazie a tipologie di esperienze sempre più individuali e sempre meno generalizzabili), il discorso sulla trinità sessuale e sul poliamore sembra essersi definitivamente aperto ad una reale possibilità di concretizzazione. Come appunto dimostra il breve Somos Tr3s, soprattutto nel suo finale positivo ed ottimista in cui pare che essere in tre sia ormai solo una questione di scelta personale, e, a parte qualche scarna battuta qui e là sulle presunte difficoltà dello stare insieme in tre e delle sospettabili resistenze sociali, non ci sia poi molto da temere in una relazione tripla, ma anzi possa esserci molto da guadagnare. 

“Tinta Bruta” a Gender Bender 2018

Tinta Bruta è il primo lungometraggio del giovane duo brasiliano Marcio Reolon & Filipe Matzembacher, si era già fatto notare alla 33esima edizione del Festival Lovers di Torino ed al Festival di Berlino 2018, dove si è aggiudicato il Teddy Award come miglior film a tematica LGBT. Si tratta di un romanzo di formazione che accompagna il protagonista dalla solitudine agghiacciante di una socialità esclusivamente virtuale alla condivisione relazionale che è umana e reale. Dall’infelicità come condanna, al rischio delle relazioni come opportunità. Una lezione di vita attuale e necessaria nell’era del social-web. Uno schiacciante silenzio domina la colonna sonora del film, solo a tratti interrotto dalla musica elettronica delle dirette webcam.

“Mapplethorpe” a Gender Bender 2018

Salvador Dalì descrisse Picasso come il “genio demoniaco” e definì se stesso come “genio angelico”, Mapplethorpe non è nessuno dei due ed è entrambi contemporaneamente. La sua tecnica, così dura e cruda, trova nei corpi scultorei di Michelangelo la sua aspirazione e ispirazione. Ciò che Ondi Timoner non nasconde è l’ambizione, in costante crescita, del giovane Mapplethorpe che, da vero fanatico del culto del bello, non è modesto né verso le sue composizioni, né nei confronti della fiducia che i suoi amici riponevano in lui. Il Mapplethorpe, interpretato da un simbiotico Matt Smith (Doctor Who, The Crown), è uomo profondamente antipatico, pericoloso, ma anche capace di covare amore, nel profondo di sé, per poche persone nella sua breve vita.

“La lucina” tra scrittura e recitazione

Di scrittori che diventano attori sullo schermo non se ne vedono molti. Con indimenticata presenza scenica poi, ancora meno (nel panorama italiano, torneremmo a Vitaliano Trevisan in Primo amore di Matteo Garrone, del 2004). La lucina, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Moresco del 2013, vede quest’ultimo oltre che co-sceneggiatore anche curiosamente protagonista, nei panni di un uomo ritiratosi in una casa immersa nel bosco che, dopo aver vissuto in completa solitudine, scorge una notte una piccola luce sull’altro lato della vallata. Non sapendosene dare una spiegazione, e dopo aver chiesto invano spiegazioni in paese, decide di raggiungere quel luogo faticoso e vi trova un bambino (Giovanni Battista Ricciardi) che vive solo come lui, sbrigando i lavori di casa e andando a scuola.

“Thirty Years of Adonis” a Gender Bender 2018

In Thirty Years of Adonis, settimo lungometraggio del controverso Danny Cheng Wan-Cheung detto “Scud”, si ritrovano elementi davvero eterogenei. Il percorso dell’eponimo protagonista, che da “Opera performer” diventa un cosiddetto “sex worker” (ovvero una persona che guadagna offrendo il suo corpo come attore di film hard, massaggiatore e/o gigolò), permette al regista di esplorare sia visivamente sia a livello tematico gli aspetti della natura umana che costituiscono i suoi soggetti abituali: il sesso, la nudità, la bellezza, la definizione di sé attraverso il proprio corpo. Qui, l’autore cinese cresciuto ad Hong Kong trova in una narrazione non cronologica lo strumento per avvolgere questi aspetti molto fisici in un afflato spirituale, coinvolgendo il karma, l’aldilà e la reincarnazione. Tuttavia, proprio questa disorganicità narrativa fa apparire tale coinvolgimento di temi alti come un semplice tentativo di nobilitare una materia altrimenti poco elevata.

“Kiss Me” a Gender Bender 2018

Océanerosemarie è un’osteopata e un’abile collezionista di storie d’amore fallite. Figlia di una hippie, non rassegnata, conduce la sua vita alla ricerca del vero amore, infilandosi spesso in situazioni promiscue. Kiss Me è una classicissima romantic comedy, con un velo di ironia alla francese che ha però bisogno di un primo tempo di assestamento per mostrarsi. Océanerosemarie – a cui dà volto e sorriso contagioso Océan Michel – è un personaggio con cui facilmente si può empatizzare e a cui sicuramente ci si affeziona. Innamorata dell’idea dell’amore, più che delle sue compagne, trova il cammino tanto desiderato durante il fulmineo incontro con Cécile. Dopo qualche disavventura di persecuzione, nei confronti della fotografa, può finalmente darsi pace e iniziare una relazione amorosa alla maniera di chi la circonda: dalle coppie di amici ai famigliari.

“Le ereditiere” come lezione di sguardo

Due donne, eredi di famiglie benestanti, devono affrontare grandi cambiamenti all’interno e all’esterno della loro relazione sentimentale quando le condizioni economiche peggiorano e sono costrette a mettere in vendita i loro beni. È lo sguardo attraverso una fessura ad aprire Le ereditiere. Quasi un avvertimento: stiamo entrando in un territorio molto privato, intimo. Solo che questo sguardo non è soltanto quello dello spettatore: è la soggettiva della protagonista del film che, nascosta dietro una porta, osserva una donna aggirarsi per la sua sala da pranzo, toccando, soppesando, valutando le sue cose. Chela guarda la sua vita dal di fuori, come se non fosse sua. E il primo lungometraggio di Marcelo Martinessi è appunto il racconto dell’inesorabile presa di coscienza di questo fatto, di questo ritrovarsi estromessa dalla propria vita.