“The Photograph” e la fotografia come viaggio nel tempo

“Ciò che è straordinario in ogni fotografia, non è tanto il fatto che là, secondo l’opinione corrente, sarebbe stato ‘fissato il tempo’, bensì al contrario, che proprio in ogni foto esso torna a dar prova di quanto sia in-arrestabile e continuo” . Queste parole di Wim Wenders affrontano, in velocità ma in modo assai puntuale, un tema centrale per chiunque si occupi di immagini: il tempo. Così una fotografia, mentre ferma, blocca e rende immutabile ciò che in essa compare, fermando il tempo in quell’unico irripetibile istante, allo stesso modo certifica anche l’inarrestabilità del tempo che scorre, il suo darsi solo in avanti. Una riflessione questa che ci porta nel fulcro centrale di The Photograph, l’ultimo film di Stella Meghie.

Cecilia Mangini e le immagini del Congresso Socialista di Livorno cento anni dopo

Al Cinema Ritrovato del 2004 Cecilia Mangini presentò per la prima volta Uomini e voci del Congresso Socialista di Livorno – unica testimonianza filmata di un evento storico epocale – che documenta lo scontro interno tra l’area rivoluzionaria e quella riformista che nel 1921 portò il Partito Socialista alla scissione da cui nacque il Partito Comunista italiano. A 100 anni di distanza, la Cineteca di Bologna, presenta il documentario restaurato. Nell’archivio di Cecilia Mangini e Lino Del Fra, abbiamo ritrovato il testo scritto di quello che Cecilia ha raccontato prima della proiezione nel 2004 e che svela come questo film sia arrivato nelle sue mani.

Cinque anni senza Ettore Scola. La possibilità di un classico

Passano gli anni (cinque dalla morte) e quella di Scola è sempre più una voce nitida. Un autore che riesce, a tratti sorprendentemente, a rinsaldare il patto con il pubblico, intercettare nuove generazioni, imprimersi nella memoria degli spettatori. E questo perché tra tutti i maestri della commedia all’italiana è stato il più acuto e attento a raccontare la complessità del carattere nazionale, tant’è che molti suoi film possono costituire una sorta di sussidiario illustrato della storia italiana. Se Mario Monicelli ha raccontato l’epica dei cialtroni e i roboanti fallimenti di grandi imprese e Dino Risi è stato cinico anatomopatologo di amabili vigliacchi pieni di contraddizioni, Scola ha esplorato come pochi il contesto socio-culturale.

“Farewell Amor” e la musica come vettore emotivo

Farewell Amor, accolto con entusiasmo al Sundance 2020 e distribuito in Italia sulla piattaforma MUBI, racconta il difficile ricongiungimento di una famiglia angolana dopo una lunga separazione.  La volontà di Ekwa Msangi, regista e sceneggiatrice al suo lungometraggio di esordio, è quella di lasciare sullo sfondo un discorso di denuncia politica, senza però depotenziarlo, per concentrarsi piuttosto sulle complesse dinamiche relazionali, regolate all’interno di uno striminzito bilocale di Brooklyn, nel tentativo di una reintegrazione. Al posto di litigi enfatici e drammi da cucina, Msangi lascia spazio ai piccoli aggiustamenti e alle interazioni discrete.

“Quella notte a Miami…”. A Change Is Gonna Come

Tratto dall’omonima pièce del 2013 di Kemp Powers (qui anche sceneggiatore, come nel recente Soul di Pete Docter), Quella notte a Miami… è l’interessante debutto alla regia di Regina King, già pluripremiata star del nuovo firmamento afrohollywoodiano e autrice per diverse serie televisive. Un’opera prima non poco ambiziosa, che porta sullo schermo Sam Cooke, Cassius Clay, Jim Brown e Malcolm X riuniti in una modesta stanza d’albergo per festeggiare il pugile e la conquista del titolo per i pesi massimi nel 1964, evento che si fa occasione per gli amici di confrontarsi sulla questione nera e le sue problematiche, dinamiche, prospettive.

