Il documentario Blow Up di ‘Blow Up’ è stato realizzato da Valentina Agostinis dopo l’uscita del suo libro Swinging City, entrambi sono un ritratto della Londra degli anni ’60, una città che non lascia indifferente Michelangelo Antonioni, conosciuta nel ’65 quando Monica Vitti girava Modesty Blaise, quella swinging London che ha come protagonisti “i giovani artisti, i pubblicitari, coloro che fanno tendenza, gli stilisti, i designer e i musicisti, tutti influenzati dal movimento pop”, come spiegherà il regista in un’intervista ai Cahiers du Cinéma, sono i rappresentanti di questa rivoluzione culturale portatrice di innovazioni di ogni tipo, prima fra tutte la fotografia, a incuriosirlo e a divenire l’anno seguente il soggetto da cui prende forma Blow-up.

Il film è il frutto di un’attenta analisi della vita dei fotografi creatori di quell’arte “popolare, transitoria, spendibile, low cost, prodotta in massa, giovane, spiritosa, sexy, vistosa, attraente, commerciale”, prendendo a prestito una brillante definizione della Pop Art data dall’artista inglese Richard Hamilton nel ’57. Read more →

 

Il 1975 è un anno cruciale nella storia degli Stati Uniti d’America. La guerra del Vietnam giunge finalmente al termine, le utopie dei Sixties sono ormai un pallido ricordo e i sogni di rivoluzione lasciano spazio a paranoia e incertezza. È in questo clima di imperante apatia sociale che Qualcuno volò sul nido del cuculo esplode nelle sale come un grido di rivolta e non poteva che essere Miloš Forman, sagace cantore delle inquietudini giovanili, spirito libero sopravvissuto alla fine del Sessantotto, a trasporre in immagini il rabbioso romanzo di Ken Kesey.

La grandezza di questo film e la sua inesauribile attualità sono date dalla perfetta sinergia tra scrittura, regia e performance attoriale, ma a mantenere inalterato il piacere della visione sono le sue molteplici chiavi di lettura e il suo ruolo cruciale all’interno della filmografia americana del regista. La lotta per le menti e i cuori dei pazienti del manicomio di Salem (città tristemente nota per i roghi delle streghe sul finire del Seicento) tra il galeotto McMurphy e l’infermiera Ratched mette alla berlina la freddezza disumana degli ospedali psichiatrici e la violenza, fisica e mentale, subita dai malati, ma nelle mani di Forman il racconto di denuncia si eleva fino a diventare metafora dello scacco morale di un’intera generazione. Read more →

 

In occasione di Acqua e zucchero – documentario dedicato alla vita e alle opere di Carlo Di Palma – offriamo un approfondimento sul  film e sul lavoro di questo grande maestro della fotografia per il cinema.

Durante le riprese di Roma città aperta, Carlo Di Palma non aveva ancora compiuto vent’anni ma già assisteva l’operatore Ubaldo Arata. Gli era stato affidato il compito di recuperare la pellicola indispensabile per girare quello che sarebbe diventato il film fondativo del nuovo cinema italiano. Nella città appena liberata, il giovane Di Palma ottemperò all’incarico grazie all’aiuto di un soldato straniero. Molti anni dopo, nel bel mezzo di una cena a New York, Sven Nykvist, il geniale direttore della fotografia di Ingmar Bergman, riconobbe nel volto del commensale Di Palma, suo prestigioso omologo, il ragazzetto romano conosciuto in quei giorni di fermento. Read more →

 

La morte di Jonathan Demme non è solo l’addio di un grande autore e di una persona rispettosa, ma anche il commiato di un cinefilo che aveva saputo unire serie B off Hollywood e trasformazione del mainstream.

Quando in aula con gli studenti universitari si analizza Il silenzio degli innocenti, ci si sofferma su due aspetti. La sequenza del montaggio alternato ingannevole – quella per cui sembra che l’FBI stia sfondando la porta della casa del killer e invece sbaglia obiettivo, proprio mentre Clarice finisce intrappolata nell’antro del mostro – e la successiva scena al buio. In questo famoso pezzo di bravura, Demme ci offre il punto di osservazione del maniaco, che indossa gli occhiali a infrarossi e bracca in posizione di vantaggio la poliziotta terrorizzata e accecata. Momento di cinema straordinario, lontano dalle soggettive barocche e sanguinarie di Dario Argento, la sequenza mostrava la natura hitchockiana dei thriller di Demme (compreso il dimenticato Il segno degli Hannah), e sfidava anche le regole del genere “crime”, visto che il cattivo viene ucciso solo perché desidera godere ancora una volta della sofferenza della vittima. Così, invece di assassinarla all’istante, gioca con lei come il gatto col topo, finendone sopraffatto.  Read more →

 

Blow Up: alla ricerca del punto perduto, è il titolo dell’ultimo capitolo di un’avvincente indagine investigativa intrapresa da Victor I. Stoichita nel suo Effetto Sherlock (L’Effet Sherlock Holmes, 2015), saggio in cui è lo sguardo moderno, dei pittori impressionisti prima e dei registi cinematografici poi, a sollecitare il nostro interesse verso lo spazio della rappresentazione.

Il discorso ha origine nell’osservazione di un quadro di Manet, La ferrovia (1872-1873), una visione condizionata da alcuni elementi che ne ostacolano l’integrità classica della composizione, ora velata da una cancellata e da una nube di fumo, attraverso quest’opera “contrariamente alla tradizione, la difficoltà dello sguardo viene trasmessa allo spettatore in maniera poetica: il suo ‘diritto di vederci chiaro’ scompare”. Questa sensazione di frustrazione deriva da una decodificazione dei segni ostacolata, un vedo e non vedo che rende vana la nostra interpretazione e, secondo Stoichita, attraverso il cinema darà vita al crimine immaginario e all’immaginario del crimine (l’Effetto del titolo) trovando nella figura del detective il protagonista di una ricerca visiva, non più, come nel romanzo giallo, soggetto “all’esercizio intellettuale della rivelazione (‘intellettuale’ fino al punto di diventare, nel caso paradigmatico di Sherlock Holmes, commovente)”, ma un investigatore guidato dalla propria percezione visiva e intuitiva. Read more →

 

Il valore della componente musicale nel cinema di Miloš Forman risulta fondamentale fin dal suo primo lungometraggio Konkurs, uno dei più validi sguardi sulla generazione coetanea del regista, riflessione dolce-amara delle aspirazioni di una gioventù che non nasconde la propria contrapposizione ai costumi dei padri, non tanto per scelta ideologica, quanto piuttosto per natura. Un’opposizione spontanea che per la prima volta negli anni Sessanta trova, in tutto il mondo occidentale, la via di esprimersi collettivamente attraverso una cultura “altra” che rompe con il passato, risultando per questo incomprensibile e inaccettabile alla maggioranza degli adulti.

Veicolo principale di tale emancipazione è proprio la musica, il rock ‘n’ roll statunitense con il suo specifico immaginario di riferimento, trasposto in Europa e più o meno adattato ai contesti sociali e culturali dei vari Paesi. Il rock diviene così il primo fenomeno di massa del secondo Novecento, espressione di una fascinosa e ben definita visione del mondo difficilmente respinta da giovani vessati dai duri anni della guerra, che trovano in esso una di fuga ideale da una realtà diversa e distante dai loro sogni. Read more →

 

Una maratona di scrittura per contribuire alle voci di Wikipedia. Si parte dai videogiochi, ma il cinema è dietro l’angolo.

L’Archivio, per definizione, è uno spazio di studio e ricerca. Il luogo dove le fonti possono tornare a nuova vita. Un archivio che non viene sfruttato è un archivio morto: paradossalmente, un archivio che non esiste. Quale miglior modo per valorizzare un archivio se non quello di condividere le informazioni in esso conservate col pubblico più vasto possibile? Dall’infinitamente piccolo – il ricercatore – all’infinitamente grande – la rete. Il risultato è l’editathon che si terrà all’Archivio Videoludico* il prossimo 13 maggio. Read more →

In occasione della giornata dedicata a Blow-up, dedichiamo alcune riflessioni al film, partendo da punti di osservazione laterali e imprevisti.