L’animazione di Cartoon Saloon. La forma è il contenuto

Riducendo all’osso la politica degli autori tanto cara alla critica francese degli anni Sessanta, il cinema di Tomm Moore si fa forte di un marchio di fabbrica formale e tematico. La cosa davvero sorprendente e che rende la sua Cartoon Saloon uno degli esempi d’animazione più virtuosi di questa ultima decade, è che secondo Moore forma e contenuto non sono da scindere, anzi, la forma è contenuto. Il tratto del suo cinema è immediatamente riconoscibile. Il regista lavora anacronisticamente, porta indietro le lancette del tempo per guardare a un futuro che si fa sempre più presente. Rinunciando infatti all’utilizzo della CGI o di altre tecniche digitali, il suo stile lavora su linee e forme bidimensionali, fondali evocativi, luci e ombre a cavallo tra graphic novel ed espressionismo tedesco, per dare vita a quello che potremmo chiamare cinema d’illustrazione.

“Pieces of a Woman” e lo sguardo dalla stanza accanto

Le riflessioni etiche e morali sembrano tutt’altro che sviscerate, sono piuttosto messe in secondo piano. Pieces of a Woman è certamente un film sul lutto, sulla maternità, sulla famiglia, sul rapporto tra giustizia legale e giustizia morale, tra responsabilità individuali e collettive, ma allo stesso tempo è un film che – tanto per amor di anti-retorica quanto, forse, per mancanza di coraggio – decide di non prendere delle nette posizioni. Potrebbe risultare un approccio disonesto, spaventato; ma non si può negare che abbia il merito di suggerire un’altra variazione del cinema di Mundruczó, una deviazione rispetto alla tipica tendenza, non sempre calibratissima, di polarizzare i suoi racconti con enfasi retorica ed emotiva. 

“SanPa” e i confini della memoria collettiva

Cos’è legittimo imporre a un’altra persona “a fin di bene”? Cosa è legittimo compiere per salvare delle vite? Sono queste le domande che gli autori di SanPa veicolano attraverso questo ambizioso progetto filmico. Ed è importante considerarla, questa docu-serie, oltre alle prevedibili polemiche. Perché SanPa si inserisce nella schiera dei documentari che oltre a una visione irrimediabilmente personale degli eventi di-spiega il senso dei confini della “memoria collettiva”. Un enorme compromesso, costantemente attaccato e difeso, che è giusto analizzare con nuovi e diversi strumenti. Per non fermarsi alla superficie, mai.

“La strada” di Federico Fellini dal neorealismo al “realismo visionario”

Il cinema felliniano continua ad avere in tutto il mondo spettatori e ammiratori, critici cinematografici e ricercatori studiano i significati dell’ eredità artistica lasciata dal grande Maestro del cinema italiano. Perciò, in Brasile, la UFBA-Universidade Federal da Bahia, riunendo undici saggi, per l’anno del Centenario della sua nascita, ha voluto dedicargli il volume Diálogos com Fellini (EDUFBA, Salvador, 2020). Il presente saggio è un estratto dell’originale in portoghese. In esso si analizza il film La strada (uscito in Brasile con il titolo A estrada da vida), e se ne ricordano anzitutto le origini. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. 

“Fellini degli spiriti” e il vento del cinema

Fellini degli spiriti restituisce agli spettatori la matrice più autentica della sua arte, il punto di origine del suo tessuto iconografico: la magia di un mondo visto dall’alto di una scala a pioli tesa su un albero (zio Teo di Amarcord) radicato per terra o, se preferiamo, da un’altalena che libra nell’aria (come quella dello Sceicco bianco o di Sandra Milo in Giulietta), cullata dal vento, altro grande elemento medianico felliniano. Il vento come forza della natura, ma anche come movimento puro e come tale prettamente cinematografico: anche se il vento, come tutto il cinema di Fellini, si appella ad altri sensi, perché a Federico per dar forma e sostanza al suo cinema non bastò mai solo la semplice vista. 