“Grazie all’arte, invece di vedere un solo mondo, il nostro, noi lo vediamo moltiplicarsi, e per quanti sono gli artisti originali, tanti sono i mondi a nostra disposizione”. Così scriveva Proust, e così testimonia il pittore e scultore Alberto Giacometti traducendo il doloroso senso di solitudine e incomunicabilità dell’uomo moderno nelle ineffabili fisionomie delle sue tele, che se potessero, prenderebbero vita nella fluida sensualità di un brano dei Pink Floyd, magari riprese attraverso la straniante prospettiva di Antonioni. I suoi personaggi, in tutta loro complessa e inquietante verità, sono gli stessi che disegna Giacometti, inseriti nella geometria spaziale di una partita a scacchi di cui non è dato conoscere il meccanismo. Read more →

 

Nuovo approfondimento su alcuni aspetti della carriera di Totò, indiscusso protagonista del cinema d’antan che in questi giorni ha suscitato, nei cinefili riuniti in questa redazione e non solo, nostalgie e risate di gioia; il cinquantenario della sua scomparsa è servito a ristabilire un contatto ideale con un attore classico e atipico nella stessa misura. Totò, oggi, continua a riempire i palinsesti portando avanti quella che in vita è stata la sua vocazione, verrebbe da definirlo ironicamente un companatico televisivo, non per sminuirne la forza ma per evidenziare l’inesauribile comicità di un personaggio che si considerava poco più di un cantastorie al servizio del pubblico, verso il quale ha sempre dimostrato sincera gratitudine.

Negli ultimi anni di vita di Totò, ormai completamente cieco, ha luogo l’incontro con Pasolini che lo vuole nel film Uccellacci e uccellini, primo capitolo di una felice collaborazione a cui si aggiungono l’episodio La Terra vista dalla luna (Le streghe, 1967) e Che cosa sono le nuvole? (Capriccio all’italiana, 1968), una breve parentesi in cui Totò riesce ancora una volta a mostrare la propria doppia natura, “da una parte il sottoproletariato napoletano e dall’altra il puro e semplice clown, cioè un burattino snodato, l’uomo dei lazzi, degli sberleffi”, come lo definirà il regista che depura il personaggio da ogni cattiveria e teppismo, “il mio Totò”, dirà, “è quasi tenero e indifeso come un implume, è sempre pieno di dolcezza, di povertà fisica”, la sua è “una sfottitura leggera e mai volgare. Ho cercato di decodificarlo avvicinandomi il più possibile alla sua vera natura”. (Pier Paolo Pasolini, Le regole di un’illusione, a cura di Laura Betti e Michele Gulinucci, 1996). Read more →

 

Era il 1967 quando la controcultura, di fatto già evolutasi in moda, arrivò in teatro grazie a Hair. E Miloš Forman era tra il pubblico. The American Tribal Love-Rock Musical era in linea con i tempi che raccontava: un seducente pot-pourri di amore libero, pacifismo, droghe e coscienza cosmica.

L’adattamento cinematografico arriva però soltanto nel 1979, appena un paio d’anni dopo una  riproposizione del musical a Broadway che si rivela un fiasco: i tempi sono cambiati, gli hippie non sono più à la page. Tremendamente in ritardo e perciò bollato come datato, anacronistico, il film di Forman si riferisce a un passato troppo recente per uno sguardo nostalgico e patinato alla Grease. Ne emerge invece una coloratissima parabola antimilitarista, con la rivisitazione di Claude Bukowski in chiave redneck e l’introduzione del tragico scambio di persona nel finale. Si sarebbe quindi tentati di ridurre il film a una tipica lettura a scoppio ritardato del Vietnam. E certamente lo è, ma non solo. Read more →