“Soul” e l’anima della Pixar

Per godere appieno di questo lavoro si potrebbe, anzi, si dovrebbe spogliare lo sguardo da qualsivoglia componente critica. Si dovrebbe ridere, piangere, emozionarsi e seguire Joe e 22 in una New York magnifica e decadente, inebriarsi delle note musicali suonate in un locale jazz e di quelle cromatiche orchestrate dai registi. Bisognerebbe lasciarsi pervadere dalle immagini e dare poca retta alle morali filosofiche ed esistenziali. Insomma, liberarsi di tutta la teoria per andare al cuore, pardon, all’anima del film. Solo allora scopriremo che il ponte più lungo, difficile e impervio da valicare non è il tapis roulant che conduce nell’aldilà, non è “l’imbuto” a precipizio sulla Terra ma la soglia della nostra porta di casa.

Tornare al cinema nel 2021

La paura in questi mesi è che il pubblico si sia assuefatto alla programmazione delle piattaforme. Ma questa può avere anche effetti benefici: chi ha deciso di guardare i film di Cinema Ritrovato – Fuori sala è un tipo di pubblico che andrà anche e soprattutto a vedere film in sala, vecchi o nuovi che siano. Inoltre, il cinema in sala è un’attività che i sociologi chiamano outdoor, e che quindi va inserita in quelle pratiche sociali, dal ristorante allo sport, dalla festa in casa di amici alla passeggiata al parco. Il cinema rientrerà facilmente tra queste attività perché offre gratificazioni relazionali, psicologiche e sociali, oltre che culturali. Che sul divano di una casa non si trovano. 

Da trent’anni su una Thunderbird verde. L’anniversario di “Thelma & Louise”

Il finale è talmente iconico che persino I Simpson se ne sono appropriati per una loro puntata, in cui Marge in fuga in macchina con un’amica si getta sì nel Grand Canyon, ma plana a sorpresa su una colonna di altre vetture epigoni lì ammucchiate, senza sfracellarsi affatto come le Thelma e Louise originali al termine del loro volo liberatorio. Ché poi, in realtà, Ridley Scott e Callie Khouri mica ci fanno vedere la fine di quel volo: in Thelma & Louise, l’epico fermo immagine che immortala le due protagoniste in pieno salto nel vuoto è tutt’altro che fatale. È un film di riscatto femminile un film così? Pensiamo di sì, e non solo per contenuti e trama. 

Le classifiche 2020 dei redattori

Anche quest’anno – dopo aver pubblicato la classifica generale – offriamo le triplette (in ordine alfabetico e non di preferenza) dei nostri collaboratori. Si ribadisce l’estrema volatilità dell’offerta cinematografica di quest’anno. Alcuni film sono usciti fugacemente in sala e poi si sono persi appena richiusi i cinema, senza poi essere distribuiti altrove. Altri ancora (Soul della Pixar, per esempio) sono stati offerti solo dal giorno di Natale in poi, quando la classifica e le preferenze erano state chiuse. Insomma, nel 2020 si è perso il faro dell’uscita in sala. In ogni caso, le preferenze espresse dai redattori di Cinefilia Ritrovata possono fungere anche da guida appassionata per una stagione cinematografica di cui si può dire tutto tranne che sia stata omologata e prevedibile. 

I migliori film del 2020

Annata complicata, inutile fare finta di niente. Le sale cinematografiche nel 2020 sono state aperte per uno scorcio (pur importante) di inizio anno e poi ancora d’estate fino a inizio ottobre – non proprio il periodo più florido per i consumi, per di più distanziati. Ma poi l’inverno ha portato nuove chiusure, confermando la politica del cinema americano e globale, fermo (a parte Tenet) praticamente da dieci mesi. Ci siamo chiesti se valesse la pena offrire la nostra classifica in questa situazione, e abbiamo ben presto deciso che sì, era il caso, perché – piaccia o meno – molti ottimi film sono usciti in un modo o in un altro anche fuori dalla sala.

Ugo Pirro e Leonardo Sciascia. Identikit di due cittadini al di sopra di ogni sospetto

A conclusione di questa incredibile annata, non poteva mancare un omaggio a Ugo Pirro di cui ricorre il centenario della nascita. Il suo archivio, depositato presso la Cineteca di Bologna, è ora inventariato e disponibile alla consultazione. Per ricordare la sua attività di scrittore e sceneggiatore vale la pena chiamare in causa un altro grande autore del Novecento, Leonardo Sciascia di cui, l’8 gennaio prossimo, si celebrerà il secolo e che condivide con Pirro una vita dedicata alla scrittura e all’impegno civile. A ciascuno il suo è il primo romanzo di Sciascia a diventare un film. L’accoppiata Pirro/Petri apre trionfalmente la stagione italiana del cinema impegnato. 

Doin’ the White Thing. “Ma Rainey’s Black Bottom” e la coscienza afroamericana

Quando nel 1984 il Premio Pulitzer August Wilson presentò a Broadaway Ma Rainey’s Black Bottom la società statunitense stava rapportandosi con una nuova ondata di prodotti culturali black che, come il blues e il jazz nei decenni prima, erano oggetto di interesse da parte dell’industria bianca. Un fiorente filone da sfruttare per conquistare una fetta di mercato. Un rapporto conflittuale, sempre in bilico tra speculazione manageriale e desiderio di rivalsa artistica espresso dal termine gergale doin’ the white thing. Una forma d’imprenditorialità nera – che vede in Spike Lee uno degli esempi più fortunati, riusciti e duraturi – frutto di una nuova coscienza afroamericana che vuole raggiungere i grandi canali di distribuzione, di cui l’opera di Wilson può essere letta come metafora.

“Non ti presento i miei” tra militanza e tradizione

Il film si muove in un’idea di “tradizione”, sia cinematografica che culturale, ed è in effetti questo il punto nodale della questione e la sfida più difficile della regista Clea DuVall, già attivista lesbica da molti anni che qui maneggia un materiale parzialmente autobiografico: giocare con la tradizione, dentro alla tradizione e non metterla in discussione ma aggiornarla. Lavorare con le regole del genere senza ribaltarne il paradigma fondativo ma mostrando quanto i confini di quella che comunemente chiamiamo “tradizione” possano essere assai più elastici e permeabili alle novità di quanto si tenda a credere.

“Sound of Metal” e la vibrazione del rumore

Il tema centrale di Sound of Metal è la ricerca del suono e della sonorità. La trama del film non è incentrata sul racconto della vita di Ruben, ma sulle due vie costanti e parallele di rumori oggettivi e silenzi soggettivi. La macchina da presa di Darius Marder insegue le sonorità del mondo e la sordità di Ruben mettendola in mostra attraverso i primi e primissimi piani del volto di Riz Ahmed. Nel film l’azione è praticamente inesistente, la sceneggiatura è infatti ridotta a uno scheletro di parole e frammenti. Dall’ardore e vitalità della ricerca musicale in Whiplash di Damien Chazelle si passa, cinque anni dopo, alla sua antitesi con i ronzii, i sibili, e le vibrazioni.

In ricordo di Kim Ki-duk

Viene a mancare uno dei pilastri del cinema asiatico, Kim Ki-duk. Una presenza significativa ma discreta, simile alla sua arte e, infine, alla sua dipartita. Quello che ha sempre descritto nei suoi film è un mondo imperfetto, dove la morte, la violenza e le peggiori pulsioni si esprimono sottovoce, appena percettibili, un mondo che forse non ha mai sentito veramente suo. Difficile non scorgere nelle sue prime opere un senso di inadeguatezza, di emarginazione, dello straniamento degli ultimi nei grandi contesti urbani, forse lo stesso sentimento che provò sulla propria pelle durante gli anni a Parigi, o forse solo le intuizioni di un uomo proteso oltre la decadenza materiale.

“L’incredibile storia dell’Isola delle Rose” e l’appeal dell’apologia

Con L’incredibile storia dell’Isola delle Rose Groenlandia, realtà produttiva fondata dallo stesso Sibilia e da Matteo Rovere, orientata al marketing internazionale e alla collaborazione con colossi come Netflix e Sky, ribadisce il proprio marchio di fabbrica in merito alla commedia: un prodotto di qualità, con un appeal emotivo su un pubblico vasto, che rifugga sia la matrice televisiva, sia una grana più sottile ma comunque legata alle idiosincrasie nazional(popolar)i. In questo caso punta su una generica apologia della libertà personale, in linea col nostro spirito del tempo ma ben attenta a non addentrarsi in alcun reale discorso politico, e una sempreverde presa in giro del potere costituito.